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Moriremo tutti, ma lavorando da casa: il coronavirus e lo smartworking in Italia

Alla fonte di un articolo che parla di coronavirus e smartworking in Italia c’è il fatto che siamo finiti pure noi nella lista degli appestati. Anzi, soprattutto noi, a livello di mondo occidentale. La netta impressione è che il rischio contagio sia stato gestito all’italiana, nell’accezione negativa del termine. Che poi si tratti di una bruttissima influenza ma non dell’erede della peste nera, questo spesso ce lo dimentichiamo. Risultato: panico e illogicità. Il mondo si ferma per andare in quarantena, non stringete la manina alla vostra fidanzata – che potrebbe essere contagiata dal coronavirus – ed evitate assembramenti di ogni tipo. Lavoro compreso. 

A meno che non sia smartworking.

Lo smartworking ci salverà?

Tornando alla considerazione per cui il Coronavirus sembra essere più un brutto raffreddore che una pandemia da monatti in strada e novelli Manzoni che descrivono la peste di Milano, c’è come sempre da guardare la Luna indicata dal dito, più che il dito.

Il dito è il panico generale da pandemia che vediamo nella gente che gira con mascherine ad cazzum perché manco il decalogo del Ministero della Salute e le norme igieniche minime, che una persona ben educata dovrebbe tenere anche in mancanza di pandemia. Il dito è Barbara D’Urso che spiega alla gente come lavarsi le mani in diretta nazionale o Amadeus che rende meglio fruibile il decalogo del Ministero con una novella forma di pubblicità progresso.

La Luna però, che c’è ed è un bel problema, è il danno economico. Sono i titoli sospesi in borsa a Milano per calo eccessivo – spoiler, son soldi veri che vengono bruciati, quelli. Sono le persone che non possono andare a lavoro, produrre, erogare servizi, far girare l’economia, perché quarantenati preventivamente, internati sommariamente, spinti a costruirsi un bunker antiatomico e riempirlo di provviste.

Ma ecco che, moderni prìncipi senza macchia né paura, arrivano le aziende di servizi a scoprire l’acqua calda e a metterci parzialmente una pezza. Lo smartworking. Ci voleva il Coronavirus per far scoprire e implementare capillarmente in Italia quella che è una realtà concreta, solida e usuale nei posti che non hanno la mentalità per cui se non sei in ufficio a timbrare il cartellino alle 9 e alle 17 allora non stai lavorando. Lo smartworking ha iniziato a esistere per davvero pure in Italia.

Frankenstein junior si può fareIl paròn alla veneta che ci mette una pezza

A dire la verità, questo è più telelavoro – da un punto di vista concettuale – ovvero semplicemente lavorare da casa, visto che è al momento più una misura di isolamento che parte di un piano di implementazione gestionale più grande. Ma segna un inizio massificato comunque non da poco.

 

La grande differenza: la flessibilità oltre il lavoro da remoto

La definizione di smartworking è leggermente diversa da quella di telelavoro. In che modo? Il telelavoratore lavora semplicemente da remoto, ma in una locazione fissa e definita ed entro tempi certi. In pratica si è letteralmente portato il lavoro a casa, di solito. Un condannato in contumacia.

Nel meraviglioso prefisso “smart”, invece, c’è tutto ciò che di bello c’è nei mezzi tecnologici potenziati che i secoli di progresso ci hanno donato. La flessibilità. Lavora dove ti pare e quando ti pare, basta che porti a termine i progetti lavorando per il monte ore designato. Incastra il lavoro all’interno dei tuoi ritmi di vita e non i tuoi ritmi di vita nel lavoro. Risparmiati l’ora da pendolare per arrivare in ufficio e ritrovarti il server di data storage che salta e stattene a casa tua a lavorare in cloud. Non aggiungere le bestemmie dovute al traffico o ai ritardi dei mezzi pubblici a quelle che ti farà tirare l’ennesima riunione-di-allineamento-che-avrebbe-potuto-essere-una-mail, fai una videoconferenza dal divano di nonna che a fine riunione ti farà la sua mitica lasagna al posto del pasto scongelato della mensa aziendale.

homer simpson fat backHomer Simpson ci spiega il telelavoro

Insomma, per alcuni una specie di panacea di tutti i mali che, secondo i dati attuali, sembra far guadagnare tutte le parti in causa. In particolare, il work-life balance dell’impiegato viene comprensibilmente migliorato e al contempo sembra che la produttività totale migliori dal 12% al 62% a seconda della industry analizzata.

Dove vai se lo smartworking non ce l’hai?

Coronavirus e situazioni contingenti a parte, va considerato lo smartworking anche come fattore culturale e generazionale. La psicosi Coronavirus ha costretto molti capi all’antica a modernizzarsi momentaneamente, abbandonando le vesti di padre-padrone che tutto deve vedere fisicamente per garantirsi il pieno controllo sull’operatività. Il concetto è romantico ma anacronistico, nell’epoca dei digital nomads.

Proprio questo è il punto: i maggiori talenti, nei settori ove possibile se non proprio auspicabile, tendono ad apprezzare molto le modalità di smartworking e a renderle principio di selezione tra offerte di lavoro che li attraggono e offerte di lavoro che non li attraggono. I motivi sono quelli indicati sopra, e sono – dopotutto – comprensibili.

Anzi, ancora meglio: alcuni dei maggiori talenti si mettono in proprio e fondano aziende che lavorano in maniera 100% smart, proprio per rispondere a esigenze che potrebbero sentire loro in primis (oltre ad abbassare costi aziendali in maniera nettissima). Il loro successo è talmente disruptive da generare incredibile e ingiustificato livore in coloro che credono alla vecchia maniera. 

In ogni caso, ci sono fattori a favore sia dell’uno che dell’altro modus operandi, con considerazioni da fare a seconda delle diverse industry. Se vi interessa questo tipo di discussione, consiglio di leggere questo post sul profilo LinkedIn di Francesco Agostinis – un esempio di giovane talento messosi in proprio per fondare un’azienda 100% smart-, diventato virale e pieno di commenti e considerazioni interessanti.

E tu, che ne pensi? Fammelo sapere contattandomi sui miei profili social!



Thomas Siface