Marilyn Monroe, l’orchidea bionda del giardino di Hollywood

Sentivo la mia mancanza di talento internamente come se indossassi abiti da quattro soldi. Ma, mio Dio, quanto volevo imparare, migliorare”.
Lei però tra tutte le virtù desiderate possiede in abbondanza quella più apparente: una sfolgorante bellezza. E quando si ha ciò che ci vuole, alla fine qualcuno vorrà quel che avete. Diventa perciò Diva, ma non riesce a cancellare il bruciante passato e men che meno a contenere un crescente disagio esistenziale che lampeggia a ogni occasione: ripetuti flash back sonorizzati spesso da contrastanti considerazioni. A quei tempi il carattere può essere il destino di un uomo e l’avvenenza è certamente quello della donna. E in essa questa dote con naturalezza tracima in un’irresistibile sensualità poiché guarnita da un innato e grazioso candore.

L’anima e la carne, l’una contro l’altra, mai in sintonia e sempre più in bilico a scandire le tappe di una vita difficile il cui traguardo era un sogno mai sognato.
Senza famiglia, l’adolescente Norma rimane da sola in compagnia soltanto della sua procace femminilità e con addosso solo le vesti stracciate di un’infanzia rubata si trasferisce nel 1941 presso la casa famiglia Goddard, s’innamora di un vicino di casa, tale James Dogherty, che l’anno dopo sposa con la tipica leggerezza di una ragazza bisognosa della figura paterna. La guerra li separa: lui si arruola, lei trova lavoro in una fabbrica bellica. La sua straordinaria fisicità però prorompe dall’ordinaria tuta da operaia in cui è costipata, lievita come panna montata, sguscia anche dai costumi da bagno in cui appare inguainata fotomodella e diventa mito: quello di un’attrice, abbagliante icona di femminilità. Norma Jeane Mortensen, battezzata poi Baker, diventa, dopo l’inevitabile divorzio del 1946, Marilyn Monroe. Si trasforma così una semplice e tranquilla casalinga nella bionda da schianto che avrebbe fatto epoca. “Se avessi rispettato le regole, non sarei arrivata da nessuna parte”.

La vicenda umana di una bimba dal padre sconosciuto comincia a Los Angeles il primo giugno del 1926 e finisce in una lussuosa dimora da diva a Beverly Hills, nella notte della fatal quiete tra il 4 e il 5 agosto 1962. Trentasei anni, molti dei quali vissuti all’ombra dell’inquietante ricordo della follia della madre Gladys; lacerati in parte da latenti mancanze d’affetto; segnati da sospiranti desideri di gioia; illuminati talvolta dalle splendenti luci del successo poggiato su un morbido tappeto rosso; insidiati pericolosamente dall’uso smodato di alcool e psicofarmaci per sfuggire alla paura della realtà e infine sigillati tristemente dal freddo marmo di una lapide al Westwood Memorial Park con inciso: ”Hollywood è quel posto, dove ti pagano 1.000 dollari per un bacio e cinquanta centesimi per la tua anima. Lo so perché spesso ho rifiutato la prima offerta, mentre ho sempre accettato la seconda”.

Per questo modo d’essere, più che per quello di apparire, Marilyn Monroe è andata oltre il suo tempo. Dopo più di un cinquantennio, commemorata, idolatrata e pubblicizzata, la sua figura di donna sopravvive alla leggenda di attrice e diventa protagonista assoluta. La sua appariscente immagine s’identifica in una variopinta galleria di personaggi dalla semplice umanità, traboccanti spesso di puri sentimenti e lei intelligente com’era, sapeva ben rappresentarli perché in fondo rivelava molto di se. Talvolta doveva apparire stupida, qualche altra accomodante, sempre disponibile, mai problematica, libera e pensante perché così imponeva l’eterno copione della sua vita.
Forse, non è stata la più bella in assoluto e neanche la più brava perché con la sola presenza compensava momenti di recitazione imperfetta, eppure nella storia del cinema è stata modello insuperato per il suo fascino indimenticabile, per l’incontenibile sex appeal e per la dolce fragilità da cui trasparivano le insicurezze di un torbido passato.

Il seme della sua debordante femminilità educata tra corsi di ballo, canto e recitazione è piantato nel 1948 quando ottiene una particina nell’ultimo film dei fratelli Marx “Una notte sui tetti”. Comincia a nutrirsi cercando di rubare il mestiere a Bette Davis e Anne Baxter protagoniste di “Eva contro Eva” del 1950 dove appare già burrosa e provocante in abito bianco a recitare poche battute. Poi attecchisce nello stesso anno in ”Giungla d’asfalto”, un film noir di John Houston nel quale impersona la pupa al fianco del boss. In seguito diventa fiore e mette su i primi petali completando la trafila in ruoli non più marginali; gira “ Matrimoni a sorpresa” a fianco di Ginger Rogers, cui segue “Il magnifico scherzo”con Cary Grant dove appare per la prima volta bionda platinata sempre nel 1952 e infine sboccia definitivamente quando diventa attrice principale del film La tua bocca bruciacon Richard Widmark e l’esordiente Anne Bancroft. Ormai, Orchidea bionda, titolo del suo semisconosciuto primo film da protagonista, è scelta dal potente Darryl F. Zanuck e nei panni della perfida Rose Loomis di “Niagara” si distingue per la sua seducente ambiguità risaltata da un conturbante abito scarlatto.

La consacrazione definitiva arriva con lo sfavillante ”Gli uomini preferiscono le bionde dove Marilyn esplode il suo incontenibile glamour, esaltata dal confronto con Jane Russel anch’essa simbolo sexy del tempo. Qualità questa che, un poco più raffinata, conferma nella smagliante commedia ”Come sposare un milionario” nel quale appare sorprendentemente incantevole inforcando un paio di occhiali a confrontarsi con la classe di Lauren Bacall e le attraenti qualità fisiche di Betty Grable. Diventa poi veramente adorabile impersonando la delicata Kay in ”Magnifica preda alle prese col rude Robert Mitchum. Chiuso questo tour de force nel 1953, ormai star internazionale, Marilyn, alla continua ricerca di serenità e sicurezza, impalma alle nozze delle celebrità il famoso giocatore di baseball Joe Di Maggio dal quale divorzierà nel giro di un anno. Artisticamente però ha imparato come si fa e col celeberrimo ”Quando la moglie è in vacanza” del 1955, si conferma oggetto di desiderio assoluto dell’immaginario collettivo. L’anno dopo in ”Fermata d’autobus”, incarna alla perfezione la paura d’amare di una donna che alla fine cede al fremente ardore passionale di un rozzo bovaro. Sempre più fresca e vivace, mette allo scoperto i sentimenti dell’austero Lawrence Olivier ne “Il principe e la ballerina”. E per completare, zuccherosa e ingenua, s’innamora del furbastro Tony Curtis in quello che è considerato il suo capolavoro cinematografico ”A qualcuno piace caldo”. Al contrario della piacevole frivolezza dello schermo, la sua vita diventa sempre più buia e scura, si separa anche da Arthur Miller il commediografo sposato più per arte che per parte. Siamo nel 1960 e per capriccio della sorte sul set di “Facciamo l’amore” s’innamora di Yves Montand: finalmente incontra l’uomo giusto per lei. Mal gliene incoglie poiché perde anche l’ultimo treno della felicità: l’uomo è sposato e per di più con una gran donna, Simone Signoret, che se lo riprende con tutta la forza della sua personalità. I titoli di coda della sua carriera d’attrice scorrono col malinconico e doloroso “Gli spostati” quasi paralleli a quelli della vita di una donna uccisa dallo sconforto della solitudine.

“La prego, non mi faccia apparire ridicola”, in una delle sue ultime interviste Marilyn Monroe si mostra attanagliata dalla paura di scadere agli occhi del suo pubblico. Il terrore di non riuscire più a mantenere in equilibrio la sua vita s’insinua sottile ancora una volta dopo aver buttato sul piatto della bilancia tutta se stessa. E continuando: ”A volte penso che sarebbe meglio evitare la vecchiaia e morire giovani”. Una triste premonizione come se avesse inconsciamente declamato i versi funebri della tragedia greca di una dea sfortunata: sopprimere se stessa per non uccidere la propria bellezza.



Vincenzo Filippo Bumbica