Intervista a Daniele Ciprì: l’importanza dell’immaginario nel cinema

Di origini palermitane, Daniele Ciprì è regista, direttore della fotografia e sceneggiatore. Nel 2019 sarà Presidente di Giuria del Catania Film Fest 2019 – Gold Elephant World, ottava edizione

Vincitore nel 2010 del David di Donatello per la Fotografia del film “Vincere” di Marco Bellocchio. Nel 2012 il suo film “E’ stato il figlio” è stato premiato con il Globo d’oro e ha ottenuto il Premio Osella a Venezia 69′. Anche docente di Fotografia all’Accademia Cinema e Televisione Griffith di Roma, nel 2019 è direttore della Fotografia di due film italiani acclamati dal pubblico e dalla critica: “Il primo re” di Matteo Rovere e “La paranza dei bambini” di Claudio Giovannesi (pellicola vincitrice dell’Orso d’argento a Berlino).

Social up Magazine lo ha intervistato per voi:

Salve Daniele, grazie per questa intervista. Partiamo innanzitutto dalla fotografia, di cui è stato direttore, in numerosi film, ottenendo molti riconoscimenti.

Quale pensa sia il segreto di una buona fotografia in una pellicola?

Quale è il rapporto che si instaura tra il regista e il direttore della Fotografia?

Daniele Ciprì sul set di “E’ stato il figlio”

La risposta alle due domande è in realtà unica. Io dico sempre che essere direttore della fotografia significa entrare nell’immaginario altrui, incontrare l’autore che hai davanti, che ti propone una storia, e cercare di capire il più possibile come egli voglia costruire per immagini il suo racconto. Questa è la prima fase della direzione della fotografia: comprendere il regista, gli attori e i loro personaggi, approfondire la natura della storia che ci si appresta a raccontare, sia essa un dramma, una commedia, o di altro genere. Dopo di che, viene l’aspetto tecnico, l’aspetto costruttivo, più prettamente fotografico. Nella mia esperienza, considerando il fatto che anch’io sono regista, capisco bene lo stato dell’animo dell’autore e mi immedesimo nel suo progetto e nelle sue idee, per poi adottare di conseguenza le scelte tecniche più opportune per il film. Quindi il rapporto tra regista e direttore della fotografia è molto stretto, fondamentale direi.

Cosa può dirici delle scelte fotografiche da lei utilizzate in “Il primo re” di Rovere e la “Paranza dei Bambini” di Giovannesi, entrambi film del 2019?

In entrambi film, come dicevo, rispondendo alla tua prima domanda, le scelte sono state adottate in relazione alla personalità e al progetto registico che volevamo realizzare.

Per quanto riguarda “Il primo re”, è stato davvero interessante curare la fotografia di questo film, perché si trattava di descrivere un luogo che non esisteva, raccontando una storia mai vista sullo schermo: Romolo e Remo, prima della Fondazione di Roma. Bisognava quindi rispondere a tante domande su ambientazioni nuove, per molti versi frutto di un immaginario inedito.

“Il primo re” di Matteo Rovere

Per questi motivi il lavoro sull’immagine è stato fondamentale per realizzare la pellicola e renderla credibile e autentica, non a caso, Matteo Rovere, il regista, parla spesso del “nostro film”, mio e suo (ride).

Per me è stata una sfida, perché si doveva costruire un’immagine dal nulla. Per farlo ho utilizzato disegni e fotografie di film degli anni 50′ e 60′, ad esempio i film su “Ercole” e “Maciste”. Nel cinema contemporaneo, invece, mi sono rifatto a “Dracula” di Coppola, per poi fondere questi elementi, insieme a molti altri, in un immaginario fotografico nuovo che potesse dare sostanza all’ambientazione e ai contenuti del film, che il regista aveva molto chiari in mente. In questo senso devo dire che Matteo Rovere mi ha fatto un gran regalo, perché era da anni che volevo fare un film del genere: un film storico non digitalizzato, materiale, “primitivo”, autentico, con un’attenta ricerca di luci reali, e la ricostruzione della pioggia e del fango, in un mondo brutale e antico, appunto. L’unico effetto artificiale è quello dell’esondazione del Tevere, all’inizio del film. Abbiamo girato col freddo e nel fango e sul set e gli attori urlavano davvero (non sto scherzando).

La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi

La “Paranza dei bambini” di Giovannesi, è stata un’esperienza di diverso tipo, sempre molto stimolante. Il regista racconta in maniera straordinaria la storia di una generazione. La pellicola è tratta dall’omonimo libro di Saviano e ci eravamo proposti fin dall’inizio di andare oltre i cliché, legati ad esempio alla serializzazione di Gomorra.

Da questo punto di vista, nel film sono ripresi luoghi reali: Napoli nella sua fatiscenza e povertà, Napoli nella ricchezza dei boss della Camorra, attraverso una telecamera mobile, con la macchina da presa che spazia, cammina, entra, esce dentro la scene, con eleganza e, al contempo, con lo scopo, fondamentale, di rappresentare la realtà, senza cadere, come dicevo prima, nella trappola degli steriotipi televisivi, assecondando, al contrario, una visione personale di queste vicende così reali e importanti, cosa che Giovannesi, che ha un suo personale percorso cinematografico, teneva particolarmente a fare, cioè seguire e trasmettere la propria rappresentazione di queste storie.

Cosa la spinge a fare cinema?

E’ la passione a muovermi in tutti i miei lavori. Una passione che è nata quando ero ragazzino e che, inizialmente, non avrei immaginato mi avrebbe portato a fare il regista o il direttore della fotografia. Per lungo tempo mi sono occupato di altre cose: ero molto bravo a biliardo ad esempio ed avevo una grande passione per il modellismo. Poi, però, muovendomi a lungo nel mondo dell’immagine, altra mia grande passione, e della sperimentazione visiva, sono passato dietro la macchina da presa come autore di cinema e direttore della fotografia; ma, in fin dei conti, probabilmente, tutto è nato da quando mio padre mi portava da piccolo in sala a vedere film. E’ da allora che mi è “scattata” questa malattia (ride), che dura ancora oggi e cerco sempre nuove sfide che possano essere per me stimolanti.

Cosa pensa invece del bianco e nero di Roma, di Alfonso Cuaròn, premiato con l’oscar 2019 per la migliore fotografia?

Daniele Ciprì sul set di “La Buca”

E’ un regista straordinario, oltre ad essere un grande direttore della fotografia. Per me è un documentarista. In “Gravity” ad esempio sfrutta la tecnologia per descrivere una storia di dispersione nello spazio, di abbandono e di rinascita, che, alla fine, è abbastanza lineare, e non è il tema principale del film, perché lo scopo è più che altro quello di raccontare, esclusivamente attraverso le immagini, quella che io definisco la gravità stessa del cinema. Ho amato questo film.

Anche “Roma”, lo potremmo definire un non-film, che con la perizia di un documentario racconta l’infanzia del regista. Un racconto personalissimo, analizzato con un grande senso dell’immagine e importanti intuizioni visive. Un film d’autore per cui ha impiegato tre anni, una delle migliori produzioni Netflix, che rilancia il “conflitto” tra cinema e piattaforme streaming.

Nel 2010 ha ricevuto il David di Donatello per la Fotografia di “Vincere” di Marco Bellocchio, cosa può dirci di questa esperienza?

“Vincere” di Marco Bellocchio

Una delle esperienze più belle della mia carriera. Marco Bellocchio è un regista con una lunga storia alle spalle – oggi vanta più di quaranta film. Quando sei sul set con lui non puoi che imparare. Vederlo e guardarlo è sempre una cosa meravigliosa. Ho imparato molto da lui, ad esempio il rapporto con gli attori e la capacità di avvicinarsi a loro, entrando nella loro psicologia. “Vincere” è stato un grande regalo che Marco mi ha fatto, perché mi propose questo film, dopo la mia separazione da Maresco, in periodo di stallo, in cui mi ero allontanato dalla cinematografia. Assieme a Bellocchio sono ritornato al cinema e questo film mi ha dato davvero tanto, il David, ma anche numerosi altri premi e riconoscimenti. Come tutti i suoi film era molto personale e complesso, un film d’autore, come anche il suo incredibile esordio cinematografico “I Pugni in tasca”. Un maestro.

Quest’anno sarà Presidente della Giuria di Qualità del Catania Film Fest 2019, dove è stato ospite 2 anni fa, ricevendo il Premio per la Migliore Fotografia per “Penalty”, cortometraggio di Aldo Iuliano.

Da palermitano qual è il suo rapporto con Catania? Più in generale qual ‘è il suo legame con la Sicilia? E’ secondo lei una terra di contraddizioni?

La Sicilia senz’altro è una terra di contraddizioni, ma io non l’abbandonerò mai, da un punto di vista psicologico, ma anche logistico (ride), ho ancora residenza a Palermo e quando scendo in Sicilia, vivo a Siracusa. Il mio rapporto con la Sicilia è intenso, viscerale, non si è mai interrotto. Mi manca tanto. Quando vado lì mi vengono tante idee. A Roma, trovo più concentrazione quando sono a Prenestina, più che a Trastevere, dove vivevo prima.

Per quanto riguarda Palermo, l’ho trovata cambiata, un cambiamento positivo, che per certi versi la fa discostare dal mio immaginario personale, con cui la ricordavo, soprattutto quando andavo a girare per le periferie negli anni 90′, nei quartieri più degradati. 

Dal punto di vista artistico preferisco stare in Sicilia, anche se Roma è il luogo in cui lavoro. Non si tratta di un sentimento puramente “romantico”, ma di una necessità creativa vera e propria. In Sicilia non c’è la nevrosi del lavoro che si respira per certi versi a Roma: io trovo maggiore concentrazione nella mia isola, in cui riesco a trovare il giusto isolamento, che mi permette di sperimentare nella mia professione…E poi siamo i migliori! (ride). Davvero. Grandissimi artisti hanno origini siciliane, sia nel cinema che nella musica, basta pensare a Minnelli, Coppola, Capra, Scorsese, che pur non avendo vissuto in Sicilia, portano con loro, secondo me, un’identità di fondo comune, che solo noi siciliani possediamo. La nostra è la terra più riflessiva e ce ne possiamo vantare.

Nel suo film “E’ stato il figlio” del 2019, tratto dal romanzo di Roberto Alajmo, si racconta di una famiglia palermitana, i cui legami appaiono a dir poco fragili e facilmente sostituibili con i beni materiali. Una visione disincantata e grottesca dei siciliani, e forse, più in generale dell’umanità. Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?

Quando mi è stato presentato il libro di Alajmo per farne un film, ho ragionato a lungo su come trasporlo sullo schermo, anche con la mia compagna e Massimo Gaudioso, che hanno collaborato con me nella scrittura del lungometraggio. Ho abbandonato il mio mondo (venivo dalle esperienze di “Cinico” e “Cagliostro”) per accostarmi a questa vicenda umana realmente accaduta, che in qualche modo, a mio parere, assume una dimensione ben più ampia perché temi come la povertà, la ricchezza, il potere, l’apparire, che emergono nella pellicola, appartengono al mondo, sono internazionali. Sono contento di aver realizzato questo film, anche perché penso che ogni pellicola rappresenti un momento della propria vita.

Roberto mi aveva regalato una storia che già lui aveva disegnato nel suo romanzo. Io, insieme agli sceneggiatori, ho aggiunto diversi elementi che amplificavano e andavano oltre l’effetto realistico del film, utilizzando un po’ la chiave del grottesco e del drammatico, aggiungendo aspetti che fanno parte del mio immaginario, perché credo che anche quando si racconta una storia vera sia sempre necessario filtrarla e ampliarla attraverso le proprie idee e il proprio sguardo.

E’ anche docente all’ Accademia Cinema e Televisione Griffith di Roma.

Quali sono i suoi consigli per i giovani che vogliono cimentarsi nel mondo del cinema? Dove vi sono più opportunità, in Italia o all’Estero?

Senza dubbio, per quanto riguarda l’estero, il sistema americano è quello delle grandi produzioni, in cui al livello tecnico trovi grandissima concorrenza ed in cui è molto difficile emergere. Un giovane regista in America è davvero nella mischia e rischia di venire “schiacciato” dal sistema frenetico della produzione.

Per questo, a mio parere, i giovani registi dovrebbero rifarsi più al cinema europeo che a quello americano, anche perché molti grandi registi statunitensi, da ultimo Tim Burton alla premiazione dei David di Donatello, hanno ammesso il debito che loro stessi hanno nei confronti del cinema europeo e di quello italiano, che quindi va recuperato, non denigrato.

Quindi ciò che consiglio ai registi emergenti è di trovare una propria visione, cercare di raccontare solo quando se ne sente realmente l’esigenza, non girare solo per dire di essere registi. Creare un proprio immaginario, imparando dai grandi autori del cinema, vedere tanti film e riscoprire anche le vecchie pellicole (da Keaton a Tarkovskij, ai maestri italiani, come Antonioni e Visconti), avendo la pazienza di studiarle e di apprendere da esse, senza fetiscismo, per riflettervi su e rielaborarle; essere consapevoli poi che il mestiere del cinema è uno dei più difficili al mondo: perché hai a che fare con tutti i mestieri.

Un’altra cosa che consiglio è frequentare le scuole, che portano al confronto e stimolano la creatività, oltre a permettere di apprendere la tecnica. Tra queste, le scuole americane di cinema danno una visione più in grande: in America i tempi di realizzazione dei film sono più lunghi, perché l’investimento nel cinema è di gran lunga superiore, visto che si parla di grandi produzioni e di una vera e propria industria del cinema. Un’esperienza di questo tipo può essere senza dubbio molto formativa. Per chi vuole fare l’operatore o il direttore della fotografia in America si hanno di certo maggiori possibilità di trovare impiego e di migliorare la propria formazione.

Cosa può dirci dei suoi impegni futuri?

Come direttore della fotografia è difficile elencarli tutti, sono veramente tanti. Tra questi un film su D’annunzio. Sto lavorando anche a molti cortometraggi e all’ultimo videoclip di Vinicio Capossela.

Come regista, da due anni sto progettando un nuovo film e sono contento di come stiamo lavorando. Ho l’esigenza di raccontare una storia mia. Di solito, quando assumo il ruolo di regista, lo faccio solo quando sento davvero il film che ho intenzione di fare.



Francesco Bellia