Smettete di dar la colpa alle challenge e ritornate a fare i genitori!

Di Domenico Arcudi per Social Up.

Da quando i ragazzini hanno iniziato ad avere accesso ad Internet e, in particolar modo, ai social media, ce li ritroviamo impegnati in delle challenge: ovvero, delle sfide in cui essi si mettono in mostra, sui social, per mandare un messaggio; oppure perché è, semplicemente, la tendenza del momento. 

Abbiamo avuto challenge simpatiche, come quella dell’Ice Bucket challenge (tormentone dell’estate 2014, che ha visto coinvolti personaggi famosi); ma ce ne sono state altre che hanno avuto risvolti macabri, come la Blue Whale Challenge (2017, la cui storia è nota a tutti, o quasi) e quella, ultima, nominata Johnathan Galindo, balzata in prima pagina a seguito del suicidio di un ragazzino di undici anni, avvenuto a Napoli il 30 settembre scorso. 

Puntuali, come un orologio svizzero, le informazioni riguardanti la vita delle povere vittime; putacaso, tutte le vittime conducevano – agli occhi dei genitori e degli amici – una vita normale, erano ben voluti dalla famiglia, erano ragazzi tranquilli e tanti altri dettagli utili per tirare su una storia strappalacrime. Successivamente, intervengono esperti di ogni tipo, invitati dai conduttori dei vari talk-show o programmi di attualità, pronti a formulare ipotesi disparate.  

La verità è che i genitori si sono dimenticati di essere genitori, convinti che un oggetto come uno smartphone (o un qualsiasi aggeggio elettronico, progettato secondo lo schema di Von Neumann) possa tenere impegnati i figli; oppure che essi, secondo un non precisato delirio di onnipotenza, siano obbligati a essere ciò che i genitori desiderano che siano: brillanti a scuola, brillanti nello sport e performanti in qualsiasi cosa, come se fossero robot e non dei cuccioli d’uomo, che cercano di costruire la loro personalità, nel migliore dei modi.  

Negli anni settanta circa, il sociologo e padre del determinismo tecnologico Marshall McLuhan asseriva che fosse necessario inserire, nel programma scolastico, l’educazione mediatica quale materia organica di insegnamento; ma che, ancora oggi, viene lasciata al buon senso di insegnanti ed educatori, che ne parlano sporadicamente. Inoltre, l’educazione mediatica è una prerogativa che spetta altresì ai genitori, i quali sono i primi a dover fornire spiegazioni su come va utilizzato un dispositivo elettronico; ma, prima che questo avvenga, i figli debbono discernere ciò che è bene da ciò che è male e perché un fatto sia da considerare un “bene” o viceversa. 

Dietro questi comportamenti anomali, senz’altro, c’è l’essenza di quello che è il “non senso della vita”: si ritiene la vita come se non fosse degna d’essere vissuta, perché non si è in grado di apprezzare ciò che offre di bello dalla vita. A chi attua questi comportamenti, non va recriminato nulla; ma a chi non sa educarli al “bello” della vita, a interagire con l’altro e a saper riconoscere ciò che è buono e ciò che è nocivo. Se un ragazzino di undici anni, con una situazione “calma e/o felice” a detta degli altri, abbia condotte suicidarie (o arrivi al suicidio, N.d.R.), vi è senz’altro un’anomalia alla base.  

In merito alla vicenda, si è espresso lo psichiatra Federico Tonioni, già responsabile del reparto dipendenze al Policlinico Gemelli e docente di psichiatria presso l’Università Cattolica; a capo viene riportato uno stralcio dell’intervista rilasciata sul sito “Rcs Salute” in data 1° ottobre 2020.  

«Ci sono ragazzini apparentemente sani e felici, che in realtà non riescono a non deludere le aspettative genitoriali; non riescono ad essere sé stessi. Ma se ti senti amato perché sei stato bravo a scuola, o nello sport, non sperimenti un amore gratuito. Ecco che ci troviamo di fronte a bambini terrorizzati all’idea di deludere i genitori, che non riescono a dire bugie perché si sentono in colpa. Ecco, questi sono bambini a rischio. Noi genitori chiediamo ai bambini di essere come li abbiamo immaginati; ma questo non va bene e non è sano. Diamo loro la possibilità di deludere le nostre aspettative e di essere sé stessi. Diamo loro la possibilità di sentirsi vivi».  

Detto ciò, cari genitori, evitate di tergiversare la vostra incapacità di educare i figli sulla challenge del momento; piuttosto, riprendete le redini di educatori, trascorrete più tempo coi vostri figli e prestate loro ascolto.  



redazione