L’accordo collega gli spazi italiani di Milano, Torino e Firenze aderenti ad un network da oltre 120 sedi in più di 65 Paesi, al Transatlantic Innovation Hub, il presidio di Atlas a Manhattan. Una facilitazione che riduce le barriere all’espansione delle imprese innovative sui mercati esteri.
Per molte startup italiane il vero ostacolo all’estero non è la qualità dei progetti, ma la difficoltà di radicarsi su un mercato lontano.
È su questo terreno che si colloca l’accordo appena siglato tra Atlas, Associazione Transatlantica per l’internazionalizzazione delle Startup aderente a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici e i presidi di Impact Hub presenti nelle principali città italiane. Un accordo pensato per facilitare l’ingresso delle imprese innovative sui mercati internazionali. L’asse unisce Impact Hub srl SB al Transatlantic Innovation Hub di 417 Fifth Avenue, il presidio che Atlas ha a Manhattan e che la società Atlas Next gestisce, e apre alle aziende italiane un network di portata globale.
I numeri spiegano perché un’intesa del genere arriva adesso. Le startup innovative iscritte al Registro delle Imprese sono circa dodicimila, ma il 2025 ha invertito la tendenza: secondo l’osservatorio Cribis le realtà attive sono scese a poco più di undicimila, in calo del 4,2 per cento. È un tessuto piccolo e squilibrato, con la sola Lombardia che concentra oltre un quarto delle imprese e il Mezzogiorno ai margini. In un quadro simile la capacità di trovare clienti e capitali fuori dai confini non è un’ambizione ma una condizione di sopravvivenza, e per chi vuole scalare in fretta gli Stati Uniti restano il mercato di riferimento.
Qui le politiche pubbliche arrivano solo in parte. Gli strumenti per l’internazionalizzazione esistono, dall’attività dell’ICE ai bandi SIMEST, ma l’ultimo miglio, la presenza fisica e credibile sul mercato di destinazione, resta a carico delle singole imprese. Ed è la parte più costosa e lenta: costruire da soli un presidio negli Stati Uniti significa spese rilevanti, garanzie e mesi di adempimenti, proprio nella fase in cui una startup ha meno risorse da impegnare.
L’accordo interviene esattamente su questo punto. Invece di partire da zero, un’impresa italiana si innesta su una struttura già esistente: a New York il Transatlantic Innovation Hub, presidio di Atlas gestito dalla società Atlas Next, e intorno la rete che Impact Hub ha costruito in vent’anni, una community vicina al mezzo milione di persone in decine di Paesi, con esperienza consolidata in programmi di accelerazione e nei rapporti con gli investitori early stage. Per chi parte da Torino, Milano o Firenze significa entrare in un ambiente dove relazioni e contatti sono già attivi, anziché passare mesi a procurarseli.
Il disegno ha anche un verso opposto, di solito trascurato. La stessa rete che accompagna le startup italiane oltreoceano può portare in Italia imprese e investitori stranieri, trasformando le sedi di Torino, Milano e Firenze in tappe di un circuito internazionale. È la direzione che Atlas, associazione aderente a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, persegue da tempo e che con Atlas Next, la società che gestisce l’hub di New York, trova ora un braccio operativo.
«Per troppo tempo le nostre startup hanno affrontato i mercati esteri una alla volta, ciascuna con le proprie forze», afferma Tommaso D’Onofrio, presidente di Atlas. «Il compito di un’associazione come la nostra, dentro Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici, è cambiare questo schema: mettere le imprese in condizione di presentarsi all’estero come sistema, con alle spalle relazioni e credibilità che da sole faticherebbero a costruire. Con il presidio che Atlas ha aperto a New York, il Transatlantic Innovation Hub, abbiamo dato a questo disegno un punto fermo sul mercato più importante. L’intesa con le principali sedi italiane di Impact Hub lo collega ora a una rete costruita in vent’anni e presente in decine di Paesi: per le startup italiane è una differenza enorme».
Esteso anche al resto del globo lo sguardo di Mattia Esposito, amministratore delegato di Atlas Next.
«Il limite delle startup italiane non è la qualità dei progetti, è l’assenza di un’infrastruttura che le accompagni oltre confine. Con Atlas Next la stiamo costruendo: una rete che parte da New York e si estende all’Asia e al Medio Oriente, in cui un’impresa trova spazi, relazioni e capitali senza ripartire da zero a ogni tappa. L’alleanza con Impact Hub porta dentro questa rete una community globale che pochi attori al mondo possono offrire. È così che un sistema-Paese impara a competere all’estero, muovendosi unito invece che in ordine sparso».
A dx Tommaso D’Onofrio presidente di ATLAS, Simone Tarantino Managing Director TIH, Mattia Esposito AD ATLAS NEXT
Quando un imprenditore entra in un Impact Hub, , non trova soltanto uno spazio dove lavorare, ma una comunità che lo riconosce e lo accompagna. È questo che portiamo in questa alleanza, spiega Marco Nannini, CEO di Impact Hub srl SB: vent’anni di relazioni costruite in decine di Paesi e una community che condivide lo stesso modo di fare impresa, attento all’impatto quanto alla crescita. Per una startup italiana che guarda agli Stati Uniti significa arrivare a New York tra pari, e non in un mercato da decifrare da soli. Vale però anche il percorso inverso: le nostre sedi di Milano, Torino e Firenze diventano la porta d’accesso all’Italia per imprese e investitori internazionali, restituendo al Paese un ruolo di destinazione e non solo di partenza. È in questo scambio, capace di mettere al centro le persone e i territori, che l’innovazione genera valore duraturo. L’accordo guarda oltre gli spazi. Prevede eventi congiunti tra le due sponde dell’Atlantico, programmi di accompagnamento condivisi e, in prospettiva, un network di business angel comune, ancora allo stadio esplorativo.
La rete italiana si allargherà a Berlino, Zurigo, Praga e Istanbul, e Atlas Next ha messo in agenda nuovi presidi in Asia e Medio Oriente.
La prova vera arriverà con i risultati, quante imprese sapranno trasformare l’accesso a queste reti in contratti e investimenti. Ma la logica di fondo, un solo passaporto per muoversi tra ecosistemi invece di ricostruirne uno in ogni Paese, risponde a un bisogno che il comparto si porta dietro da anni. L’avvio operativo è atteso nei prossimi mesi.
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