#64 TFF. La nostra intervista a Terry Gilliam

Francesco Bellia

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Ospite d’onore alla 64 esima edizione del Taormina Film Fest, Terry Gilliam, regista americano, naturalizzato britannico, brillante autore di capolavori visionari come “L’esercito delle 12 scimmie“, “Brazil“, “La leggenda del re pescatore“, “Parnassus“, “Le avventure del barone di Munchausen“, ha risposto ad alcune nostre domande in area stampa.

Salve Terry, grazie per la tua disponibilità.

Per prima cosa vorrei chiederti dei Monty Python, un gruppo di comici inglesi, anche registi ( tra i loro film Brian di Nazareth) di cui hai fatto parte per molto tempo. Come valuti la tua esperienza con loro?

Penso che fare parte dei Monty Python sia stata una grande occasione per noi sei. Eravamo dei bravi commediografi, scrittori e registi e ci trovavamo a fare ciò che desideravamo fare. E’ una situazione unica essere bravi in qualcosa e poterla fare alla BBC, su tre canali e iniziando con due film. Credo che sia stato quindi il momento più importante della mia vita, perché mi ha permesso di fare tutto ciò che poi ho realizzato.

Il tuo penultimo film “The zero theorem” è un film di fantascienza, in cui si è di fronte ad un problema che ancora è senza soluzione, il Teorema zero. E’ questa la tua visione del mondo? Un quesito senza risposta?

Potrebbe essere. Al momento credo di essere preoccupato da una problema in particolare: come salvare il nostro pianeta. Ognuno di noi vuole tutto e perseverando in questo modo stiamo distruggendo il posto in cui viviamo. Penso ci sia già molto disordine nel cosmo, perché quindi spendiamo i nostri soldi per cercare di andare su Marte? Invece di preoccuparci di Marte, dovremmo spendere i nostri soldi per sistemare il caos che abbiamo combinato qui sulla terra. Questa potrebbe essere una delle possibili soluzioni al problema.

Nel tuo cinema la presenza del teatro è molto forte. Penso ad esempio a Parnassus o alle Avventure del barone di Munchausen, dove il teatro è un po’ il luogo dell’immaginario per eccellenza. Qual è il tuo modo di fondere cinema e teatro nei tuoi film?

E’ vero che i miei film sono teatrali. E’ una cosa a cui io non avevo mai pensato, ma molti mi hanno fatto notare questo aspetto del mio cinema. In realtà, per me, un film non è per sua natura reale, è un artificio. Anche in teatro tutto è sempre un artificio nonostante sia recitato dal vivo. Quindi credo che questo sia un elemento in comune tra il teatro e il cinema, che ho portato con me nei miei film. Devo dire che non amo i film realistici, quelli raccontano la vita vera, sinceramente li trovo noiosi. La vita reale non è in un film, è da trovare fuori, non nel cinema.

A questo proposito Fellini è il mio grande eroe. Molto cinematografico, faceva cose stupefacenti con la macchina da presa, era un realizzatore di sogni e girava film che fondevano il cinema col teatro. Quando sono andato a Roma per lavoro ho scoperto che veniva dal mondo del documentario, ma nel suo caso non si limitava a documentare: prendeva la realtà e la sollevava ad un altro livello, riuscendo a farti vedere le cose con sguardo nuovo, un punto di vista creativo e inaspettato.

Silvia Bizio intervista Terry Gilliam

Ospite nell’Auditorium del Palazzo dei Congressi di Taormina, Terry Gilliam ha tenuto una masterclass in presenza del pubblico, intervistato da Silvia Bizio, giornalista e Co-direttrice della 64 Edizione del Tormina Film Festival assieme a Gian Vito Casadonte. Dinnanzi alla domanda “Quale fosse il filo conduttore che unisse tutti i sui film”, il regista ha risposto dicendo:

Nei miei film c’è sempre una battaglia tra realtà e immaginazione. Se l’immaginazione contiene sogni ed è ciò che ispira la nostra creatività, la realtà è quello che ci tiene coi piedi per terra, ancorati alla concretezza e ci trattiene dallo spiccare il volo. A questo proposito nel mio ultimo film The man Who killed Don Quixote, spesso si pensa soprattutto al protagonista Don Chisciotte, ma la figura di Sancio Panza è altrettanto importante. Don Chisciotte è il sognatore, il folle; Sancio è il realista, l’uomo di mondo. Per questo, quando mi chiedono perché ho aspettato tanto per fare questo film, in realtà la risposta è che non ho mai smesso di raccontare il conflitto tra realtà e immaginazione che è presente in The man who killed Don Quixote, così come in tutte le mie opere precedenti.