Sfruttamento e lavoro minorile nell’industria delle auto elettriche

Erminia Lorito

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Negli ultimi anni si sta assistendo ad un cambio di rotta da parte di alcune industrie automobilistiche che hanno deciso di incrementare la produzione di vetture elettriche, con un impatto di forte crescita soprattutto a livello dei mercati. Le nostre povere orecchie sono state letteralmente tartassate da informazioni riguardanti il crollo delle vendite dei veicoli convenzionali, in quanto il petrolio è fonte non rinnovabile e perciò esauribile. Questo ha comportato di conseguenza che i prezzi del famoso oro nero schizzassero alle stelle in maniera quasi incontrollabile. Ora metteteci gli interessi politici, la poca voglia di dipendere dai paesi detentori di giacimenti petroliferi e il forte impegno nell’ergersi paladini dell’ambiente, il risultato è chiaro.

Quello che, però, non tutti sanno è che le famose auto verdi potrebbero non essere così pulite come pensiamo e che, come accade molto spesso, dietro le apparenze si celano scomode verità. Non è quindi un caso che, alla vigilia del Motor Show di Parigi, in cui verranno presentati nuovi modelli di auto, Amnesty International è intervenuta lanciando un grido d’allarme rivolto non solo ai produttori di auto elettriche, ma soprattutto ai consumatori affinché vengano fatte apposite verifiche per assicurare loro che la catena di rifornimento non si basi sullo sfruttamento minorile. Ma come siamo passati dall’utilizzo di auto elettriche al pericolo dell’impiego di lavoro minorile?

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Forse non tutti sanno che il cobalto è uno dei componenti fondamentali delle batterie a litio che alimentano, guarda caso, proprio le auto elettriche e che più della metà delle riserve di questo materiale sono presenti nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei paese più poveri al mondo, con istituzioni praticamente assenti e politicamente instabile a causa di conflitti interni. Alla luce di tutto questo, è normale chiedersi quali siano le condizioni di vita della gente del posto. I minerali preziosi rappresentano una delle pochissime fonti di sostentamento non solo per la popolazione, ma anche per le grandi industrie che si approfittano così di tutto il contesto pur di veder lucrare i propri interessi. Per estrarre il cobalto vengono scavate gallerie profonde con semplici scalpelli, senza ovviamente ventilazione né tanto meno misure di sicurezza adeguate. Con il passare del tempo, l’esposizione alle polveri emanate da questo materiale provoca malattie, asma e riduzione della funzione polmonare. Ma non è finita qui, perché i crolli di gallerie e costruzioni artigianali sono all’ordine del giorno, provocando così centinaia di morti all’anno. In un rapporto diffuso nel gennaio 2016, intitolato “Ecco ciò per cui moriamo”, Amnesty International ha denunciato che bambini anche di soli 7 anni lavorano in condizioni terribili nelle miniere di cobalto del sud del paese, senza la minima protezione, anche 12 ore al giorno per uno o due dollari. Questi dati erano già stati anticipati dall’Unicef che nel 2014 ha stimato la presenza nel comparto minerario della RDC di circa 40.000 fra bambini e bambine, costretti a rinuciare al loro diritto allo studio e all’istruzione perché le loro famiglie non possono permettersi le relative tasse scolastiche. Tarttati come degli adulti, impiegati nelle loro stesse mansioni, molti sono i problemi fisici e non che i minori sono costretti a subire, danni che mettono a rischio le loro stesse vite.

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Le ricerche di Amnesty International hanno identificato cinque aziende automobilistiche a rischio tra cui la Chevrolet Volt, la Renault-Nissan per i modelli Twizy e Zoe e la Tesla per la nuova versione del modello Roadster.  Seguono poi la BMW per i modelli i3 EV e i8 HPEV e la Fiat-Chrysler per la 500 EV. Questo perché  il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo è acquistato da una compagnia cinese, la Huayou Cobalt, che fornisce componenti per batterie a produttori in Cina e Corea del Sud, tra cui LG Chem e Samsung SDI che a loro volta riforniscono molte delle più importanti aziende automobilistiche del mondo.

Tra smentite, ammissioni e silenzi, che pesano molto più delle parole, si alza il grido di Amnesty International che chiede ai governi di approvare leggi per imporre alle aziende controlli maggiori e obbligarli a rendere pubbliche le informazioni relative l’origine delle fonti di minerali e l’identità di chi le rifornisce perché, come ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International su imprese e diritti umani, “Quanti di voi comprerebbero un’auto se sapeste che è costata l’infanzia o la vita di qualcuno?”.