“La banalità del male” è un augurio di umana convivenza in un’epoca buia

Quando dobbiamo affrontare situazioni più grandi di noi, quando ci sembra di vivere nello sconforto o nel terrore, quando crediamo che la nostra politica peccatrice sia perfino dittatrice, non dimentichiamoci che il Novecento è stata l’epoca dei veri, grandi, dannosissimi totalitarismi di massa.
Un buon libro può, a prescindere, essere un antidoto giusto per non pensare a ciò che stiamo vivendo in questi giorni: è chiaro che l’epoca sia buia sotto molti aspetti, e il virus, semmai, è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Ma, se come lettura ci viene in soccorso Hannah Arendt con la sua opera massima “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, forse potremo trarne giovamento. Perché lei, in qualche modo, non ci offre solo una chiave di lettura del secolo che ha determinato le premesse del Nuovo Millennio, ma ci fornisce un lessico e un modo di ragionare tali che, dopo averla letta potremo almeno imparare ad essere più critici, più obiettivi, ragionando più col cervello e meno con la pancia, senza trascurare le critiche quando sono doverose.
La banalità del male
Gli scrittori della porta accanto
“La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” (pubblicato per la prima volta nel 1963) è un caposaldo della letteratura filosofica che abbraccia anche questioni di diritto, senza tralasciare l’aspetto proprio del romanzo biografico.
È incredibile come l’autrice, una delle maggiori filosofe del Novecento, sia riuscita, lasciando testimonianza di uno dei processi più dibattuti e controversi della storia dell’umanità (appunto, il processo Eichmann), ad argomentare una serie di riflessioni che, partendo dai fatti storici a lei relativamente recenti (Ascesa del Nazismo, Seconda Guerra Mondiale, Olocausto,…) e tracciando qua e là delle brevi digressioni per scoprire a ritroso origini e fondamenta della storia e della cultura ebraica, sono a tutti gli effetti delle messe in evidenza di problemi, ipocrisie, contraddizioni, segreti, fatti, eventi connessi non solo al processo in sé (di cui si sottolinea, peraltro, la natura spettacolare), quanto pure (e soprattutto) ad una Storia che aveva condizionato, e finito poi per trasformare, un intero popolo, tra rovina e rinascita.
Ogni atrocità viene narrata con fine distacco, ma con la stessa finezza che contraddistingue anche la complessa (ma ragionata) architettura dei periodi di ciascuno dei 16 capitoli.
La banalità del male
Il superuovo
Poi, però, sorprende il lettore la scrittrice quando lo fa inevitabilmente commuovere, narrando i momenti finali di una giusta/ingiusta condanna a morte. Tuttavia, al di là della dicotomica scelta che va a braccetto con quella tra il Bene e il Male, i dubbi restano, anche a causa di controversie, non solo legate alla validità della condanna, ma anche (forse per riflesso?) a varie argomentazioni dell’autrice stessa che confondono, come se in taluni momenti non si comprendesse veramente il suo pensiero a tratti incerto.
La scrittura resta sempre solida ed apprezzabile sino all’ultima pagina, ma il contenuto non sempre risponde a quell’esigenza d’equilibrio con l’amica forma, cui si dovrebbe auspicare, e non tanto per una motivazione estetica.
Bensì, perché in definitiva “La banalità del male” presenta una tesi, che se è chiara sin dal titolo, non trova però sempre ragione in tutte le sottoargomentazioni figlie della stessa.
Fatto sta, però, che se il lettore si può commuovere durante la condanna a morte dell’imputato, vuol dire che il sentimento irrazionale parla a gran voce, e soppianta quell’incertezza dicotomica prima citata.
Fortunatamente questo libro apre un mondo dentro di noi, uno spiraglio di verità che non si sarebbero credute mai possibili (ebrei complici dello sterminio di altri ebrei, per citarne una).
La banalità del male
Studenti.it
Di seguito, le massime da oscar tratte dall’opera:
“La giustizia richiede isolamento, vuole più dolore che collera, prescrive che ci si astenga il più possibile dal mettersi in vista”.
“Sotto il Terzo Reich soltanto le ‘eccezioni’ potevano comportarsi in maniera ‘normale’.”
“E come nei paesi civili la legge presuppone che la voce della coscienza dica a tutti ‘Non ammazzare’, anche se talvolta l’uomo può avere istinti e tendenze omicide, così la legge della Germania hitleriana pretendeva che la voce della coscienza dicesse a tutti: ‘Ammazza’, anche se gli organizzatori dei massacri sapevano benissimo che ciò era contrario agli istinti e alle tendenze normali della maggior parte della popolazione. Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione”.
“Sotto il terrore la maggioranza si sottomette, ma ‘qualcuno no’, così come la soluzione finale insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi, ma ‘non accaddero in tutti’”.
“Se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto ove sia possibile l’umana convivenza”.
Per quest’ultima frase, il mio massimo augurio, specialmente in relazione al contesto “bellico” che stiamo vivendo.