Insulti e parolacce: le poesie proibite dell’antica Roma

In #Focus by Andrea ColoreLeave a Comment

Chi ha detto che la poesia sia solo amore e sofferenza? Quante volte da piccoli siamo stati costretti ad imparare quelle noiose poesie che tutti almeno una volta hanno letto? “La nebbia agli irti colli…”, “Sempre caro mi fu quest’ermo colle…” e l’immemorabile “Ei fu. Siccome immobile…”. La poesia, in realtà, non è fatta solo di amore e di dolore, temi che vanno per la maggiore. Può svelare lati che non conosciamo oppure ignoriamo! Poeti non sono solo Dante, Petrarca e Leopardi che ci hanno parlato di tanto amore e tanto dolore.

No. Poesia è anche di più. Torniamo indietro di duemila anni. Scordatevi l’amore suicida di Didone e le elegie di Ovidio. Quelle che studiate sui banchi di scuola non sono le sole poesie che esistono: sono solo una parte della vostra conoscenza letteraria. La più misteriosa e clamorosa sta qui per essere rivelata! I poeti sono artisti che hanno dato adito alla propria fantasia e alcuni autori hanno rovesciato tutto quello in cui crediamo e che tutti siamo abituati a leggere in versi. Di certo, non sempre questi scatti d’ira sono solo esercizio di scrittura: spesso non nascondono un secondo fine denigratorio verso dei calunniatori.

AVVERTENZE: le poesie che seguiranno sono esplicite e non sono riprodotte integralmente. Sono qui esposti i versi più crudi che mai vi aspetterete dai vostri autori preferiti. Divertiti, oh lettore. Così direbbero gli antichi poeti!

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Il primo poeta è Gaio Valerio Catullo, il famoso poeta che tesseva le lodi di Lesbia. Una sezione della sua opera è conosciuta come “poesie proibite”, nelle quali dà libero sfogo alla rabbia, anche con accenti molto volgari.

Il carme 16 (versi 1-4), ad esempio, prende di mira un tale Aurelio e un tale Furio che accusano il poeta latino di essere poco virile. Al che Catullo risponde con questi versi:

“Io ve lo ficcherò su per il culo e poi in bocca,
Aurelio succhiacazzi e Furio frocia sfondata,
che pei miei versetti pensate, sol perché
son teneri e gentili, ch’io sia poco pudico e virtuoso”

Pesante, diretto e spudorato il signor Catullo. Ma non è finita qui! Pensate che a Lesbia siano state indirizzate solo parole amorose? Leggete un po’ il carme 42 (versi 11-17) in cui Catullo si lamenta di Lesbia che non ha ricambiato il suo amore:

“‘Fetida d’una puttana, restituisci i versetti,
restituiscili tutti, puttana putrefatta’.
Te ne freghi? Oh che zozza, che gran troia,
la più degenerata che possa esistere.
Ma credo che questo non sia ancora sufficiente.
Se non altro che noi la si possa far bruciare di vergogna,
quella cagna dura come il ferro”

Ma gli insulti e le sconcezze non finiscono qua. Ecco qui il carme 56 (versi 5-7) intitolato “E’ stato un attimo”, il che dice tutto. Il “dardo” d’amore sarà la freccia di Cupido?

“Ho incontrato un tipetto nel mentre ch’era intento a ficcarlo
in una fanciulla: io, a Venere piacendo,
col mio dardo ritto, è stato un attimo, l’ho inculato”

Se ne potrebbero presentare di esempi di poesia proibita catulliana: di poesie sconce ce n’è a bizzeffe! Per esempio, il carme 97 (versi 4-7) è rivolto ad un “Emilio faccia da culo“:

“Ma in verità il suo culo è più pulito e più gradevole:
almeno è senza denti: la bocca ha zanne lunghe un piede e mezzo,
con gengive che assomigliano di più a un vecchio carretto,
e in aggiunta quand’è aperta è tal quale
la fica rotta d’una mula in calore mentre piscia”

L’ultimo passo qui sotto è tratto dal carme 98 (versi 3-4), indirizzato ad un “lecchino” di nome Vezio:

“Con codesta lingua, se ne dovessi aver bisogno, potresti
leccar culi e ciabatte di cuoiaccio grezzo”

E queste non sono nemmeno le più orripilanti e volgari poesie che scrisse Catullo; c’è di peggio. Ma qui sarebbe meglio tacere…

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Un altro maestro d’impudicizia, e non solo, è il poeta Marco Valerio Marziale, poeta dell’età imperiale, autore di famosi epigrammi. “Epigrammata” è una vera galleria di tipi umani anche grotteschi come la vecchia che perde i denti tossendo, il barbiere che fa ricresce i capelli da quanto è lento e molti altri soggetti divertenti! Ma esiste anche un “Marziale proibito” che le vostre professoresse del liceo non vi hanno mai raccontato!

Vi è mai capitato di parlare in modo ambiguo, di non essere capiti? Marziale ci suggerisce come farci capire senza nessun giro di parole con l’epigramma 65 (libro I):

“Ho detto ‘fichi’ e tu ridi quasi ch’io parlassi come un barbaro
e pretendi, Lietoano, che si dica ‘ficozzi’.
Allora chiameremo ‘fichi’ quelli che sappiamo nascer sull’albero,
‘ficozzi’ quelli che spuntan dal tuo culo, Ceciliano”

Non meno crudele e irruento del signor Catullo, il nostro amico Marziale! In questi versi dell’epigramma 75 (libro III, versi 1-4), invece, Marziale ironizza sull’impotenza di Luperco:

“Ormai da qualche tempo il cazzo non ti si drizza, Luperco,
nondimeno tu lotti delirante cercando di fartelo indurire.
Ma non hanno alcun effetto la rucola e le cipolle afrodisiache,
né in aggiunta ti è utile la famigerata santoreggia”

Nell’epigramma 18 (libro VII, versi 6-9) Marziale si lamenta di una tal Galla che quando copula non parla:

“Tu taci, ma la (tua) fica non tace.
Un dio facesse sì che tu parlassi e quella tacesse:
sono disturbato dalla loquacità della tua fica.
Preferirei che tu scorreggiassi”

Di certo, anche Marziale non si limita a lodare una donna dai capelli biondi. Come ho già ricordato, spesso c’è un secondo fine non nascosto in queste poesie così licenziose ed è lo stesso Marziale a giustificare questa scelta linguistica finalizzata ad un puro realismo.

Continuando la nostra rassegna di poesie sconce, ecco qui l’epigramma 54 (libro VIII) rivolta ad una lasciva Catulla:

“La più ben fatta di quante furono e sono,
ma la più troia di quante furono e sono,
Oh come desidererei, Catulla, che tu fossi
meno ben fatta o un poco più decente!”

Questi ultimi versi di Marziale appartengono all’epigramma 77 (libro XI) nel quale si accusa un tal Vacerra di opportunismo:

“Vacerra passa ore ed ore in tutte le latrine
pubbliche e resta seduto l’intero giorno, ma Vacerra
desidera un invito a pranzo, non gli scappa di cacare”

Ma la tradizione poetica successiva? Come ha saputo tenere testa a questi poeti latini? Se pensate che la poesia “volgare” si chiami così per una qualche ragione linguistica, ripensateci. Il “volgare” come oggi noi lo intendiamo non ha smesso di diffondersi nemmeno fra i poeti più vicini a noi! Al prossimo articolo con la poesia comica e parodistica della tradizione italiana!

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Andrea Colore

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Nato a Milano nel 1996, dopo essersi diplomato al liceo scientifico di Cantù (CO), si iscrive al corso di laurea in lettere classiche presso l'Università degli Studi di Milano. Collabora da agosto 2015 con il sito "Social Up! Your daily lifestyle magazine". I suoi interessi spaziano in molti campi dello scibile e afferisce, all'occorrenza, a molte sezioni del sito. E' responsabile della sezione cultura.

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