Da bambine a mogli sottomesse: il dramma dei matrimoni precoci

In #Focus, #Instaworld, #Shareit, SOCIALE by Erminia LoritoLeave a Comment

Violate, picchiate e ripudiate. Non era certo questo quello che si aspettavano di vivere Naba, fuggita dallo zio per non essere data in sposa, o Rawan, morta dissanguata per ferite interne ad 8 anni, dopo che la sua famiglia l’aveva venduta ad un quarantenne. Non se l’aspettava neanche Khadija Al-Salami, scrittrice yemenita e prima donna regista che attraverso il suo film, I Am Nojoom, Age 10 And Divorced, fa rivivere il suo inferno, quello di sua madre, costretta a sposarsi con un violento psicotico che la massacrava di botte sotto gli occhi dei figli, e quello di Nojoom Ali, la più giovane divorziata al mondo ad appena 10 anni.

Nei Paesi in via di sviluppo 1 bambina su 3 si sposa prima dei 18 anni. Si tratta dei cosiddetti matrimoni precoci o forzati che condannano milioni di bambine ad abbandonare di colpo l’infanzia o l’adolescenza: sono 14 milioni all’anno, 41.000 al giorno, una ogni 3 minuti, giusto per dare due cifre.

Bambine considerate donne, donne considerate oggetto da un mondo maschilista che controlla ogni ambito della quotidianità; le spose bambine sono condannate ad una vita di privazioni e di rinunce: all’infanzia, all’istruzione, ad ogni possibilità di scelta. «Appena mi diede l’anello, andai a venderlo per comprare una bambola: non ne avevo mai avuta una. E me la portai dietro, nella casa di mio marito. Era l’unico oggetto che mi ricordasse l’infanzia». Ecco le parole di una delle tante spose bambine, trattate come delle insignificanti marionette.

Queste bambine diventano tasselli inconsapevoli della compravendita umana che regge le economie familiari. Proprio per questo, quella dei matrimoni precoci è una delle pratiche più difficili da sanare nella società, poiché in molti casi non è altro che il frutto di una combinazioni di interessi diversi principalmente legati alla tradizione, ai costumi e al denaro. A decidere del loro destino, ovviamente, non sono le fanciulle, ma le loro famiglie, che spesso le promettono in sposa a pochi anni dalla loro nascita, desiderosi di legarsi a nuclei familiari più ricchi, o socialmente più elevati e di liberarsi dal peso economico della dote.

Per loro accettare il volere dei genitori è una scelta che non ha alternative. Il contraccolpo di questi matrimoni sfocia spesso nel delitto d’onore, ossia l’omicidio della sposa nel caso in cui le cose non dovessero andare come auspicato: la sposa bambina diviene ostaggio della famiglia che l’ha accolta in casa, un nucleo patriarcale, dove la verginità della sposa e la capacità di generare figli è una condizione irrinunciabile. Non appena saranno sposate avranno, infatti, una gravidanza precoce che le esporrà a gravi rischi, per loro stesse e per il nascituro. Non a caso, sono tanti i casi di parti difficili e mortalità materna.

Risulta difficile, se non impossibile, non indignarsi dinnanzi a queste atrocità che, nonostante gli sforzi per arginare il fenomeno, continua ad esistere in una parte del mondo. Ancora oggi, infatti, questa pratica odiosa è considerata del tutto normale in molti Paesi: il Niger è al primo posto, seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La cosa ancora più preoccupante è che tale fenomeno, se è vero che nell’82% dei casi riguarda bambine, inaspettatamente l’Unicef rivela che nel restante 18% coinvolge anche bambini.

Nella maggior parte dei casi la legge da sola non riesce a metter fine a queste pratiche, nonostante esistano pene severe. Tutto ciò non fa altro che sottolineare quanto il fenomeno sia radicato da secoli nella cultura locale e per questo impossibile da eliminare con il solo ausilio della forza.

Testimonianze, racconti, campagne di informazione e di istruzione sia in quei paesi che nel resto del mondo diventano sempre di più mezzi fondamentali e possono, senza ombra di dubbio, aiutare a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione. In queste realtà, i bambini nascono e muoiono senza fare rumore: è giunta l’ora di mettere fine a questo silenzio che diventa, giorno dopo giorno, sempre più assordante.