Padrenostro: Favino, la Coppa Volpi e il lieto fine a tutti i costi

Visto in anteprima al Palazzo del cinema Anteo di Milano, Padrenostro di Claudio Noce, dal 24 settembre al cinema è stato protagonista a Venezia 77, assieme al suo interprete Pier Francesco Favino, vincitore della Coppa Volpi come miglior attore.

Dalla regia esteticamente molto curata, quasi lirica e sinfonica (la componente musicale curata da Mattia CarratelloStefano Ratchev sottolinea l’epicità e l’ambizione di alcune sequenze), Padrenostro è un film che inizia con buon impatto sullo spettatore lì dove sceglie di seguire lo sguardo del suo protagonista: non il Padre interpretato da Pier Francesco Favino, ma il figlio di quest’ultimo (un giovanissimo e promettente Mattia Garaci), un ragazzino solitario e fantasioso che vive nel mito del padre e assiste ad un evento drammatico proprio sotto casa sua: il ferimento del genitore durante una sparatoria.

La macchina da presa di Claudio Noce comincia proprio da questo evento: un trauma violento in cui uno degli attentatori è perito nello scontro, il quale ha sconvolto la mente del ragazzino.

Alla Mostra del Cinema di Venezia “Padrenostro”, il film con Favino girato in Calabria - Il Quotidiano del Sud

Se nella prima parte del film il regista riesce efficacemente a focalizzarsi sul bisogno da parte di un figlio di riconoscersi nello sguardo paterno, costruendo scene visivamente accurate, gradevoli e coinvolgenti, grazie ad un senso estetico ed un’attenzione fotografica sicuramente di pregio, purtroppo non si può dire lo stesso della seconda parte della pellicola che delude (e non poco) le ambiziose premesse del film.

Il regista affida allo sguardo puro e alla naturalezza espressiva di Mattia Garaci una centralità fondamentale. Riprende il figlio mentre egli contempla, soppesa, rivaluta la figura paterna: un percorso di formazione si potrebbe dire, che gioca con l’ambiguità del ruolo del genitore: eroe o vittima? Ruolo inizialmente oscuro sia al ragazzo (che allo spettatore).

Padrenostro - Wikipedia

Successivamente le ombre si dilegueranno del tutto e questo è probabilmente il più grande difetto del film: il voler cercare un lieto fine assoluto, in una vicenda ben più complessa e drammatica di come il regista ha in fin dei conti messo in scena. Forse si può interpretarlo come un finale “ideale” (le vittime e i responsabili fanno pace, sono sempre italiani), ma in ogni caso il discorso appare decisamente forzato e troppo semplicistico

Il difetto principale sta nella sceneggiatura del film che mira a qualcosa di ambizioso: raccontare una vicenda partendo da un punto di vista (quello del ragazzino) non immediatamente riconducibile alle conseguenze complessive di ciò che è avvenuto.

Il discorso padre-figlio se funziona nella prima parte del film, come si diceva, diventa ridondante da quando la famiglia si trasferisce in Calabria per le vacanze. Da quel punto in poi le forzature nella trama e nei personaggi diventano evidenti. Non funziona, o meglio, è inserita a forza e non con naturalezza né con la complessità che avrebbe meritato, la figura dell’amico discolo del ragazzino protagonista (buona comunque la prova di Francesco Ghenghi). Troppo rapido, poco fluido e poco coinvolgente il suo ingresso all’interno del nucleo familiare. Non funzionano e non sono preparate adeguatamente le dinamiche di tensione che sarebbero state rese meglio con uno stile registico più incline alla suspense e al mistero.

PADRENOSTRO - Vision Distribution

Se si respira la tensione di un trauma non superato nella prima parte del film; successivamente la tensione si stempera eccessivamente, pure in un momento filmico cruciale nell’ottica globale del film. Troppo buonismo dunque che appare irrealistico considerato anche il tema scelto dall’autore: il confronto non solo col padre, ma anche con un‘epoca dolorosa per l’Italia. Il discorso è inserito come un colpo di scena-rivelazione, che come si diceva non pare adeguatamente preparato.

PADRENOSTRO (dramma, 2020) recenisone film | Cinema |MaSeDomani

Veniamo al discorso Coppa Volpi: come scritto da gran parte della critica non si tratta affatto della miglior interpretazione di Pier Francesco Favino, che di premi ne meritava eccome in passato. Appare più come un riconoscimento tardivo. In ogni caso la sua interpretazione, assieme a quella del giovanissimo protagonista (il figlio) sono gli elementi migliori del film. Con essi anche la componente fotografica, le inquadrature e i movimenti di macchina della regia, che come si diceva denotano tecnica ed eleganza visiva. Purtroppo l’happy ending a tutti i costi sminuisce parecchio i pregi del film, che sul finale appare troppo forzato e nel complesso non particolarmente memorabile come racconto cinematografico.

 



Francesco Bellia