Lavinia Petti

Intervista a Lavinia Petti: la narratrice di fiabe per adulti che ci ha stregati

Lavinia Petti, classe 1988, è nata a Napoli e di mestiere racconta fiabe agli adulti che credono di non averne più bisogno.

Laureata in Studi Islamici all’Istituto Orientale di Napoli, la passione per le scrittura è sempre stata viva in lei e il talento le fu riconosciuto presto vincendo vari concorsi letterari. Ha esordito nel mondo dell’editoria con un romanzo molto fortunato e dalla gestazione lunga e bizzarra. Se di solito sono gli scrittori ad andare a caccia di editori, a Lavinia è accaduto il contrario. Dopo aver mandato alla casa editrice Longanesi il primo capitolo di un libro scritto a soli 17 anni, la giovane scrittrice abbandonò ogni aspettativa partendo per un anno sabbatico nel lontano medio oriente. A riportarla alla realtà sarà una email dal direttore editoriale della Longanesi che volevano il resto del romanzo.

Così nacque Il ladro di nebbia, la storia di uno stralunato e asociale scrittore dal passato misterioso sullo sfondo di una Napoli noir. Un romanzo che strizza l’occhio alle ambientazioni di Zafòn, che si ispira al mondo trasognante di Alice nel Paese delle Meraviglie, avventuroso e coinvolgente come L’isola del Tesoro, in un freudiano bilico tra sogno e realtà. Il fil rouge di tutto il romanzo è il tema della ricerca della memoria perduta. Perché a volte per andare avanti, bisogna prima guardarsi indietro…

Un best seller tradotto in Francia, Spagna, Turchia e Polonia, finalista al premio Garp di Bologna, al Premio Fondazione Megamark di Trani, al premio Letteraria Città di Fano e vincitore del premio Brancati di Zafferana Etnea. Ma Lavinia ha in serbo per i lettori di tutto il mondo ancora molte novità..

Ti sei avvicinata al mondo della scrittura fin dalla più tenera età, tanto che hai iniziato la stesura del tuo grande successo, “Il ladro di nebbia”,  a soli 17 anni. Sognavi di fare questo lavoro da bambina?

Sì, bé… fare la scrittrice è un po’ il sogno delle bambine che crescono a pane e libri. Avevo sette anni quando lessi Piccole Donne e volevo essere Jo March. Chi non lo ha desiderato? Poi amavo le storie, le amo tuttora. Amo ascoltarle e raccontarle.

Un mondo fantastico, personaggi allegorici, una realtà surreale dove nulla è come sembra: ecco i motivi per cui “Il Ladro di nebbia” è stato spesso definito una favola per adulti. Tu come lo definiresti?

Fiaba per adulti è in assoluto l’espressione che preferisco. È quella che sento più vicina al mio modo di concepire le storie. È difficilissimo per me immaginare il pubblico ideale: ho sempre voluto scrivere per ragazzi, desidero tantissimo arrivare a loro, ma quando mi ritrovo a buttar giù pensieri e intrecci mi rendo conto che sono adatti anche a un pubblico adulto. A volte perché inserisco scene violente, dure, malinconiche, a volte perché parlo di vite già vissute e consumate piuttosto che di vite ancora da vivere. E quindi? Non credo di appartenere al genere Young Adult (spero di no). Ma alla fine, i generi sono anche una comodità dei librai che devono suddividere i romanzi tra gli scaffali. Una storia è una storia, e a quante più persone arriva, tanto meglio. Non conta l’età. I miei lettori spaziano da persone di settant’anni a ragazzini di dodici, e questo è meraviglioso.

Un tema ricorrente ne “Il ladro di Nebbia” è l’importanza dei ricordi e la ricerca della memoria perduta, dove il tempo assume le sembianze di un crudele tiranno che regge le redini della nostra vita. Che cos’è per te il Tempo e, soprattutto, quanto è importante la Memoria?

Il tempo è un’invenzione. Stagioni, calendari, orologi… certo, a qualcosa servono. A me servono a essere sempre in ritardo: ho trent’anni, single, una stanza in affitto al centro storico, in una casa con sei coinquilini, e ho la sensazione di essere in ritardo sulla vita in un modo pazzesco. Ma poi mi fermo a pensarci: perché tutta quest’ansia? Non bisognerebbe pensare in termini di tempo, ma di esperienze vissute e da vivere, e questo solo quando siamo pronti; e la verità è che ognuno di noi è pronto in un momento diverso. Ho fatto tantissime cose, ho viaggiato, ho realizzato moltissimi sogni, e se lo misuro così il mio tempo non mi sembra perduto o rallentato: è pienissimo.

Andiamo ora alla Memoria. Non faccio che parlare dell’importanza di ricordare: sacrosanto. Cosa siamo noi senza ricordi? Ma dimenticare è una benedizione. Si dovrebbe trovare un equilibrio, non pensi?

Protagonista de “Il ladro di nebbia” è Antonio Fonte, uno scrittore di successo che scrive solo per denaro e per la sua gatta Calliope, l’unica compagnia nella sua misera vita. Secondo te, si può avere successo in questo lavoro scrivendo senza passione?

No, nel modo più assoluto. Lo capisco ora che scrivo per mestiere: quando lo facevo per me stessa era totalmente diverso, ora richiede molto più impegno e una totale dedizione. È un amore che non può essere privo di odio. Ci sono momenti in cui detesto scrivere: le storie sono troppo intrecciate, quel personaggio non funziona, le parole non sono giuste, niente ha senso. In quei momenti scaraventerei il computer giù dalla finestra. Prima vivevo questi momenti con molta più angoscia. Adesso so che basta staccare per qualche ora, anche qualche giorno, senza sentirmi in colpa. Poi la soluzione viene così, dal nulla, e sbrogli tutto. E allora il bisogno di scrivere torna di nuovo fortissimo e non posso farne a meno. È come una relazione: devi superare i momenti duri. Illuderti che non ci siano è un sogno da bambino. Ma se ami qualcosa o qualcuno, se vuoi che quella sia la tua realtà, vai fino in fondo, vai oltre l’odio.

Un passaggio del viaggio a Tirnaìl vede il protagonista Antonio Fonte partecipe di un’asta molto particolare, l’Asta delle Illusioni. In vendita ci sono i ricordi di tutta una vita, in cambio di oggetti futili o pochi attimi di folle divertimento. Una scena al confine tra il paese 
dei balocchi di Pinocchio e un rito dionisiaco pazzo e disperato. A questo proposito, pensi che sia più facile dimenticare o ricordare?

Non sai quanto mi sono divertita a scrivere dell’Asta! Era una scena che prima non esisteva, l’ho creata molto dopo, quando ho saputo che il romanzo sarebbe stato pubblicato. Prima era Genève a cambiare il nome di Antonio, in modo molto casuale, poi ho pensato che dovesse essere lui a perdere la propria identità. È una cosa che capita quando siamo innamorati, no? Non so se è più facile dimenticare o ricordare, dipende molto dai casi. Ma come dicevo prima, sto imparando che entrambe le cose sono necessarie per tirare avanti. Il ladro di nebbia parla tanto dell’importanza dei ricordi, della scelta di non seppellire quello che siamo stati, di affrontare quello che non ci piace di noi stessi. Adesso mi rendo conto che è fondamentale anche riuscire a lasciar andare. Questo non significa dimenticare, ma convivere con il ricordo di cose perdute. Accettare che perdita e dimenticanza fanno parte della nostra vita tanto quanto conquista e memoria.

Hai raccontato recentemente di aver tenuto un corso di scrittura agli studenti dell’Università di Salerno. Che cosa consiglieresti a coloro che amano il mondo della scrittura e sognano di fare della loro passione un mestiere?

Quello che ho tanto ripetuto ai ragazzi di Salerno, che sono stati un pubblico attentissimo e fantastico, è di trovare il loro metodo. È un aspetto fondamentale, che nessuno ti può insegnare: devi scoprirlo da solo, ed è un’immensa conquista per qualunque scrittore. Ho ripetuto più e più volte che non si deve mollare: si può diventare scrittori a venti come a sessant’anni. Tentare quindi tutte le vie, mandare le proprie storie in giro, perché non sai mai chi le leggerà. Inoltre, come dicevo prima, è fondamentale comprendere che scrivere e fare lo scrittore sono due cose molto diverse. Bisogna mettere da parte sogni e aspettative e capire che è un mestiere duro, ma le soddisfazioni sono immense.

Oltre a questo: leggere tantissimo, scrivere ogni giorno.

Arriviamo alla domanda che tutti noi fan vorremmo farti. Sappiamo che stai scrivendo un nuovo libro: cosa bolle in pentola? Ci sarà ancora Antonio Fonte sullo sfondo di una Napoli gotica e magica o sarà una nuova storia?

Non ci sarà Antonio, ma ci sarà Napoli. Ne approfitto per chiedere scusa ai lettori che si aspettavano già da tempo questo romanzo, ma io sono molto lenta. Ho impiegato dieci anni a completare Il Ladro di Nebbia, così come lo avete oggi sui vostri scaffali. Per quanto riguarda il nuovo romanzo, è la terza stesura che faccio nel corso di tre anni, e solo ora comincio a esserne soddisfatta. Prometto che l’avrete entro quest’anno. È una storia d’avventura e la protagonista è una ragazza di tredici anni, che scappa di casa quando scopre di essere stata adottata. Parlo molto della ricerca delle origini e, ancora una volta, della memoria. Non è surreale come Il ladro di nebbia, ma vi assicuro che c’è della magia. Non potrebbe essere altrimenti, visto che fa riferimento ad alcuni miti fondanti della città, dalle sirene all’uovo di Virgilio.

Con queste parole, Lavinia ci lascia in attesa della sua prossima storia su carta e inchiostro. Noi già la adoriamo!



Lucrezia Vardanega