Il magico mondo delle parole intraducibili

Di Silvia Vassallo  per Social Up!

Nelle lingue di tutto il mondo esistono parole speciali, parole talmente legate alla loro cultura di appartenenza da risultare quasi intraducibili. La traduzione è un’arte raffinata ma anche complessa, e spesso ci si rende conto che una corrispondenza letterale fra due lingue, anche vicine fra loro, sia in realtà una chimera. In breve, può capitare che non si trovi nessuna parola, nel nostro dizionario, in grado di rendere a pieno il significato e l’essenza vera di un termine proveniente da un’altra lingua.

Non c’è da sorprendersi, ciò dimostra semplicemente che il lessico di una lingua non è altro che il riflesso di una mentalità, di abitudini, di vizi e virtù, di modi diversi di percepire lo spazio e il tempo. Ma proprio quelle piccole lacune presenti nel nostro lessico si possono rivelare l’occasione perfetta per esplorare nuove culture, aprirsi al dialogo e, perché no, ricorrere a parole straniere quando non riusciamo ad esprimere un particolare concetto nella nostra lingua. Non bisogna necessariamente essere grandi traduttori o interpreti, la traduzione è soprattutto un confronto dinamico e continuo che supera le barriere linguistiche per favorire così un arricchimento reciproco. Tradurre è un’arte magica, perché ogni parola apre un mondo.

Nel suo libro intitolato “Lost in Translation”, la scrittrice Ella Frances Sanders ha raccolto cinquanta parole intraducibili, più uniche che rare, provenienti da diverse lingue del mondo, dotandole di bellissime illustrazioni in grado di esprimerne l’idea e il significato. Ecco undici esempi:

“Sobremesa” è un termine che arriva dalla Spagna e indica un particolare momento della giornata: quando abbiamo finito di pranzare o cenare e iniziamo a chiacchierare con le persone con le quali abbiamo condiviso il pasto.

La parola “Iktsuarpok” arriva dall’Artico, e nella lingua degli Inuit si riferisce a quella sensazione che ci spinge a guardare fuori dalla porta di casa per vedere se è arrivato qualcuno che stiamo aspettando.

In svedese, la parola “Mangata” descrive un’immagine suggestiva e romantica: quella della luna che, di notte, si riflette nell’acqua.

La parola “Goya” proviene dall’Asia Meridionale, più precisamente dalla lingua urdu, e indica l’atto di immedesimarsi completamente in una storia, soprattutto quando qualcuno la racconta con particolare enfasi.

“Pochemuchka” è una parola russa che definisce una persona molto loquace, che tende a fare un sacco di domande.

In norvegese, la parola “Forelsket” esprime quell’indescrivibile euforia che proviamo quando cominciamo ad innamorarci di qualcuno.

La parola tedesca “Kummerspeck”, che letteralmente vuol dire “grasso da dolore”, fa riferimento proprio all’eccesso di peso accumulato in seguito alle abbuffate di cibo dovute a tristezza, stress o sconforto.

In hawaiano, “Akihi” è colui che ha dimenticato le indicazioni stradali subito dopo averle chieste e che quindi si ritrova a camminare senza sapere dove andare.

In Mali, “Pisan Zapra” indica un’unità di misura particolare, ovvero il tempo necessario per mangiare una banana.

“Tsundoku” è una parola giapponese che indica l’atto di comparare tantissimi libri per poi ammucchiarli senza mai leggerli.

“Mamihlapinatapai” è una parola del lessico yamana, la lingua degli Yamana, una popolazione autoctona della Terra del Fuoco prossima all’estinzione. Il termine descrive l’atto di guardarsi reciprocamente negli occhi sperando che l’altra persona faccia qualcosa che entrambi desiderano ardentemente, ma che nessuno dei due vuole fare per primo.



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