Game of Thrones: una settima stagione non proprio perfetta

In SPETTACOLO by Gabriele FardellaLeave a Comment

È stata la stagione  più attesa, la più desiderata e adesso è anche la più amata e odiata. Il settimo ciclo di puntate di “Game of Thrones”, che si è concluso domenica 27 agosto, è stato per certi versi rivoluzionario rispetto ai canoni della serie, portando con sè pregi e difetti.

Sin dalle prime puntate la narrazione è stata molto più scorrevole rispetto alle annate precedenti, con pochi punti morti e con ogni episodio che, in un modo o nell’altro, ha lasciato qualcosa a tutti i fan della serie.

Gli amanti delle battaglie non saranno sicuramente rimasti delusi da una stagione in cui oltre metà degli episodi sono culminati in uno scontro armato degno di nota. In passato, lo spazio lasciato all’azione nuda e cruda è stato limitato ad un solo episodio per stagione, quest’anno, invece, tra battaglie navali pirotecniche e il tanto atteso “debutto” dei draghi nel continente occidentale la carne al fuoco è stata davvero tanta. Azione e pathos non sono mancati e i protagonisti della serie hanno alternato momenti di trionfo a cocenti sconfitte ad ennesima testimonianza che in “Game of Thrones” nessuno è al sicuro, nemmeno un drago.

 

 

Al termine della sesta stagione ci si aspettava, per quest’annata, sette episodi incentrati sulla guerra tra Daenerys Targarien e Cersei Lannister  per la conquista di Westeros, con Jon Snow bisognoso di aiuto a causa dell’incombente minaccia rappresentata dagli Estranei. E, di fatto, così sono andate le cose, facendo però emergere alcuni difetti che pregiudicano la perfetta resa di questa stagione.

La prima cosa che salta indubbiamente agli occhi è che le varie storyline si sviluppano in maniera molto rapida, troppo rapida, con salti temporali abbastanza importanti all’interno della stessa puntata che spesso fanno storcere il naso. Diciamo che il concetto di tempo è stato molto relativo nella settima stagione e, se fosse tutto qui, non sarebbe nemmeno un difetto troppo rilevante.

Ma, se per raccontare tanti avvenimenti in sole sette puntate si finisce con l’essere troppo vaghi e superficiali su elementi fondamentali nell’economia della storia, allora qualcosa non torna!

 

 

È il caso ad esempio della storyline di Sam, sulla carta importantissima ma che non ha espresso al massimo il suo potenziale per non parlare di come il nuovo Bran tornato da oltre la Barriera sia stato pressocchè irrilevante, quasi messo lì solo per dirci, per la seconda volta, che Jon Snow non è figlio di Ned Stark (come se non lo si fosse già capito). C’è anche da dire che l’incontro di questi due personaggi nel finale di stagione non è casuale. Saranno loro infatti, molto probabilmente, ad aiutare l’esercito dei vivi contro i non morti – appena entrati nel continente occidentale – con i propri poteri e la propria conoscenza.

Tanto fan service e parecchia prevedibilità chiudono il cerchio di una stagione che rispetta le grandi aspettative ma che non può essere definita perfetta. Ormai ci siamo, iniziata come una delle serie più corali mai esistite Game of Thrones” ha finalmente preso una direzione univoca. Perché a questo “serviva” questa settima stagione: creare un’unica grande storyline che coinvolga tutti i più grandi protagonisti della serie.

L’inverno è arrivato, riusciranno i tre Re di Westeros ad affrontarlo?