Column, Vero

Column, Vero e la fuga dai social media mainstream

Column, Vero: le alternative a Zuckerberg

Cosa ci dicono la nascita di realtà come Column, Vero e la fuga dai social media mainstream? Dall’imposizione di Facebook come centro del mondo social sono passati ormai molti anni. Ogni giorno che passa, però, il suo monopolio mostra segni di cedimento: dalla necessità di comprare Instagram e Whatsapp, a quella di sgretolare Snapchat, fino a quella di erodere la nicchia di mercato anche a Tinder

Zuckerberg è a capo di quello che è sicuramente un impero, probabilmente il più grande e potente del mondo digitale, pari o anche superiore a Google, ad Apple o ad Amazon in termini di presa culturale e impatto sociale. Ma Zuckerberg sa che non può dormire sonni tranquilli.

Facebook CEO Mark Zuckerberg

ll problema forse non sta in Facebook in sé e per sé, ma in un misto tra il cambio delle necessità della domanda social e le caratteristiche ormai immutabili di Facebook nel posizionamento rispetto agli utenti. Gli ultimi attacchi – credibili o meno, non è questo il punto dell’articolo – al concetto di social che la galassia Zuckerberg ha stabilito, sono arrivati da Column e Vero.

Column: riservato a chi crea valore

Partito col piede sbagliato, almeno a livello di lanci stampa tradotti in italiano, Column nasce con l’idea di dare spazio a community leader autorevoli che creino un ambiente social costruttivo e genuino. 

La selezione all’ingresso non viene fatta solo posizionandosi come piattaforma ispirazionale, ma anche con un sistema di paid subscription e di inviti a iscriversi da parte dei community leader stessi. Si parla di fees anche di 100mila dollari per i community leader più famosi, o di 500mila dollari per le aziende e le organizzazioni più influenti.

In Italia tutto questo è stato semplificato con appellativi del tipo “il social network riservato a miliardari e premi Nobel”, “la cui peculiarità è quella di dar voce solamente ai Paperon de’ Paperoni di tutto il mondo”. Un biglietto da visita che ovviamente non fa sembrare Column il social network più friendly del panorama web. Ma in Italia abbiamo questo brutto vizio di focalizzarci più . sulla critica fine a se stessa che sulle cause dei sintomi

Un social network come Column è un sintomo, come lo era Vero, come lo è la fuga dei giovanissimi verso piattaforme che non siano in mano a Zuckerberg – e lo dico da poco più che ventenne, che però per TikTok è già fuori tempo massimo. Ma le cause per cui nascono queste nuove “cure” al  “mal di social”, quali sono?

Le malattie dei social: la rilevanza

Column nasce esplicitamente per rispondere a due trend. Il primo è il voyeurismo che spinge molti a voler sapere com’è la quotidianità dei miliardari, con domande relativamente idiote che finora hanno trovato risposta in tv e sulle Instagram stories. 

Ma c’è poi un altro trend molto più interessante, ovvero quello dei prodotti editoriali legati a chi avuto successo economico e, più in generale, ha avuto un impatto sulla società eccellendo nel suo campo o avendo espresso opinioni estremamente rilevanti. Insomma, il trend di creare valore con le community e i contenuti digitali, il motivo per cui esistono – e vanno fortissimo – gruppi Facebook come Efficacemente, podcast formativi – vedasi l’exploit di Barbero degli ultimi tempi -, LinkedIn influencers e chi più ne ha più ne metta. 

In poche parole, il trend prevalente per una certa parte di pubblico è quella di smetterla di cazzeggiare sui social e iniziare a trarne qualcosa di utile in termini di crescita e formazione personale. Mai più zia Mafalda che condivide fake news, mai più il cugino Daniele che posta le foto in discoteca. Piuttosto, un Bill Gates o un Di Caprio ispirazionale o l’ultima intervista realizzata da Montemagno (non che lo zio Monty sia necessariamente uno zio più raccomandabile della zia Mafalda).

Son tutte cose che già si vedono nell’exploit dei contenuti di self help o comunque più o meno culturali e formativi in tutte le piattaforme, da YouTube a Spotify passando per la galassia Zuckerberg e le newsletter. Tutte cose che hanno già modificato in parte l’offerta social e che esistono a seguito di una forte domanda. Tutte cose che appartengono però – verrebbe almeno da pensare – a una domanda social non solo educata all’utilizzo dei social e del digital da un po’ di tempo, ma educata e matura in generale. Gente che, in realtà, tempo per cazzeggiare su Facebook sente da sempre di non averne troppo, e a cui inizia a star stretto Facebook proprio per la perdita di tempo che inizia a essere percepita (Digital WellBeing, sto guardando te).

digital wellbeing statisticheLe statistiche su Privacy e Digital WellBeing secondo il report Digital 2020 di We Are Social

Le malattie dei social: la differenziazione

C’è un’altra parte di domanda social però che sta pian piano sfuggendo a Facebook e al suo universo social (non al suo universo di instant messaging aka Whatsapp, però – pur con un Telegram in fortissima ascesa). Oggi un ragazzo nato nel 2000 lo si trova più facilmente fuori dalle piattaforme di Zuckerberg. Un 2005? Non parliamone nemmeno. Instagram è l’unica speranza che il buon Mark ha nei confronti dei giovanissimissimi, ma l’emorraggia di adolescenti è chiarissima, così come quella nella fascia under 30 più in generale, se vogliamo.

Il Facebook del 2011 era un covo di link brutti, di CamorraAndLove e foto imbarazzanti delle medie. Ma era il benchmark delle novità inaccessibili ai più anziani, una bolla giovanile di chi aveva tempo e voglia di cazzeggiare oltre a un innato intuito rispetto all’interfaccia utente. Degli over 35 non ce n’era praticamente l’ombra: semplicemente, non appartenevano a quel nuovo mondo.

Col tempo e per amor di business, Facebook è diventato la mamma Rai dei social network, il social generalista che vorrebbe rivolgersi tanto all’infante quanto alla nonna. Risultato? I giovanissimi scappano e ai comunque-giovani girano le palle ogni volta che il prozio dimostra poco savoir-faire social, per esempio commentando la sua nuova immagine del profilo con un cagnolino che manda un bacio o mettendosi like da solo.

Facebook che tenta di far iscrivere un ragazzino nato nel 2004

Dove scappare, dunque? In lande inesplorate. Prima il rifugio è stato Instagram. Poi Snapchat, quando Instagram l’ha preso Zuckerberg e fino a che non l’ha polverizzato con le Instagram Stories (anche se sta tornando come l’Araba Fenice). Poi Musical.ly, poi diventato TikTok, o un ritorno a Twitter, o addirittura fughe verso Reddit, o clausure in YouTube. Con nel mezzo novità estemporanee come Column e Vero. Immaginate Zuckerberg al posto di Jack Nicholson in Shining e un qualsiasi utente al posto della povera Wendy e avrete un quadro più o meno accurato. Quasi una fobia.

Ma una fobia più che comprensibile. A ognuno dovrebbe spettare il proprio spazio perché cerchiamo naturalmente delle bolle, delle zone di comfort, soprattutto nelle fasi della vita in cui stiamo cercando di trovare noi stessi come potenziali adulti – leggi adolescenza. È tutto naturale, è lo stesso motivo per cui Italia 1 ha fatto il botto a suo tempo, idem MTV, idem Facebook degli albori. Non vuoi che le foto delle tue serate o gli inside joke delle tue compagnie o l’ultimo format di meme vengano visti da zia Brunilda o da papà Gianni. Vuoi semplicemente stare nella tua bolla. E il problema percepito con la galassia Facebook è che sembra volerle inglobare tutte in maniera troppo evidente in una grande e unica bolla, non mettendo uno steccato tra me e la zia Brunilda.

Le malattie dei social: la privacy, la timeline, la pubblicità e l’odio

Ultimi ma non per importanza ci sono i consueti fattori. Cambridge Analytica da dove salta fuori e quanto può aver messo pulci nelle orecchie degli utenti? E l’obbligo di visualizzare una home non cronologica ma figlia di un algoritmo basato su un gradimento teorico dell’utente? E la marea di sponsorizzate figlie proprio di questo cambio di paradigma nella home? La raccolta dati a fini commerciali – e non – ha iniziato a dare veramente fastidio a molti.

Facebook è diventato un banner pubblicitario, e pure Instagram non si sta sentendo benissimo a riguardo. Agli utenti non frega niente di ricevere pubblicità: dopotutto prima cambiavamo canale in TV, adesso installiamo sul browser il miglior AdBlocker in circolazione. Prima di Column, ve lo ricordate bene perché era salito alla ribalta Vero? Perché rispondeva esattamente a questi tanti piccoli mal di pancia – tranquilli, è morto il giorno dopo aver avuto l’exploit, ma di nuovo stiamo parlando di un sintomo interessante per ciò che dice sulle cause continuative.

E prima di Facebook, potevamo immaginare il concetto di “leone da tastiera”? Si sarebbe mai resa necessaria una cosa come questa a livello ministeriale? Davvero una persona mediamente intelligente dovrebbe iscriversi a un social sapendo che finirà a incazzarsi in una buona percentuale dei casi? Ci sta passando la voglia.

Un mondo social diverso è probabilmente necessario, a questo punto. La domanda successiva, che però resta senza risposta almeno per parte mia, è: davvero è possibile?

Nota a margine: Per chi masticasse bene l’inglese e volesse approfondire la struttura di Column per com’è stata presentata dai suoi stessi ideatori ai potenziali community leaders e alle potenziali organizzazioni rilevanti da ospitare sulla piattaforma, qui trovate la notizia e l’analisi da parte di MIT Technology Review e qui la presentazione commerciale che stanno facendo girare i fondatori di Column. Probabilmente non funzionerà mai e finirà ancor prima di Vero nel dimenticatoio social, ma è un bell’esercizio osservare direttamente un’idea nata da personalità oggettivamente rilevanti per provare a contrastare lo status quo della grande F.



Thomas Siface