Genitori + gruppi su WhatsApp + scuola = disastro assicurato!

Nausicaa Borsetti

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Che sia per sentirsi parte della nuova gioventù, per credere di essere al passo con i tempi, oppure per avere uno strumento in più per controllare i figli, bisogna ammettere che WhatsApp è un’applicazione che ha ormai conquistato la generazione dei genitori. Si tratta di un tema che potrebbe essere sviluppato sotto mille aspetti: chat private tra madri e figli o padri e figli, oppure tra coniugi, o tra due amici o amiche. In realtà il “bello” viene fuori nei gruppi. Che sia quello per organizzare una serata, una partita a calcetto o una vacanza, nessuno arriverà mai al livello di una nuova tipologia che si sta manifestando ultimamente: il gruppo classe.

Genitori che fanno i conti sulla situazione scolastica e l’ambiente educativo frequentato dai relativi figli, senza l’oste: cioè senza la maestra. Scambio ossessivo di informazioni spesso traviate per i mille passaggi subiti da bocca a bocca, storpiamenti per comodo o per fare ricadere la colpa di un certo avvenimento su un bambino piuttosto che su un altro, circolazione di foto di gite scolastiche, lezioni, video di interrogazioni e molto altro. Questa è solo una piccola parte di tutto quello che accade nella realtà assolutamente eclettica del gruppo classe dei genitori.

Il problema è che, tentando di creare più coesione all’interno della realtà scolastica, in realtà spesso si ottiene l’effetto opposto, creando dinamiche al di fuori dell’ambiente strettamente legato alla struttura scuola. Le maestre si trovano quindi a dover gestire veri e propri conflitti senza essere a conoscenza degli antefatti che spesso non pongono le basi tra i banchi o in giardino all’intervallo, ma piuttosto sulla dimensione virtuale delle conversazioni su WhatsApp avvenute tra genitori. Così, tra tante risate per strafalcioni linguistici, emoticons usate a sproposito e messaggi vocali sibillini, si insinuano dinamiche che qualche decennio fa non erano neanche pensabili.

Molte le voci di protesta infervorate di insegnati che, dalla sera alla mattina, si sono visti scivolare via dalle mani la loro autorità educativa. In un ambiente dove i bambini dovrebbero essere stimolati ad aprire e indirizzare la mente verso oggetti di riflessione diversi dai sistemi multimediali che hanno spersonalizzato comunicazione privandola della sua componente gestuale ed emotiva, arricchendola invece di fraintendimenti e incomprensioni, cercare di influenzare dinamiche che dovrebbero essere gestite soltanto tra due interlocutori, cioè alunno e maestra, rischia non solo di compromettere il rapporto di fiducia che deve esserci tra allievo ed insegnante per attivare un percorso educativo di successo, ma anche il rapporto genitori – figli e genitori – insegnanti.

Talvolta infatti, le maestre vengono inserite in gruppi classe, oppure fanno l’errore di dare il proprio numero di cellulare privato ai genitori, magari in occasione di gite scolastiche o uscite didattiche. Il genitore si sente così in diritto di disturbare a qualsiasi ora del giorno e della notte attraverso messaggi o telefonate, per sapere come è andata la giornata del figlio a scuola, piuttosto che per chiedere giustificazioni per l’assegnazione di un determinato compito o per un voto preso, oppure per assicurarsi che il figlio abbia annotato correttamente sul diario i compiti da svolgere. Di certo, ai tempi della riforma Gentile, a nessun genitore sarebbe venuto in mente di andare a bussare alla porta di casa dell’insegnante per chiederle/gli spiegazioni o accusarla/lo di essere stata/o ingiusta/o o peggio.

WhatsApp ha reso possibile quel “bussare alla porta”. In modo virtuale certo, ma sta di fatto che ormai il numero di docenti che denunciano di essere impossibilitati ad avere una vita fatta di calma, pace e privacy senza il continuo avviso di notifica dell’arrivo di un messaggio sulla chat a noi nota da parte di un genitore invadente, è sempre più in aumento.  Che fare dunque?

I più esasperati dalla situazione fingono che la rivoluzione tecnologica non li abbia neanche sfiorati, e dicono di non possedere cellulari. Altri, per paura di essere tartassati come alcuni colleghi, hanno comprato telefoni senza connessione Internet e relativa sim, che sfoderano come arma segreta quando i genitori chiedono un recapito di riferimento in caso di emergenza; altri, con i nervi ormai a pezzi, indicono riunioni plenarie di emergenza per fare una bella lavata di capo ai “rompiscatole”, dando sfogo, anche se solo per un momento, a mesi e mesi di tartassamenti virtuali.

Bisogna comunque ammettere che, se si sa che il proprio figlio tende ad essere distratto e disordinato, avere un contatto diretto con l’insegnante per chiedere conferma di ciò che si è fatto in classe o ciò che bisogna che il bimbo faccia per il giorno dopo, può essere utile. 

E quindi: Whatsapp, ha allontanato o avvicinato genitori ed insegnanti? La questione rimane aperta. Ne esiste però ancora una che va affrontata: cosa ne pensano i bambini di tutta questa faccenda? Beh, da ciò che si è osservato, pare che siano più maturi dei loro genitori. Capiscono che certe questioni devono essere sbrigate tra loro e gli insegnanti senza mamma o papà a far da cuscinetto. Genitori, forse dovreste prendere esempio dai vostri bambini.