Intervista a Dongocò: il “rapper psicologo” che racconta in rime la disabilità

Catiuscia Polzella

In MUSICA, SPETTACOLO / Catiuscia Polzella / Comments

Oggi vi portiamo in Calabria, precisamente a Roggiano Gravina. E’ proprio qui che, tra palchi improvvisati e teatri di periferia, ha inizio la storia di Antonio Turano, in arte Dongocò, un ragazzo come tanti ma con la passione per il rap e per e per la musica. Una passione così grande che lo spinge a trasferirsi a Roma, migliorando come rapper e come registra.

Tuttavia, è proprio nella capitale che riesce a coniugare la musica con una sua altra grande passione: la psicologia. Si laurea in Psicologia Clinica nel 2009, segue un master e inizia a lavorare come psicologo, riuscendo a coniugare la sua passione per le note con il percorso professionale. Diviso tra serate, club, comunità e lavoro in studio, Dongocò crea “ArteteRAPia”, perché anche il rap può aiutare a superare le gravi disabilità. E’ da questa idea che nasce il suo nuovo album “Conclamata Normalità”, uscito lo scorso 3 marzo, un lavoro in cui il “rapper psicologo” affronta il tema delle disabilità in contrasto con quello che noi pensiamo sia la normalità.

Noi di Social Up abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo e di fare quattro chiacchiere con lui. Ecco tutto quello che ci ha raccontato.

1. Prima di tutto una curiosità: come mai Dongocò? Perché hai scelto questo nome?

Mia nonna mi chiamava così, credo per una deformazione di “Don Antò”. Poi  quando si ammalò, aveva il morbo di Alzheimer che la portava a dimenticare i nome di tutti i familiari, riusciva a riconoscere solo Dongocò e quando qualcuno lo diceva mi guardava e rideva.  Per un periodo lo abbreviai in “Dongo” dato che in pochi riescono a ricordarlo  correttamente ma ad un certo punto mi sono detto: se ha resistito all’Alzheimer, possibile che non riesca a superare i limiti della normalità? E sono tornato alla forma intera, nonostante tuttora subisca continui storpiamenti.

2. Come nasce la tua passione per il rap?

Ho iniziato ad ascoltare Jovanotti a 7 anni, poi grazie ad amici ho scoperto la scena underground italiana e ho iniziato a conoscere chi scriveva e pensare che quella cosa sarebbe stata possibile anche per me. Allora ho iniziato a provare e non ho più smesso.

3. Sei di origini calabresi. Quanto incidono le tue origini sulla musica e sui testi che fai?

Ha sempre influito tantissimo anche perché i primi testi li ho scritti quando vivevo ancora lì, a contatto diretto con i pro e i contro. Le sue contraddizioni sono state il vento sul fuoco della passione per la scrittura. Senza la Calabria non esisterebbe la mia musica. Sono molto legato anche al dialetto, anche se lo utilizzo sempre meno, ma ho scritto molto utilizzandolo e credo, per alcuni aspetti, di aver scritto le cose meglio riuscite.

4. Molti ti definiscono il “rap psicologo”. Come riesci a far convivere queste due anime, così tanto diverse tra loro?

Le 2 cose convivono sin dall’inizio, uno dei miei primi testi si chiamava “Distorsioni mentali”, e poi “Legge della parola” pur non conoscendo  ancora la psicologia. Entrambe, il rap e la psicologia, sono fondate sull’uso della parola come strumento trasformativo. Non credo siano così lontane in realtà. Poi è fondamentale distinguere le due passioni e che, anche se a volte si incontrano, ognuna ha il suo spazio ben definito.

5. Lo scorso marzo è uscito il tuo nuovo disco “Conclamata normalità”. Come lo descriveresti?

In una parola, anche se sembrano due: “troppopieno”. E’ un’immagine che avevo fin dall’inizio e l’ho voluta mettere anche nel retro del booklet del cd. Hai presente il buco del lavandino che se si riempie troppo evita che si allaghi casa? Ecco, quello si chiama così (tra l’altro sto scoprendo che in pochi lo sanno). E’ quel canale “alternativo” che permette alle cose di fuoriuscire, per evitare danni. Permette di lasciar uscire quelle che nel primo brano del disco, e primo singolo, ho chiamato le “pratiche inevase”.

6. I tuoi testi non sono per nulla banali, diversi da quelli che siamo abituati ad ascoltare e il tuo nuovo singolo “ThisAbility” ne è un esempio. Credi che la musica possa davvero contribuire ad educare e sensibilizzare le nuove generazioni?

Penso che la musica abbia un grande potenziale educativo: sono per l’edutainment, che è alla base dell’hip hop, educazione ed intrattenimento. Credo però che l’educazione non venga solo dai temi che si affrontano, ma soprattutto dal “come” si fanno le cose. E’ nel “come” che si trasmette quello che si è realmente. Io scrivo di certi temi perché sono i miei interessi, che mi appassionano e attirano la mia attenzione, ma la cosa potrebbe essere dello stesso valore, a mio avviso, anche se scrivessi di sport, di storia, o qualsiasi altra cosa. Nel mio caso spesso mi rendo conto di trattare argomenti per molti estranei se non addirittura tabù, per cui se un mio testo può aprire dialoghi e finestre su questi tanto meglio ma non è fatto con questa finalità “educativa”, il motivo è che mi “diverte”.

7. Ed infine una domanda d’obbligo: cosa bolle in pentola?

Stiamo lavorando a nuove cose relative a “Conclamata Normalità” – presto sulla mia pagina facebook DonGocò – e poi siamo in studio a lavorare al live con la band e a scrivere nuove cose…