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Lettera ai viaggiatori: quando il mondo è il tuo affetto stabile

Se la risposta alla domanda ”Cosa ti manca di più durante questa quarantena” è ”viaggiare”, questa lettera è per te. 

Cari viaggiatori,

questi sono tempi duri per chi ama vivere pensando sempre alla prossima mèta. Certo, che cos’è la rinuncia ad un viaggio di fronte ad una pandemia per un virus potenzialmente mortale?

E allora, cari viaggiatori, questa lettera è proprio per voi. Una lettera per parlarne senza retorica e senza lo sguardo severo di chi vi vede come bambini capricciosi in mezzo ad una tormenta. Viaggiare ci manca e ci mancherà, ma non a tutti e non alla stessa maniera.

Ma andiamo con ordine.

Che cos’è un viaggio?

Quando me lo hanno chiesto, sono rimasta interdetta. Non lo sapevo. Ogni parola con cui cercavo di formulare una frase, mi sembrava sbagliata, limitante, banale.

Così ho cercato il termine sulla Treccani, la Bibbia della nostra lingua, alla ricerca delle parole che non avevo.

vïàggio s. m. [dal provenz. viatge, fr. ant. veiage, che è il lat. viatĭcum «provvista per il viaggio» e più tardi «viaggio», der. di via «via2»; cfr. viatico]. – 1. L’andare da un luogo ad altro luogo, per lo più distante, per diporto o per necessità, con un mezzo di trasporto privato o pubblico (o anche, ma oggi raramente, a piedi).

Eppure, leggendo questa descrizione, mi sono resa conto che il viaggio ha ben poco a che fare con il mero spostamento da un punto ad un altro. Mi sono resa conto che il viaggio, proprio per il suo significato intrinseco, deve fare appello alle lingue di tutto il mondo.

Un viaggio inizia con il resfeber: gli svedesi definiscono così quella sensazione unica di euforia, adrenalina e irrequietezza che ci accompagna prima della partenza. Una scarica vitale che spesso non ci fa addormentare e sognare ad occhi aperti, in attesa del momento. In tedesco viene chiamata vorfreude, quella che il filosofo Gotthold Ephraim Lessing definì con “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”.

Non conta la mèta ma il viaggio, ed è proprio in questi momenti che emerge una sensazione che prende lo stomaco: ci viene ancora in soccorso il tedesco con il termine schwellenangst. E’ la paura, l’ansia di ciò che non si conosce, croce e delizia di ogni nuovo viaggio.

Qualunque sia la nostra destinazione, ci sono emozioni che ora, nelle nostre case, possiamo evocare solo con il potere della memoria emotiva. E se le parole non bastano per spiegare il senso di malinconia che ci prende dentro, ne troveremo di nuove, di straniere. Ci rifugeremo in vecchie fotografie di attimi vissuti in viaggio ed è subito… saudade. Una parola dal portoghese che ci scivola tra le labbra, in grado di  descrivere lo stato d’animo di profonda nostalgia dovuto alla mancanza di qualcosa o di qualcuno, come un momento felice in un posto in cui siamo stati bene. Chiudere gli occhi solo per un attimo e ricordare quella sensazione:  hanyauku. Dalla lingua Rukwangali, Namibia; in tre sillabe, la sensazione della sabbia calda sotto i piedi durante una calda giornata estiva che ci costringe a correre via in punta di piedi.

Sono solo attimi, come la komorebi – giapponese: alzare gli occhi riducendoli a due fessure, per osservare la luce del sole che filtra dai rami degli alberi, creando caleidoscopi di luci ed ombre. Ed è lì, tra il profumo di muschio, tra il tappeto di foglie che scricchiola sotto le suole che ci si ferma e arriva lei. Ci viene in aiuto il tedesco per spiegarlo meglio: è la waldeinsamkeit – la sensazione di sentirsi soli nel bosco. Quel senso di serenità, di silenzio, di calma che ci fa sentire in unione con ogni zolla di terra, ogni goccia di rugiada e con ogni rumore del sottobosco. Una sensazione che, più in generale, viene spiegata bene dal norvegese, con la parola friluftsliv; quel sentimento di pace e di intima connessione che si prova quando si trascorre del tempo immersi nella natura.

Chiuso l’album dei ricordi, reale o immaginario che sia, rimane solo la goya: la capacità di immedesimarsi in queste sensazioni, tanto da sembrare reali e palpabili.

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Cosa ne rimane? Una doccia fredda. L’amara consapevolezza della piccola parte del mondo che ci è possibile conoscere durante tutta una vita. Il termine onism, danese, descrive la frustrazione di vivere in un solo corpo che vive in un solo luogo alla volta.

Che cosa proviamo? Eleutheromania. Una parola meravigliosa che rubiamo al Greco, il nonno della lingua italiana.

Il desiderio intenso e irresistibile per la libertà.

Perché è vero che torneremo a viaggiare ma è il concetto di libertà che ci è stato messo in discussione durante questa pandemia mondiale. Siamo tutti interconnessi dalla globalizzazione, la quale si è rivelata la causa stessa della nostra gabbia. Il piacere del viaggio è intimamente connesso a quello di libertà; uno senza l’altra, non è completo.

Ed è per questo che i veri viaggiatori non sono wanderlust, come va di moda dire oggi. I viaggiatori sono alla ricerca della libertà, quella di vivere al cento per cento quel viaggio chiamato vita. Un viaggio fatto di incontri con volti sconosciuti, profumi e odore di salsedine, muschio ammuffito e spezie esotiche, passi sull’asfalto che brucia di petrolio e vento di storie che nessuno ha mai raccontato. Un viaggio che si compie affacciandosi alla finestra del mondo, scavalcando il fossato delle nostre abitudini e dei nostri preconcetti e saltando la staccionata delle nostre diffidenze e correndo verso una nuova destinazione: la prossima.

Cari viaggiatori, lasciatevi andare alla malinconia senza sensi di colpa. Scrivete al vento le vostre frustrazioni ma tenete pronta la valigia. Il viaggio più bello deve ancora venire perché avrà il sapore dolce e succoso della libertà restituita.

Avrà l’adrenalina e la grinta di un atleta rimasto fermo per un infortunio e finalmente pronto a correre di nuovo la sua gara in pista. E se pensavate che fosse ora ormai di fermarvi, chiedete a Omero. Chi l’ha detto che Ulisse si sia fermato, una volta fatto ritorno a Itaca?

Ci vediamo presto, strada facendo.


Quando ti metterai in viaggio per Itaca 

devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
né nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti – finalmente e con che gioia – 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Itaca / Constantino Kavafis

E tu cosa vorresti dire al tuo prossimo viaggio?



Lucrezia Vardanega