Intervista ad Elisabetta Villaggio: la figlia del grande Paolo si racconta

Elisabetta Villaggio è una “figlia d’arte” che ha scelto una strada personale, dedicandosi alla letteratura più che al cinema, pur conservando sempre viva la passione per la settima arte.

Colloquiale e giovanile, mi ha chiesto di darle del tu, ed è così che in un freddo pomeriggio d’autunno s’è svolta quest’appassionata intervista.

Come hai vissuto in casa la presenza di una colonna portante del cinema italiano quale era tuo padre?

Era mio padre, non ne ho conosciuti altri, quindi l’ho vissuto come chiunque. Quello di padre c’avevo, poi quando ero piccola io lui non faceva il lavoro di attore, ha cominciato dopo. Da piccola arrivavano i giornalisti e i fotografi a casa. Questi ultimi li odiavo, e scappavo, perché ero e sono molto timida. Mi cercavano ma non mi appartenevano.

Lui però ti ha trasmesso la passione per il cinema?

No, perché al cinema la prima volta mi ci hanno portato i miei nonni, ma mi ha fatto scoprire Woody Allen per esempio. Amo più il cinema americano.

E la tua passione per Marilyn Monroe da dove nasce? Leggo che hai scritto qualcosa su di lei…

Mi piace il personaggio, questa donna senza arte né parte, nel senso che nacque povera senza padre e con madre alcolizzata. Si è fatta da sola completamente, ecco perché dico “senza né arte né parte”. Poi mi piace anche perché è stata una bravissima artista, attrice, e una donna che, anche se non bellissima, era molto affascinante. Io ho fatto prima una commedia teatrale su di lei (“Marilyn, gli ultimi tre giorni”), poi nel 2012 ho pubblicato un piccolo saggio in occasione del sessantesimo anniversario della morte, scritto in due settimane. Ho trovato anche vecchie interviste, come quella fatta al poliziotto che è arrivato per primo sul luogo del delitto, in casa sua. Dell’opera teatrale esiste solo un ebook, tradotto anche in inglese. Ho curato anche la regia della messinscena. 

 

Quindi sei anche regista teatrale?

Esatto, e ho scritto e diretto anche un monologo sulla storia di Virginia Agnelli, la madre di Gianni. L’interprete è stata Milena Vukotic, ma ci tengo a precisare che non c’entrano assolutamente i collegamenti tra me e lei per via di mio padre che faceva Fantozzi, quindi suo marito nella popolarissima saga. Mi hanno proposto di fare questa cosa e i produttori mi chiesero se mi andasse bene lei come attrice. Ho risposto: “Ma certo che sì!”. 

 

Certo, la Vukotic è un’attrice versatilissima, che ha lavorato anche con registi internazionali come Bunuel. E come andò l’opera? Piacque?

Venne una delle figlie di Gianni Agnelli e ci ha fatto i complimenti. Fu una serata particolare.

 

Bene bene, mi fa piacere. C’è un libro tra i vari che hai scritto al quale hai lavorato con maggior piacere? Qual è dunque quello a cui sei più legata?

Due, in realtà, i due romanzi. Il primo, “Una vita bizzarra” e il secondo, “La mustang rossa”. I romanzi devo dire che sono più impegnativi, ti prendono completamente. Per fortuna sono una molto veloce, e nel mio caso posso dire ci voglia più tempo a revisionare dopo che a scrivere, ovvero a buttar giù la storia.

Veloce nel senso che sei una che scrive di getto?

No, nel senso che sono veloce di mio, anche a camminare, e quindi anche a scrivere.

 

Bene: la dinamicità dalla vita all’arte e dall’arte alla vita. Vedo che le tue opere toccano i generi più disparati. Sei dunque un’autrice versatile. La passione per la scrittura quando nasce in te?

Quando ero giovane già mi piaceva scrivere, infatti ho scritto dei racconti quando avevo 18-19 anni. Alle medie feci il giornalino della scuola. 

 

Leggo che tu hai scritto “Flaminio che passione”: di cosa si tratta e come mai hai scelto di raccontare questo  quartiere di Roma? 

Si tratta di una passeggiata in questo quartiere di Roma in cui vivo da poco più di 15 anni e che adoro. Era l’estate di due anni fa, e sappiamo quanto caldo faccia ad Agosto nella capitale, ma ero qui e mi piace camminare comunque. “Quasi quasi camminando camminando butto giù qualcosa della passeggiata?”. Questo mi son detta e l’ho fatto. Io racconto i musei, i negozi, i gelatai, …

 

È una specie di guida ma non per i turisti, quasi più per gli abitanti del quartiere, ma ovviamente chiunque la può leggere. Flaminio è un quartiere centralissimo e ben collegato. È l’unico dove c’è il tram 2, uno dei pochi mezzi che funziona nella metropoli. È piccolino, si può girare a piedi. È anche molto residenziale nonostante sia centrale. C’è il MAXXI, un museo meraviglioso. Poi uno molto piccolo, il Museo Andersen, dal nome dello scultore, Hendrik Christian, di origine norvegese e poi trapiantato negli USA e naturalizzato americano, che poi è venuto a Roma e si è costruito la casa appena fuori Piazza del Popolo. Poi un altro museo molto carino qui è il Museo dei Bambini. Hanno utilizzato strutture in eternit poi bonificate e v’è nato un museo molto molto carino, fatto da un gruppo di donne, completamente autogestito. 

Una Roma segreta, nascosta, ma affascinante ugualmente. E parliamo ora un po’ del tuo romanzo “La mustang rossa”, l’ultimo che hai realizzato. 

La storia è ambientata a Los Angeles nel 1988 e si svolge nell’arco di tre settimane. Sono due amiche le protagoniste, amiche casuali nel senso che si conoscono da pochi mesi. Una è un’immigrata povera messicana illegalmente con due bambini piccoli, l’altra è un’europea ricca. Hanno entrambe meno di 30 anni. Quest’ultima va a Los Angeles per produrre video musicali. Siamo infatti in un’epoca in cui i video musicali sono esplosi per la prima volta. La ragazza messicana lavora nella mensa di una casa di produzione video e si conoscono perché l’europea va in questo studio per girare un video. Si conoscono e trascorrono insieme tre settimane. La fine non la dico (ride).

 

Sento un’atmosfera degna del capolavoro di Scott “Thelma & Louise”. Attraverso la scrittura di questo libro hai voluto omaggiare la celebre pellicola?

Veramente non ci avevo proprio pensato, ma si tratta comunque di due storie diverse. 

 

E della favola che mi dici? Spiegami un po’ questa tua vocazione pedagogica.

“Poldina” è una favola che ho scritto quando avevo 18 anni, poi è rimasta nel cassetto, l’ho tirata fuori, riadattata, risistemata, e poi pubblicata. Il disegnatore, Gianpiero Andrigo, è stato molto bravo. Non ho vocazione pedagogica, l’ho scritta a 18 anni, ma a Maggio di quest’anno così, al volo, nel pieno della pandemia mi è venuta in mente un’altra favola, “Il piccolo gabbiano”. 

 

A proposito della pandemia in corso e del periodo drammatico che stiamo vivendo, quali sono le tue aspettative personali e collettive? I tuoi sogni nel cassetto? 

Finirà sta roba per forza, perché com’è finita la spagnola finirà anche questa. Poi vorrei viaggiare, vedere la gente in faccia, sorridere. 

 

Viaggiare, cosicché il senso della vita viene da sé. Viaggiare anche per trovare ispirazione per il tuo prossimo romanzo? 

No, quella mi viene in altri modi (ride)

 

Certo, come l’amore l’ispirazione è inaspettata. Non mi resta che ringraziarti perché sei una persona molto stimolante e la tua dinamicità è piacevole e si sente, e specie di questi tempi ce ne vuole visto l’immobilismo dei tempi odierni. Un onore aver parlato, al di là del tuo essere “figlia d’arte”, con una persona come te. 

Grazie, gentilissimo, un abbraccio!

 

 

 

Il suo sguardo ottimistico al futuro travolgerà chi legge caricandolo di speranza. E noi le auguriamo tutto il meglio di una carriera sempre più brillante come scrittrice!



Christian Liguori