Oggi tutto è cultura

Andrea Colore

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PERCHE’ SIAMO SPINTI A CREDERE IN CIO’ CHE NON SAPPIAMO

Mai come in questi ultimi tempi il termine “cultura” è così abusato, tant’è vero che forse nasce ad hoc il concetto di “cultura di massa“, un concetto che, almeno in linea teorica, si identifica con ciò che tutti dovrebbero potenzialmente sapere. Tv, Barbara D’Urso, Maria de Filippi, “Nudi e crudi”: anche questa è “cultura di massa”. Perché no: anche il sesso orale al Grande Fratello.

Fare di tutta l’erba un fascio forse sembra esagerato, ma certo è che oggi come oggi non c’è nulla di più verosimile in una società in cui la distinzione fra quelli “che sanno” e quelli “che conoscono” diventa sempre più labile in apparenza, ma sempre più marcata nel profondo. C’è infatti differenza fra “sapere” cosa è successo – giusto per fare un esempio – durante la seconda guerra mondiale e “conoscere”, molto spesso alla prima formula si lega l’appendice: “Mah, lo so per sentito dire“. Forse è anche giusto che per uscire dalla noiosa routine quotidiana uno guardi sul piccolo schermo le avventura di qualche ciclista-mandrillo oppure sospenda le convenzioni sociali giocando coi Pokémon o Rayman: in fondo si è umani e si cede vuoi alle tentazioni vuoi ai propri bisogni di svago. Ma relegare tutto nel grande contenitore della “cultura”, non sembra davvero troppo?

Sì, la “cultura”, come oggi noi la chiamiamo, è oggi un immenso garage dove si possono trovare insieme le decorazioni di Natale e quelle di Halloween, il trapano con i vecchi libri di nonna, la spazzatura con i prodotti per la pulizia della macchina: un pot-pourri di cose inutili, di cui però sai di non poterne fare a meno.

Lungi dal pensare ad una società di filosofi e poeti (sai che palle! ndr), forse dobbiamo renderci conto che i tempi sono cambiati. In meglio o in peggio spetta solo a ciascuno di noi dirlo: non sono più i tempi di Simon & Garfunkel, di John Lennon, del presidente Kennedy, di Mike Buongiorno e di Corrado, ma corrono i tempi di Moreno, Ricki, Trump, Lemme e Scilipoti. Non sono più i tempi di Vittorio Gassman e di Fellini, non sono più i tempi di Leopardi, forse non conosceremo un altro Mozart. Forse questo è un bene: c’è già chi tristemente millanta di esserlo. Ma farli cadere nel dimenticatoio mai! Perché non vi viene una fitta al cuore a pensare ai fashion blogger o a sedicenti scrittori in erba come “letteratura”, ad associare Roberto Bolle ad “Amici”? Pensateci due secondi e poi riprendete a leggere… Se volete.

Nel suo senso più stretto, “cultura” deriva dal termine latino colere che può avere due significati: “coltivare” oppure “venerare”. La cultura è quindi “ciò che è coltivato”, ma è bello credere che possa essere anche “venerato”. Che in effetti nei nostri campi si coltivi con la merda certo incoraggia molto: tra l’altro, stenterete a crederci, la parola “lieto” deriva etimologicamente proprio da “letame” (muove infatti da un originale significato di “fertile”, prima che “felice”). Forse non c’è paradigma migliore: coltiviamo qualcosa di merdoso, puzzolente e quindi siamo felici. Tutto in effetti torna e non fa una piega! A coltivare, coltiviamo – vediamo merda ovunque –; ma i frutti?

Eh già: i frutti. Lo sappiamo: non tutte le ciambelle vengono col buco, come non tutte le D’Urso cadono in piedi… Qualsiasi posizione voi prendiate in merito all’argomento “cosa sia cultura oggi” verrete tacciati o di moralismo (“Non puoi non conoscere Girolamo Vitelli, sei un ignorante capra!”) o di lassissmo (“Perché dai, chi era Pontano? Non lo conosce nessuno. Io leggo Fabio Volo”). Non c’è via di scampo: o sei uno Sgarbi o sei una Cipriani. A quale categoria pensi di appartenere?

Questo è l’effetto di quella che chiamiamo “cultura di massa”: un grosso contenitore, come definito sopra, in cui non conta l’estrazione sociale (e meno male!), non conta l’istruzione “più migliore” che hai ricevuto (questo fa un po’ più male…), non conta il lavoro, non conta il denaro (su questo meglio sorvolare).

Non c’è più nessun distiguo: tutti sanno e pochi conoscono. Come quando decorate l’albero di Natale, non conta quale palla prendiate dalla scatola, oppure non conta quale biscotto prendiate dalla scatola. Conta solo che le palle (a voi interpretare il significato di palle) più fragili sono schiacciate dalla pressione delle altre; conta solo che il biscotto senza cioccolato sarà sempre l’ultimo ad essere scelto.

Questo è l’effetto della cultura di massa: nata, come tutte le cose, fra l’esultanza generale (“Figa! Guarda i fagioli Campell’s di Warhol! Spettacolo!), rivalutata recentemente come risultato fallimentare di lungo processo *** (metteteci l’aggettivo che più preferite: economico, sociale, culturale, mondiale, modaiolo… Alla “cultura di massa” piace usare queste parole).

E poi ci sono loro: i no-global estremisti. Astorici come pochi che magari hanno pure studiato economia. Non si può fermare un processo più grande di noi, ma non per questo ognuno deve seguire la corrente, subendo supinamente tutto quello che accade intorno a lui. Solo i salmoni risalgono la corrente: tutti gli altri vanno verso il mare. Sono pochi quelli che vogliono fare “i salmoni”, ma non servono a niente, mannaggia a loro che vi incantano con i loro ideali rivoluzionari, dicendo di cambiare il mondo.

Forse stiamo esagerando: forse sono solo cambiati i tempi. Su questo non c’è dubbio: ed è giusto che sia così! E sono cambiati anche i gusti, e cambieranno continuamente: i vostri nonni sognavano “La dolce vita” di Fellini, compravano la 500 (l’inimitabile, con la C maiuscola) e guardavano Charlie Chaplin avvitare bottoni; i vostri genitori cantavano Michael Jackson, piangevano guardando “Il tempo delle mele”, se la facevano sotto con “Profondo rosso”; i vostri figli ascoltano Nek o Katy Perry, sanno del sesso sicuro a 13 anni, vanno a vedere It (2017); i vostri nipoti ascolteranno Moreno, faranno sesso sicuro a 13 anni, si commuoveranno pensando a Twilight e alla figlia della Ferragni, che sposerà Santiago De Martino.

Se avete provato un po’ di nostalgia arrivando fino in fondo, credeteci: non si è fatto apposta. Nostalgico del tempo passato: lo erano quasi tutti gli eroi (quelli veri), perché gli antichi erano sempre più bravi di noi. Poi, per fortuna, è arrivato il progresso. Meglio così: greco e latino sono troppo difficili.