Congedo mestruale alle donne lavoratrici del Mondo: a che punto siamo?

In una società in cui si parla spesso dei limiti che l’assunzione di una donna potrebbe arrecare al benessere dell’azienda, siate come il mobilificio francese Louis di Labége. L’azienda, cosciente del disagio fisico che ogni mese le loro otto dipendenti provano per via del ciclo mestruale, ha deciso di introdurre a partire dall’8 marzo una giornata al mese di congedo mestruale retribuito.

Certo, un solo giorno è troppo poco e questo lo sa bene Irene Montero. La ministra spagnola per l’Uguaglianza che intende introdurre il congedo mestruale di tre giorni come uno dei punti salienti della riforma della legge sull’aborto.

Iniziative che ricordano l’importanza di riconoscere, a livello globale, provvedimenti simili all’interno della propria impresa. Poiché è solo così che istituzioni, governi e privati possono sostenere e incoraggiare l’empowerment femminile.

Si tratta di uno strumento che permette alle donne di assentarsi dal lavoro nelle giornate in cui i dolori derivanti dalle mestruazioni sono troppo forti. Ed, inoltre, all’azienda di aumentare la propria produttività. Dato che è risaputo che una lavoratrice che lavora in un ambiente favorevole a sé ed ha la possibilità di non andare a lavoro se sta male, lavorerà di gran lunga meglio.

Una soluzione, quella del congedo mestruale, che dovrebbe essere garantita a tutte le donne lavoratrici del Mondo.

Essere donna nel 2022 comporta ancora delle difficoltà d’accesso al mondo del lavoro, e molte di queste dipendono proprio dalla natura stessa della donna. L’introduzione di congedi simili a quello mestruale sono di sicuro un grande passo in avanti verso l’inclusività nel senso più ampio possibile.

In primo luogo, perché il congedo mestruale rappresenta un’alternativa valida (e retribuita soprattutto). Per cui le donne non saranno costrette a presentare ogni mese un certificato di inabilità al lavoro. Secondariamente, perché rappresenta un metodo attraverso cui poter sfatare il tabù delle mestruazioni. Molte lavoratrici, infatti, provano vergogna nel dire al proprio datore di lavoro che il motivo della loro assenza è dovuto proprio al ciclo.

Per fortuna, non tutte le donne soffrono di dolori cronici durante il periodo delle mestruazioni. La dismenorrea, però, coinvolge una percentuale abbastanza elevata di donne che non può essere sottovalutata.

“Dal 60 al 90% delle donne soffre durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13% al 51% di assenteismo a scuola e dal 5% al 15% di assenteismo nel lavoro”.

Questi i dati su cui era stata basata in Italia la proposta di legge sull’istituzione del congedo mestruale.

L’articolo 1 della proposta presentata nel 2016 da Mura, Sbrollini, Iacono e Rubinato , deputate del PD, recitava così:

“La donna lavoratrice che soffre di dismenorrea, in forma tale da impedire lo svolgimento delle ordinarie mansioni lavorative giornaliere, ha diritto di astenersi dal lavoro per un massimo di tre giorni al mese. Durante l’astensione dal lavoro (…), alla lavoratrice sono dovute una contribuzione piena e un’indennità pari al cento per 100 per cento della retribuzione giornaliera”.

Inoltre, si certifica che: “Il congedo mestruale non può essere equiparato alle altre cause di impossibilità della prestazione lavorativa e la relativa indennità che spetta alla donna lavoratrice non può essere computata economicamente, né a fini retributivi né contributivi, all’indennità per malattia”.

L’iniziativa dell’azienda francese fa riflettere, inoltre, sui vantaggi che tutti i membri della Louis potrebbero ricevere.

Innanzitutto, questo potrebbe sicuramente ridurre gli imprevisti, far diminuire i tassi di assenteismo e creare un clima favorevole alla produzione. Ma qual è il problema principale per cui tale strumento non è presente a livello globale? Non si comprende che in quello che potrebbe sembrare apparentemente un incentivo nei confronti della sola donna, in realtà, ha benefici per l’intera catena aziendale.

In Francia il congedo mestruale non è una norma nazionale, ma si ferma a piccole realtà che sperano di fare la differenza. In Italia, nonostante i dati allarmanti presentati nel 2016, sulle condizioni in cui lavora una donna che soffre di dismenorrea o endometriosi, nulla si è ancora ufficialmente attivato.

Per quanto riguarda la Spagna, è ancora una volta Irene Montero a riaprire il dibattito sulla questione.

La salute mestruale viene presentata, infatti, come uno dei capisaldi della riforma della legge sull’aborto che sarà presentata al consiglio dei ministri spagnolo il 17 maggio. Tra gli obiettivi di questa, inoltre, la possibilità di combattere la period poverty che colpisce una donna su quattro. Attraverso un sistema che favorisca l’accesso gratuito ai prodotti igienici per le donne in difficoltà. Oggetto della riforma anche quello di garantire la possibilità di aborto alle minorenni di 16 e 17 anni senza previo permesso dei genitori e l’interruzione della gravidanza anche negli ospedali pubblici.

La Spagna – si legge da Open – aveva già introdotto nei contratti di lavoro delle donne lavoratrici l’opzione di assentarsi dal lavoro per otto ore al mese. Ore che poi dovevano essere recuperate nei tre mesi a seguire. A mostrarsi flessibili a riguardo erano stati due consigli comunali, quello di Girona e quello di Castelló de la Plana, entrambi nel 2021.

Se tutto procederà in questa direzione, nel 2022 la Spagna diventerà il primo paese occidentale ad offrire il congedo mestruale dal lavoro di massimo tre giorni.

All’arretratezza, in tal senso, dei paesi occidentali Giappone ed Indonesia hanno risposto introducendo sin dal 1947 misure simili. Seppur basando il proprio intervento su questioni diverse, dato che la legge giapponese, ad esempio, considera il congedo mestruale un modo per tutelare non le donne in sé, ma la loro fertilità.

L’Australia rappresenta sicuramente un modello vincente sulla questione del congedo mestruale.

Questo si inserisce all’interno di un progetto di cambiamento culturale in corso dal 2019, che include tra le altre cose l’esenzione dalla tassa sui beni e servizi per i prodotti mestruali. Inoltre, l’Australia si presenta come un Paese che ha ben compreso l’esigenza di intervenire in questioni che solo apparentemente sono legati all’universo femminile. Ecco perché – si legge da rivistastudio.com – il governo ha annunciato un piano nazionale da 58 milioni di dollari per allargare la platea di donne che possono accedere alle cure per l’endometriosi.

Il cammino in molte parti del mondo appare lungo e la meta lontana. Ma è sempre partendo da piccole realtà, che sollevano l’interesse su un dibattito pubblico, che si conquistano i più grandi obiettivi.



Giulia Grasso