Lucian Staniak, il ragno rosso di Katowice

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La domanda che stiamo per farvi è contro l’etica morale, contro la ragione e probabilmente esposta solo in qualche sito perverso del deep web.

Se voleste uccidere qualcuno come vi organizzereste per non destare sospetti e farla franca?
Non è una domanda per “uso personale”: serve per introdurvi questo assassino davvero particolare.

Sembra strano, ma siamo certo che molti, almeno una volta nella vita, si siano posti questa domanda, perché almeno una volta ognuno di noi ha riflettuto sul modus operandi di un omicidio, sia esso reale (letto sui giornali o sentito al telegiornale) o inventato (serie TV, film, storie raccontate).

Alcuni probabilmente direbbero che guarderebbero serie crime in TV (CSI, Law and Order, La signora in giallo, ecc.) cercando di perfezionare quello che la finzione oggi descrive fin troppo realisticamente; altri escogiterebbero un modus operandi proprio e si affiderebbero alle proprie capacità o fortuna. Ma una persona astuta probabilmente risponderebbe che trarrebbe spunto da omicidi “storici” su cui si è meticolosamente documentato per evitare gli eventuali errori del killer: ecco, questo è il caso di Lucian Staniak, che prese spunto addirittura dal serial killer più famoso del mondo, quello che non venne mai arrestato e che ancora oggi non ha un nome… Jack lo Squartatore!

Come Jack anche Staniak mandava lettere ai giornali, come lui sventrava le sue vittime, colpiva in una zona precisa e solo un certo tipo di persone; come lo Squartatore colpiva con una lama affilata e non temeva di farlo in luoghi pubblici e affollati. Staniak si accanì contro ragazze caucasiche adolescenti, bionde e dai capelli lunghi: tenete bene a mente questo particolare perché alla fine scoprirete il motivo.

Lucian Staniak è nato e ha vissuto a Katowice nel 1940, nel sud della Polonia; della sua vita prima degli omicidi si sa ben poco, anche perché la sua famiglia era piuttosto anonima, mai appariscente e lui stesso era un uomo come tanti altri, senza tratti distintivi particolari, con un carattere mite, un lavoro fisso come traduttore e un hobby condiviso da tantissime altre persone: l’arte.

Tutto iniziò il 4 luglio del 1964, il giorno del 20° anniversario della liberazione dall’occupazione nazista; alla redazione del giornale Prezeglad Polityczny di Varsavia giunse una lettera scritta con inchiostro rosso che portava un’enigmatica frase: «Non c’è felicità senza lacrime, vita senza morte. Attenti! Vi farò piangere».

Ecco, prima di continuare lasciate ancora che vi dica che Staniak spedì diverse lettere del genere al giornale, tutte scritte con inchiostro rosso diluito con trementina e con un carattere molto sottile che ricordava molto le zampe di un ragno: proprio questo fatto gli valse il soprannome di “Ragno Rosso”.
Ad ogni modo inizialmente la direttrice del giornale, Marian Starzynski, si convinse che quella lettera fosse una minaccia nei suoi confronti e denunciò la cosa alla polizia, che però le diede poco conto.
In Polonia però la festa nazionale era il 22 luglio e quel giorno la tensione da parte delle forze dell’ordine era molto alta perché si temeva qualche attentato da parte delle minoranze integraliste; quasi tutte le risorse vennero spostate da tutta la Polonia a Varsavia, che divenne una città blindata, a scapito ovviamente della sicurezza nelle altre città. Fu così che quel giorno ad Olsztyn, a circa 200 km dalla capitale, il Ragno Rosso colpì forse per la prima volta.

Danka Maciejowitz, una studentessa 17enne con i capelli lunghi biondi, stava tornando a casa per pranzo dopo aver festeggiato a scuola la fine dell’anno scolastico. Un ragazzo ben vestito, da modi gentili e con il sorriso sul volto, la convinse ad accompagnarlo in un parco poco distante dicendola che non era del posto e che era in cerca di un luogo immerso nella natura dove trascorrere la giornata leggendo un libro. probabilmente quando giunsero nel parco la ragazza notò che l’uomo aveva dei modi troppo sospetti e cercò di defilarsi velocemente; tuttavia lui l’afferrò per il collo e la stordì con una pietra, poi la trascinò in un angolo del parco e, dopo averla violentata, le aprì l’addome con un coltello ed estrasse gli intestini che posiziono di fianco al corpo.

L’assassino non cercò minimamente di occultare il cadavere; anzi: in ogni suo omicidio Staniak cercò di mettere ben in evidenza i corpi e il suo modus operandi. Il corpo di Danka venne trovato il mattino dopo dal giardiniere del parco, che dopo lo shock allertò la polizia. Poiché nessuno collegò la lettera con l’efferato omicidio, ci pensò lo stesso assassino a rivendicarne la paternità: due giorni dopo, il 24 luglio, alla redazione del giornale giunse un’altra lettera, sempre scritta con la stessa calligrafia e con inchiostro rosso.

«Ho colto un bel fiore ad Olsztyn e lo farò ancora da qualche altra parte. Non ci sarà festa senza funerale».

Quella frase avrebbe dovuto fornire un indizio molto importante alle autorità, che però non colsero: “non ci sarà festa senza funerale”, ovvero “ad ogni festa ucciderò qualcuno”. D’altra parte l’assassino in quell’omicidio era stato molto attento a cancellare ogni prova e ogni indizio e chi poteva immaginare che un impiegato di una famosa casa editrice (che quindi si spostava molto per lavoro) avrebbe ucciso in ogni grande città della nazione?

Staniak poi era un uomo meticoloso, attento e astuto: leggeva moltissimo, soprattutto il quotidiano con il quale si teneva aggiornato sulle ipotesi e le dichiarazioni della polizia. Proprio sul giornale vide la fotografia della sua prossima vittima: era il 16 gennaio 1965 e sul quotidiano Zycie Warsawy notò una bellissima ragazza bionda di soli 16 anni di nome Aniuta Kaliniak, che era stata selezionata per marciare il giorno dopo alla testa di una parata a Varsavia.

Staniak si mischiò alla folla accalcata lungo le strade di Varsavia e seguì la ragazza per tutto il corteo, sempre tenendosi a debita distanza ma senza mai perderla d’occhio. Quando la parata finì Aniuta chiese un passaggio ad un camionista per tornare a casa a Praga e Staniak li seguì per tutto il percorso, riuscendo ad ottenere ciò che stava cercando: durante una sosta all’autogrill la ragazza disse al camionista l’indirizzo dove abitava e Staniak allora la precedette a destinazione e si nascose a pochi metri dal cortile della casa.

Quando il camionista lasciò Aniuta all’angolo della strada e se ne andò, l’assassino l’afferrò e minacciandola con un coltello la trascinò in una fabbrica abbandonata poco lontano, dove la strangolò, la violentò e infierì sul suo corpo con un punteruolo e il coltello. Infine la sventrò e lasciò conficcato il punteruolo nella vagina della ragazza.

Il giorno dopo al giornale giunse una lettera in cui il killer indicava il posto dove cercare Aniuta, ovvero il seminterrato della fabbrica.

In un’altra festività, il 1° novembre dello stesso anno, Staniak probabilmente incontrò la sua vittima per caso: un’altra bionda con i capelli lunghi, Janka Popielski, aveva preso un giorno di vacanza per passare la giornata con il suo fidanzato e prese il treno a Poznam per raggiungerlo a circa 50 km di distanza. Il caso volle che Staniak fosse sullo stesso treno di ritorno da una mostra di arte e che lei salisse proprio nella sua carrozza.

Era sera e sul treno c’era pochissima gente, così l’assassino ne approfittò e l’aggredì senza mezze misure: la prese da dietro e l’addormentò con del cloroformio, poi la trascinò per tre vagoni fino a raggiungere quello merci e lì con un punteruolo la perforò più volte alla gola e al petto. Per concludere la sua aggressione con un coltello le aprì l’addome ed estrasse gli intestini della ragazza. Il corpo venne lasciato in mezzo a della casse e il giorno dopo nuovamente spedì una lettera, questa volta al Corriere di Poznam.

«Soltanto le lacrime di dolore possono lavare la vergogna; soltanto il dolore può estinguere le fiamme della lussuria».

C’era poco da fare, le autorità brancolavano nel buio e sulle lettere, a parte la calligrafia, non era possibile rilevare impronte o indizi che portassero ad una strada da seguire. Anche le frasi erano tutte enigmatiche e l’unica cosa che la polizia intuì fu che si trattava di qualcuno dagli studi letterari e con una cultura molto elevata.

Passò il tempo e arrivò il 1° maggio del 1966, altra festa nazionale. A Zoliborz, un distretto di Varsavia, la 17enne Marysia Galazka uscì per una passeggiata poco dopo mangiato. Probabilmente il Ragno Rosso la vide uscire di casa, ma non riuscì a raggiungerla in tempo perché raggiunse alcuni suoi amici all’angolo della strada. Allora pazientemente attese il suo ritorno nel giardino di fronte e verso le 18, quando la vide tornare, sapeva che a casa non c’era nessuno perché i genitori erano usciti. Prima che lei entrasse in casa l’uomo spuntò da un angolo del giardino e l’addormentò con del cloroformio; poi la trascinò nel capanno dietro casa e la violentò brutalmente. Infine, come di consueto, la strangolò, la sventrò l’addome e posò gli intestini accanto al corpo.

Come al solito i giorno dopo il killer scrisse al giornale vantandosi dell’ennesimo omicidio di un’adolescente dai lunghi capelli biondi.

Era il quarto scempio rivendicato dal serial killer, ma la polizia rintracciò altri 14 omicidi con lo stesso modus operandi: tutte le vittime erano giovani ragazze abusate, pugnalate e sventrate, ma a differenza delle 6 che furono attribuite a Staniak non erano state rivendicate con lettere ai giornali ed erano state uccise in giorni festivi; d’altra parte Staniak di certo non ammise di più di quello che fu evidente…

Il 24 dicembre, nuovamente su un treno che da Cracovia era diretto a Varsavia, Staniak fece la sua vittima: si chiamava Janina Kozielska e aveva 17 anni, anche lei bionda con i capelli lunghi. In realtà Staniak aveva già premeditato il suo omicidio: aveva incontrato la ragazza alla stazione e aveva pagato il biglietto alla ragazza dicendole che anche lui doveva compiere la stessa tratta. Prima della partenza da Cracovia l’assassino massacrò la ragazza nello scompartimento vuoto, le tagliò la gola ed estrasse le sue interiora; poi scese prima che il treno partisse. Quando il controllore trovò il corpo della ragazza si convinse che l’assassino fosse ancora a bordo e così, contattate le autorità il treno non fece nessuna fermata e ogni passeggero venne perquisito e interrogato a Varsavia, senza però arrivare a nulla. In compenso trovarono un’altra lettera, questa volta lasciata sul sedile dello scompartimento; su di essa c’era scritto in rosso:
«L’ho fatto ancora.»

Inutile dire che le indagini erano a un punto morto: l’assassino si muoveva in tutto lo stato e colpiva apparentemente a caso. Ciò che portò sulle tracce del Ragno Rosso però fu una deduzione poco attinente: Janina era la sorella di Aniela Kozielska, anche lei trovata uccisa e mutilata allo stesso modo due anni prima a Varsavia a soli 14 anni (ecco perché si crede che Staniak abbia ucciso ben di più delle 6 vittime imputategli). L’unico indizio che avevano le autorità erano due sorelle? Che l’assassino ce l’avesse con la loro famiglia?

Gli inquirenti interrogarono i genitori delle due ragazze per cercare un collegamento, ma loro non seppero fornire nessuna informazione che potesse giustificare quei due omicidi; tuttavia parlarono di un ragazzo, un artista che lavorava Cracovia e che per diverso tempo frequentò le due ragazze convincendole a posare come modelle per disegni artistici per un club artistico.

Quella che sembrava un’informazione di poco conto fu invece essenziale per mettere le autorità sulla giusta strada: convinti che l’artista fosse uno stalker di giovane ragazze e ossessionato dai corpi procaci, gli inquirenti si concentrarono sugli iscritti a quel circolo d’arte. Ma si parlava di oltre un centinaio di iscritti e le indagini sarebbero durate tantissimo tempo, senza contare che poteva essere un buco nell’acqua. Poi però qualcuno ebbe l’intuizione geniale: l’assassino aveva colpito a Cracovia, Poznam, Lomza, Radom, Bydgoszcz, Lublino, Varsavia e Kieke, tutte le maggiori città della Polonia. Ne mancava una: Katowice. Che l’assassino fosse di quella città? O che avesse ucciso la sua prossima vittima lì?

Tracciati su una cartina gli spostamenti del killer la polizia si decise ad intensificare le indagini sui residenti di Katowice, e in particolar modo sugli iscritti residenti in questa città. La fortuna volle che solo uno degli appartenenti al club fosse residente a Katowice: un 26enne di nome Lucian Staniak, un mite cittadino che esercitava la professione di traduttore.

Per prima cosa la polizia perquisì i suoi oggetti personali al club. Nell’armadietto dell’artista trovarono dei quadri dipinti con la stessa vernice rossa con cui il killer aveva scritto le lettere e su uno di essi c’era un’immagine molto eloquente: un fiore, mangiato da un mucca che sua volta veniva attaccata da un lupo, il quale era sotto tiro di un cacciatore che però stava per essere investito da una donna in auto. La donna aveva i capelli lunghi biondi, ma non solo: la tela aveva un altro disegno a lato in cui la stessa donna era riversa in prato con l’addome squarciato e sopra le sue viscere c’era un fiore.

La conclusione fu ovvia: il 31 gennaio del 1967 la polizia si presentò a casa di Lucian Staniak, ma lui in quel momento era fuori casa per compiere il suo ultimo omicidio. Toccò a Bozhena Raczkiewicz, una 18enne che con lo zaino in spalla stava raggiungendo la stazione proprio a Katowice. In una zona poco frequentata il Ragno Rosso l’aggredì colpendola con una bottiglia di vetro alla nuca, poi la spogliò, la violentò e le aprì l’addome come al solito.

Proprio mentre si allontanava dalla strada dove c’era il cadavere della ragazza, la polizia lo condusse in centrale per interrogarlo e poche ore dopo confessò ben 20 omicidi.

Ed eccoci all’epilogo: perché Lucian Staniak uccise con tanta ferocia? E perché solo ragazze adolescenti con i capelli biondi?

Per vendetta e per rabbia. Lo stesso Staniak dichiarò che bruciava dalla rabbia per l’incidente avvenuto alcuni anni prima alla sua famiglia: sua sorella e i suoi genitori morirono in uno scontro tra due auto per colpa di una ragazza appena patentata con i capelli lunghi biondi e mentre lui aveva perso la sua famiglia lei non si fece quasi nulla e non scontò nessun giorno di carcere per l’incidente che aveva commesso. Staniak uccideva per placare la rabbia verso quella ragazza che dopo l’incidente venne tutelata dalle autorità con un cambio di identità e un trasferimento per chissà dove.

Verso la fine del 1967 Lucian Staniak venne dichiarato colpevole di 6 omicidi: gli altri non vennero presi in considerazione poiché la pena era già la condanna morte. Tuttavia la difesa riuscì in appello a rovesciare la sentenza facendo figurare Staniak come incapace di intendere e volere. Dalla pena di morte allora si passò all’ergastolo da passare in un manicomio, dove ancora oggi Staniak passa il tempo a dipingere.