La scoperta: anche nei film, Netflix scommette sulla fantascienza

Sulla spinta dei successi “distopici” della serie tv” Black Mirror”, ecco un nuovo prodotto fantascientifico in esclusiva per Netflix: “La Scoperta”, del giovane regista Charlie McDowell, con Robert Redford e Roney Mara. L’incipit del film è intelligente, a suo modo “diabolico” e spiazzante. Uno scienziato (Robert Redford), è riuscito a provare scientificamente l’esistenza della vita dopo la morte. E’ la “Scoperta per eccellenza”, destinata ad incidere in modo irreversibile sulla vita dell’intera umanità, che da sempre si è interrogata sul significato della morte: si tratta solo della fine, di un semplice termine o c’è qualcos’altro dall’altra parte, che attende l’uomo, così da fargli continuare la propria esistenza?

Le conseguenze di tali rivelazioni sono dirompenti. Masse di uomini e donne, infelici e insoddisfatte della propria vita attuale, preferiscono scegliere la via del suicidio e tentare la fortuna avventurandosi verso luoghi sconosciuti, ma dimostrati, piuttosto che perseverare nella loro condizione. I suicidi collettivi cominciano a dilagare in tutto il pianeta, tanto che togliersi la vita  diventa quasi la normalità, un’opzione addirittura più allettante e per molti del tutto giustificata. Ai superstiti resta il dilemma angosciante di uccidersi anch’essi, oppure di scommettere sul loro presente.

Nel frattempo lo scienziato responsabile di tali dichiarazioni non ha smesso di effettuare i suoi studi. Vuole spingersi ancora oltre. Si è ritirato in disparte, in una villa su un’isola semi-abbandonata in cui, con l’ausilio di una vera e propria “setta di seguaci” sta costruendo una macchina in grado di proiettare immagini della vita dopo la morte, per mostrare a tutti in anticipo cosa li aspetterà dopo. Suo figlio Will (un buon Jason Segel), medico, da sempre scettico e rancoroso nei confronti del padre e delle sue scoperte, decide di fargli visita. Prima di giungere a destinazione, però, incontra casualmente una ragazza, “Isla” (Rooney Mara), che ha deciso di porre fine alla sua vita proprio in quel luogo solitario. La salva dalla morte. Entrambi hanno accesso alla “fortezza” del padre di Will, per conoscere la verità sulla Scoperta e rispondere una volta per tutte alla domanda per eccellenza: esiste davvero l’adilà?

Come si è evince dalla trama, il quadro distopico è ottimamente delineato dal regista che è anche co-sceneggiatore. I dialoghi soprattutto si dimostrano fin dall’inizio di elevata fattura. McDowell riesce con abilità a costruire la “società di suicidi post-scoperta”, sfruttando più le conversazioni tra i personaggi, che le immagini. Il duo formato da Jason Segel e Roney Mara, funziona fin da subito. L’attrice, qui bionda, si cala molto bene nel ruolo dell’aspirante suicida e crea un bel personaggio: radicale, ribelle, introverso, sofferente e contraddittorio.

Nonostante la cupezza della fotografia e dei temi trattati (tra cui primo fra tutti il suicidio), non bisogna pensare però che La scoperta sia un film lugubre o esclusivamente drammatico. Al contrario, il regista fa spesso leva su un pungente black humor, che smorza i toni e unisce i due protagonisti, che si ritrovano ad essere quasi due adolescenti, che giocano a fare i detective cercando di scoprire il significato della vita dopo la morte (arrivano perfino a rubare un cadavere dall’obitorio, in una irriverente scena!). Al contempo questo loro strano entusiasmo si alterna ad una condivisione intensa del dolore nascosto nei loro rispettivi passati. Si alternano così momenti di grande intensità a confessioni-gioco, in cui l’uomo e la donna si corteggiano e vengono attratti reciprocamente, finendo inevitabilmente per amarsi (da qui la definizione riduttiva di “film sentimentale”). Sullo sfondo assistiamo alle stranezze dell’eccentrico scienziato Robert Redford, che persegue un suo personale e sofferto scopo nel ricercare la verità, come il fratello di Will, (Jesse Plemons), assistente del padre, che diventa il vero motore “comico” del film, pur essendo delineato anche sotto altri aspetti.

Isla (Rooney Mara)

Molto bella, avvincente e allo stesso tempo inquietante, la parte in cui i due protagonisti cercano di decriptare le immagini ricevute dalla macchina per dare una risposta al quesito se la “Scoperta” sia vera oppure falsa. Le loro indagini tengono lo spettatore sulle spine, tramite i meccanismi di un thriller (la ricostruzione ricorda un po’ a quella che il protagonista di Minority Report cerca di fare riguardo al delitto che egli stesso dovrà commettere in futuro, come predetto dai precog). Da tutte queste osservazioni emerge la solidità dello script della pellicola, che purtroppo però viene a scemare nel finale.

Il regista, infatti, dopo avere costruito l’impianto con grande attenzione e intelligenza, sfornando idee e atmosfere,  degne di un bel racconto di fantascienza, fa un passo di troppo. Sceglie di imboccare il bivio della tortuosità e del finale a sorpresa, invece di restare al sicuro sulla strada da lui tracciata. Bastava davvero poco per non cadere in questo tranello, ma così non è stato. La conclusione di realtà sovrapposte,  alla “Inception”, simile come meccanismo anche a quella del “Il Tredicesimo piano”, è forzata e talmente cervellotica, da costringere lo spettatore ad uno sforzo eccessivo di ricostruzione.Un vero peccato, perché “La Scoperta” ha intuizioni che meritavano un migliore epilogo. Epilogo più semplice, lo stesso regista lo aveva suggerito: gli bastava fermarsi un attimo prima.

Tolti gli ultimi minuti troppo macchinosi (seppure ben girati), siamo quindi dinnanzi ad un buon film che merita complessivamente di essere visto e apprezzato, a riprova che la fantascienza è forte su Netflix, come dimostrano le numerose serie tv e anche le esclusive filmiche, tra le quali vi sarà anche “Okja” di Bong joon-ho (regista di “Snowpiercer”) che ha partecipato alla 70 edizione di Cannes.



Francesco Bellia