Irena Sendler: l’infermiera che salvò 2500 bambini dalla Shoah rimasta sconosciuta sino al 1999

Fece uscire dal ghetto di Varsavia 2500 bambini, nascosti in ambulanze, dentro valigie e sacchi di iuta, e perfino sul fondo di una cassetta per attrezzi: era conosciuta con il nome di battaglia di Jolanta. Anche dopo molti anni dalla fine della guerra, erano poche le persone che sapevano quanto questa donna dall’apparenza fragile fosse riuscita a fare durante gli anni bui del nazismo.

Irena Sendler, morta nel 2008, quando aveva quasi un secolo di vita sulle spalle, fu una delle figure più notevoli tra le molte che lottarono contro l’orrore del regime nazista. Quando i tedeschi l’arrestarono, nell’ottobre del ’43, lei, grazie al suo ruolo di assistente sociale, aveva già salvato 2500 bambini ebrei dalla deportazione nei campi di concentramento.

Fu picchiata, torturata e condannata a morte dalla Gestapo, ma Irena non svelò mai i suoi segreti, e sfuggì alla morte grazie all’aiuto di altri membri della resistenza polacca. Nonostante questo, lei non si sentiva un’eroina, anzi, il termine la irritava parecchio, perché affermava di “avere rimorsi di coscienza per aver fatto così poco”.

Irena diceva, parlando del suo impegno verso gli altri, di essere stata influenzata dall’esempio dei genitori, in particolare del padre, un medico che esercitava in una piccola città nei pressi di Varsavia. La maggior parte dei suoi pazienti era costituita da ebrei poveri, che molti dei suoi colleghi non volevano curare. Questo gli costò la vita, perché morì durante un’epidemia di tifo, proprio per non aver voluto abbandonare i suoi malati.
Irena aveva solo sette anni, ma probabilmente la figura paterna rimase per lei un esempio da seguire.

Quando i tedeschi invasero la Polonia, nel settembre del 1939, Irena lavorava come assistente sociale a Varsavia, ed era responsabile degli aiuti, sia alimentari che finanziari, previsti per i poveri della città.

Fin dall’inizio dell’occupazione, Irena aiutò le famiglie ebree, fornendo documenti falsi, per nasconderne le origini. Poi, nell’autunno del 1940, la situazione divenne drammatica, perché tutti gli ebrei (circa mezzo milione, oltre un terzo dell’intera popolazione di Varsavia) furono definitivamente segregati nel ghetto, attorno al quale fu costruito un muro. Era una prigione a cielo aperto, un comodo mezzo per isolare gli ebrei prima di mandarli (quelli che sopravvivevano alla fame, alle malattie e ai maltrattamenti) a morte certa nel campo di sterminio di Treblinka. Nel luglio del ’42 iniziò l’Operazione Reinhard, la soluzione finale era cominciata: 250.000 ebrei furono presi dal ghetto e portati a Treblinka, una delle famigerate fabbriche della morte dove i prigionieri venivano uccisi nel giro di poche ore dal loro arrivo.

Irena, che nel 1942 era entrata a far parte della resistenza polacca, fu incaricata dal movimento clandestino a cui aveva aderito, la Zegota, di portare in salvo il maggior numero di bambini confinati nel ghetto, a cui poteva accedere con la scusa di controllare l’andamento dell’epidemia di tifo. Una volta dentro, Irena metteva sempre la stella di David, in segno di solidarietà con gli ebrei, ma anche per confondersi con i residenti.

Naturalmente, questa coraggiosa donna non poteva agire da sola, insieme a lei si impegnarono una ventina di persone, con compiti diversi: portare fuori i bambini, trovare una casa dove farli ospitare, e procurare i documenti falsi necessari alla loro nuova vita.

I piccoli furono fatti uscire in modi ingegnosi e talvolta anche bizzarri: legati con una cinghia sotto ad una barella, quando un’ambulanza usciva dal ghetto, oppure fatti passare attraverso le fogne, mentre i più piccoli venivano messi in valigie o scatole, e addirittura nei sacchi di patate. Ma la difficoltà maggiore consisteva nel convincere i genitori a separarsi dai loro figli. Irena non poteva certo garantire la loro sopravvivenza, ma cercava di far capire alle madri disperate che tenerli nel ghetto equivaleva a morte certa. La maggior parte dei bambini fu ospitata in conventi o altre strutture religiose, ma anche in case private, nonostante fosse prevista la pena di morte per chi avesse accolto un ebreo.

La difficoltà maggiore era convincere i genitori a separarsi dai figli, ma restare nel ghetto significava morte certa

Irena registrò tutti i bambini salvati, con il nome di origine, la nuova identità e il luogo dove erano stati mandati. Scrisse questi elenchi su fogli di carta velina, conservati in vasi di vetro che seppelliva sotto un albero di mele. Nell’ottobre del ’43 fu arrestata dalla Gestapo, portata in carcere e torturata. L’elegante ufficiale tedesco che la interrogò, voleva sapere i nomi degli altri membri della Zegota, che lei si rifiutò di rivelare, così le furono rotte le gambe e i piedi.

Condannata a morte, si salvò grazie all’avidità del soldato che doveva sorvegliare la sua esecuzione, corrotto da alcuni membri della Zegota. Data per morta dai tedeschi stessi, in realtà Irena si nascose per tutta la durata della guerra. Dopo la liberazione, il suo primo pensiero fu quello di recuperare gli elenchi dei bambini, per riconsegnarli alle loro famiglie. Purtroppo, erano state quasi tutte sterminate.

Anche se nel 1983 le fu conferita la più alta onorificenza di Israele, la medaglia di “Giusto tra le Nazioni”, a quello che fece e patì per salvare tanti bambini non fu mai dato un grande risalto, soprattutto in patria. Il grande lavoro svolto da Irena cominciò ad essere conosciuto grazie ad un gruppo di studentesse del Kansas, che nel 1999 diedero vita al progetto “Life in a Jar” (La vita in un barattolo), diventato un’opera teatrale.

Nel 2007 venne proclamata Eroe Nazionale dal parlamento della Polonia. Irena, ormai novantasettenne, non poté presenziare alla cerimonia in parlamento, e mandò due righe che esemplificano l’eccezionalità della sua opera:

Ogni bambino salvato con il mio aiuto è la giustificazione della mia esistenza su questa terra, e non un titolo di gloria.



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