Big data: un viaggio tra benefici e paure

Il tema dei Big Data è ormai sulla bocca di tutti, sia tra gli addetti ai lavori che tra comuni mortali.

Negli ultimi anni è stato sdoganato il pensiero comune secondo cui, l’utilizzo in massa di dati fosse di competenza solamente del settore high tech e tecnologico, capace di convogliare questa enorme quantità di numeri in prodotti finiti e servizi. Ma non è così.

L’utilizzo sapiente dei big data, ed il conseguente data enrichment, ossia l’insieme dei processi per validare e migliorare i dati grezzi nei database aziendali, rappresenta una delle caratteristiche vincenti di moltissime imprese.

Il primo esempio che viene in mente è quello di Google, che, tramite l’utilizzo gratuito concesso agli utenti di Google Maps, è riuscita a raccogliere dati su percorsi e abitudini di persone alla guida e a piedi, utilizzati per progettare e lanciare (sì, manca davvero poco) sul mercato la prima auto senza pilota.

I big data si sposano con l’intelligenza artificiale, il tema caldo dell’economia moderna, precursore dell’industria 4.0.

L’intelligenza artificiale, appartenente all’informatica, consiste nella progettazione di sistemi hardware e software capaci di comportarsi e dare risposte come se fossero prodotte da un essere umano.

La sua applicazione va dal banale promemoria dell’IPhone che ti ricorda di inserire una sveglia a seconda degli impegni in calendario, al frigo capace di fare la spesa da solo.

Come è possibile tutto questo? Semplice, tramite lo studio e l’analisi dei dati.

Ma di che tipologia di dati stiamo parando? Di qualsiasi genere, dai più “banali” dati sulle vendite di un prodotto o servizio, ai desideri inespressi dei consumatori, passando per i trend sociopolitici di una determinata area geografica.

Tuttavia, come tutte le migliori opportunità, i big data possono rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Infatti, la loro enormità e vastità, può indurre in errore, portando l’operatore ad analizzare dati inutili per l’impresa, analisi magari dovuta alla mancanza di un appropriato sistema di filtraggio.

Proprio in questo momento viene in soccorso l’intelligenza artificiale, capace di creare strumenti che aiutano le imprese a distinguere quali sono i buoni dati e quali i cattivi.

L’utilizzo sapiente dei big data porterebbe benefici anche alla tanto bistrattata pubblica amministrazione. Infatti, tramite determinati software e la dovuta formazione del personale, con l’analisi dell’enorme mole di dati contenute nelle banche dati nazionali, si potrebbero ridurre le code per visite, rinnovo patenti, documenti, ecc., anticipando tutte le possibili mosse dei cittadini.

Lo stesso potrebbero essere fatto, ad esempio, dalle aziende farmaceutiche, che, tramite l’analisi dei trend futuri e passati legati a determinate malattie, potrebbero arrivare ad anticipare eventuali fenomeni patologici, generando anche un grosso risparmio per i sistemi sanitari nazionali.

È chiaro, quindi, che il più grande pregio dell’utilizzo dei big data è l’anticipare il normale scorrere del tempo, basandosi su elementi più che oggettivi come i dati.

Tuttavia, vi è anche un grande pericolo che aleggia sull’integrazione tra big data ed intelligenza artificiale.

Infatti, come ricordato dal defunto professore Stephen Hawking, l’intelligenza artificiale potrebbe diventare molto pericolosa, per il suo incredibile potenziale, arrivando quasi a minacciare l’esistenza della stessa umanità.

Insomma, anche in questo caso torna in mente una sempreverde massima latina, che tanto ci avevano visto lungo:” in medio stat virtus”, il compromesso e la mediazione, ancora una volta, sono le giuste vie da intraprendere.