Olfatto umano - Fotografia di una bambina che annusa una rosa rossa

L’uomo ha più “fiuto” di quanto immagini

In SALUTE, SCIENZE, social up by Silvia D'AmicoLeave a Comment

L’inferiorità dell’olfatto umano non è altro che un mito del diciannovesimo secolo
Primo piano di John McGann, studioso dell' olfatto umano e non solo

John McGann – Credits: McGannLab

In quanto a fiuto, nessuno di noi si sognerebbe mai di rivaleggiare con quello del proprio cane o, più in generale, degli altri animali. Tuttavia, osservando più attentamente l’anatomia dell’uomo e quella dei roditori, noti per avere un olfatto sopraffino, scopriamo che, in fondo, pecchiamo solo di falsa modestia. Questo è quanto racconta sulle pagine di Science John McGann, un neuroscienziato che da ben 14 anni concentra i suoi sforzi nel tentativo di comprendere la complessa realtà che gira intorno all’olfatto. Seguendo la storia di ben 150 anni di ricerche su quello che è forse il senso più raffinato, McGann dimostra come, in fondo, il naso dell’uomo sia diverso da quello degli altri mammiferi, ma non per questo inferiore.

Un modo per esplorare il mondo

La percezione degli odori è un’attività di primaria importanza per tutti gli esseri viventi, uomo compreso, e passa per il bulbo olfattivo. Si tratta di una porzione del cervello che riceve informazioni dirette da parte delle cellule olfattive situate all’interno del nostro naso. Ogni uomo presenta due bulbi olfattivi, come due sono le cavità nasali. I primi studi sull’olfatto, risalenti al 1800, si basavano proprio sullo studio di queste strutture.

Il pioniere in quest’ambito fu Paul Broca, neuroanatomo ed antropologo che trasse le proprie conclusioni comparando il cervello umano a quello degli altri animali. Egli notò come i primati, ed in particolare l’uomo, presentino un lobo frontale più sviluppato rispetto al resto del cervello, e quindi maggiori capacità di comunicazione. Basandosi su questa osservazione, suppose che bulbi olfattivi dalle dimensioni relative inferiori a quelli degli altri animali dovessero comportare un olfatto peggiore.

Olfatto umano - Fotografia che ritrae il bulbo olfattivo umano e quello di topo

Bulbo olfattivo di topo e di essere umano messi a paragone. Sebbene, in proporzione al cervello, i bulbi olfattivi umani abbiano dimensioni contenute, in senso assoluto essi sono più grandi di quelli del topo. – Credits: Science.

Sebbene l’osservazione non fosse scorretta, di certo era incompleta: come mostrato nell’immagine accanto, l’uomo ha si dei bulbi olfattivi più piccoli rispetto al resto del cervello, ma comunque più grandi di quelli del topo. Questo qualcosa dovrà pur dire, con l’evoluzione è il resto del cervello ad essere cresciuto, non i bulbi ad essersi ridotti.

Non siamo poi così male

Una questione tanto curiosa meritava di essere approfondita, così, anche se non in un gran numero di studi, sono stati effettuati degli esperimenti che hanno messo a confronto il “fiuto” degli esseri umani con quello di topi e ratti ed hanno portato ad importanti conclusioni. Non siamo meno efficienti di altri mammiferi nel riconoscere e seguire le tracce odorose, ma rileviamo odori differenti, più utili alla vita che conduciamo.
Se non siamo bravi come un segugio nel seguire una traccia di urina o di sudore, sappiamo distinguere tra di loro numerosi profumi, dei vini pregiati ed anche seguire la scia fragrante con cui le lasagne della nonna riempiono l’intero quartiere.

Vogliamo quantificare? Uno studio recente suggerisce come il nostro naso sia in grado, potenzialmente, di discriminare ben un trilione di composti differenti. Impressionante, vero? Come se non bastasse, il nostro naso gioca un ruolo fondamentale nella sessualità, rendendoci in grado di capire quando il nostro partner è in vena di coccole, rendendo fruttuoso o meno un corteggiamento e tutto questo senza che noi ne siamo coscienti. Non dimentichiamo, infine, come gli odori abbiano un impatto fondamentale anche sulla memoria.

Nonostante l’uomo si sia evoluto per avere una vita certamente più agevole di molte altre specie, l’olfatto gioca ancora un ruolo fondamentale. L’aver sottovalutato per tutti questi anni la portata dell’olfatto umano ha avuto una conseguenza bizzarra quanto pericolosa: la perdita di questo senso non è considerata abbastanza spesso un campanello d’allarme in medicina. Eppure, nuove scoperte indicano la perdita delle capacità olfattive come una possibile indicazione dell’insorgenza di Parkinson o Alzheimer.

Fino ad oggi non ci siamo fidati troppo del nostro naso, eppure, secondo il racconto di McGann, è più importante di quanto crediamo.

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Silvia D'Amico

Silvia D'Amico

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Da quando è nata ha progettato di svolgere almeno 10 professioni diverse, ma tutte legate alla scienza. Per caso o per scelta, ha un Dottorato in Biologia Molecolare ed appassionata di divulgazione. Responsabile della Redazione Scienze di Social Up, collabora con l’Associazione di Divulgazione Scientifica ScienzImpresa, con base a Roma. Fotografia, Cinema, Vino e buon Whisky fanno da giusto accompagnamento a buoni libri da sfogliare nel tempo libero.