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Bloomberg, Trump e la MemePolitics: non è un mestiere per vecchi

L’hacking dell’attenzione da Obama a Bloomberg

Com’era quell’adagio? Non è un paese per vecchi? Anche la politica, per certi versi, non sembra più essere un mestiere per vecchi, nonostante l’età anagrafica di Trump, Bloomberg e Sanders. Nelle sue applicazioni più mozzafiato, la scienza della comunicazione strategica elettorale si sta accorgendo sempre più del potere smisurato e del rapporto costo-beneficio incredibile che ha la comunicazione online, soprattutto se targetizzata su e creata sartorialmente per gli elettori più giovani.

Da qualche anno, infatti, le regole del gioco son cambiate. La comunicazione politica sui social altro non è che un hacking dell’attenzione elettorale. Partiamo con un flashback.

Il flashback: l’elezione di Donald Trump

È l’8 novembre 2016. Siamo alla fine di un anno che ha già visto vincere la Brexit, contro ogni pronostico. Da un anno almeno è in corso la valanga Donald Trump, partito come outsider e a quel punto serissimo contendente alla Casa Bianca, contro una Hillary Clinton che non ha mai convinto del tutto pur essendosi fatta gli auguri da sola gufandosela mortalmente.

Nel frattempo, Mr Trump è diventato ancora più macchietta di quando faceva le ospitate nella WWE e corcava di mazzate Vince McMahon, in un trionfo dello showbiz da repubblicani che rimarrà negli annali del trash. Mr Trump è diventato un meme. E diventando un meme, ha fatto in politica ciò che Steven Bradbury aveva fatto alle Olimpiadi del 2002.

La notte dell’8 novembre, quando i risultati ormai erano abbastanza chiari e la vittoria di Trump segnava il secondo terremoto politico mondiale del 2016, su 4chan un utente alt-right scrive:

I’m fucking trembling out of excitement brahs… We actually elected a meme as president.

Trump Pepe The Frog

Cosa diavolo è successo? Il candidato più impresentabile della storia prende residenza nella Casa Bianca, come immediato successore del primo Presidente afroamericano della storia degli USA. Diavolo e acquasanta. L’elettorato USA è schizofrenico? Non lo escludo in assoluto, ok. Ma sarebbe la spiegazione più pigra. 

Segui la pista anarchica

Dopotutto, anche Obama aveva vinto da underdog (con tutte le differenze di questo mondo) e anche Obama aveva vinto soprattutto grazie all’hacking dei sistemi comunicativi. Lui come first mover su Twitter nel 2008, o con cose come la reiterazione di un font deciso, moderno e affascinante come il Gotham in ogni scritta associata al candidato; Trump con gli User Generated Content delle community alt-right, con l’uso spregiudicato di canali come il suo profilo Twitter e in generale con caciara e bassezze allucinanti. Ma anche per lui ha funzionato, ed è questo quello che conta.

joker anarchy

Da Obama in poi, la vittoria l’ha ottenuta chi ha introdotto un po’ di anarchia nel sistema, per citare il Joker di Heath Ledger. Obama era anarchico di per sé, Trump era anarchico di per sé; entrambi hanno riscritto il manuale di comunicazione politica portando la loro carica anarchica non solo nel personaggio ma anche nel comunicarlo, sparigliando le carte nel testa a testa politicamente più rilevante al mondo. Sono gli opposti in tutto, ma è questo il comun denominatore.

L’avvento della MemePolitics

In questi giorni, e in previsione dello scontro per le presidenziali 2020, forse abbiamo visto il prossimo step nella continuità dell’anarchia. Michael Bloomberg, magnate americano che pare la versione un po’ più seria e realmente repubblicana di Trump – nonché ex sindaco-sceriffo di New York -, è in corsa per le primarie dei democratici. Già qui inizia a non tornare qualcosa.

Con la spocchia tipica di chi si compra il mondo a suon di miliardi – il miglior modo di ritagliarsi una rilevanza politica negli USA, dopotutto – decide di non partecipare alle primarie nei primi, relativamente insignificanti, stati in cui si son tenute. Punta tutto sul Super Tuesday, in pratica. Dibattiti in tv? Poco o niente. Spazi di visibilità tradizionali come convention varie? Idem, nulla di particolarmente rilevante. E quindi come farà a emergere e a vincere la candidatura con i democratici, lui che pare pure un repubblicano più che il prossimo “liberals’ champion” alla Obama?

Semplice. Trump ha vinto portando la politica nell’arena molto meno nobile dei social e della comunicazione digitale. Semplificata all’osso, amante del battibecco, benzina della viralità di personaggi e messaggi. Ora lo si può battere usando meglio i meccanismi che governano quella stessa arena. Aggiungici i miliardi per farlo ed eccoci arrivati a Bloomberg.

Bloomberg MemeBloomberg Meme

In pratica Bloomberg sta deliberatamente pagando influencer e pagine Instagram per pubblicare meme su di lui. Meme che tendenzialmente non fanno nemmeno ridere e che sono chiaramente pubblicati come promozioni più che come endorsement al candidato. Per riassumerla come l’hanno riassunta in un pezzo d’opinione del New York Times: “Rilascia dei meme. Semina un po’ di caos nelle timeline. Manda i reporter alla caccia dell’anatra selvaggia”. 

Bloomberg MemeBloomberg Meme

E infatti siamo qui a parlarne tanto io quanto quelli del NYT, perché è talmente assurdo da meritare analisi e riflessioni. In pratica, un miliardario ha appena trovato nei meme influencer di Instagram gli hacker che gli servivano, dei capitalisti dell’economia dell’attenzione. E l’attenzione era tutto ciò che gli serviva, vedi quanto successo con Trump. Bloomberg vuole far partire una campagna presidenziale talmente ottimizzata per efficienza e copertura da tagliar fuori del tutto l’elemento umano e introdurre l’automazione social alimentata da denaro e viralità.

La strategia di Bloomberg

Il team digital di Bloomberg sa che non potrà mai catturare un’audience come quella dei giovanissimi con i semplici spot tv o su Facebook, semplicemente perché ormai quei giovanissimi non sono nemmeno più su quelle piattaforme. Preferiscono Instagram, Snapchat, VSCO e TikTok. E preferiscono il contenuto umoristico e ad alto coefficiente di viralità, fosse anche “self-deprecating” per Bloomberg.

Ma perché è un’audience così importante? Si stima che la meme audience sui social sia di circa 60 milioni di utenti, ovvero l’aggregato dei follower di tutte le pagine Instagram che hanno pubblicato meme su Bloomberg dietro compenso. In proporzione, per intenderci, la notte degli Oscar è stata seguita in tv da 23,6 milioni di persone. Chiedendo alle pagine,  attraverso la startup creata ad hoc “Meme 2020”, di pubblicare i vari meme nello stesso momento il mercoledì sera all’interno di una finestra di due ore, Bloomberg e il suo team si sono assicurati una colossale visibilità presso un pubblico di giovani e giovanissimi che stavano tranquillamente scrollando la home di Instagram prima di andare a letto o mentre guardavano una serie su Netflix. L’effetto sorpresa e lo straniamento hanno fatto il resto. Ora si sa che Bloomberg è in corsa.

E non solo, il discorso è più ampio. Un miliardario che paga per avere visibilità in questo modo sui social potrebbe in realtà sortire l’effetto contrario a quello desiderato presso i giovani, complessivamente. Il punto è che il discorso non è politico in senso stretto, né targetizzato veramente sui giovani. Bloomberg si sta ritagliando la posizione di “unico che ha i mezzi per battere Trump al suo stesso gioco”. 

Non è il candidato democratico. È l’anti-Trump, l’unico possibile, che deve tagliar fuori Sanders per portar via la Casa Bianca al presidente più globalmente criticato e inviso di sempre. Il target non sono i giovani, non sono i loro genitori né i loro nonni. Sono tutti coloro che sono contro Trump, più tutti coloro che son stati con Trump non per una questione di reale credo politico ma più per una questione percettiva di uomo forte e businessman affermato come unica speranza di far tornare l’America grande. Se non ne foste convinti, guardate come hanno già cominciato a bisticciare sul campo da gioco preferito di Trump.

Peccato che in tutto questo ci stia sfuggendo un punto, nonostante si stia parlando di audience di giovani e di mezzi comunicativi modernissimi. Gli unici tre candidati che abbiamo nominato, e i tre che ad oggi sembrano veramente avere delle possibilità di risiedere alla Casa Bianca – i due contendenti veri e l’outsider, insomma – sono tutti over 70. E allora siamo sicuri che non sia proprio più un mestiere per vecchi?



Thomas Siface