Articolo di Sergio Campisi in esclusiva per Social Up Magazine
C’è una parola che ritorna guardando il percorso di Giulia Càrastro, ed è “soglia”. Siciliana, classe 2003, oggi a Londra, appartiene a quella generazione di danzatori italiani che ha scelto presto di formarsi all’estero e che, nel farlo, ha trasformato lo spaesamento in materiale di lavoro. Non un dettaglio biografico: un filtro per leggere quasi tutto ciò che porta in scena.
La traiettoria formativa è rigorosa. Inizia a Catania attraversando Vaganova, Cecchetti e metodo francese, tre grammatiche che pochi danzatori della sua età padroneggiano insieme, e nel 2021 entra alla Northern School of Contemporary Dance di Leeds, dove nel 2024 si laurea con First Class Honours. Nel sistema britannico è un dato che pesa: indica una maturità tecnica e analitica fuori dall’ordinario.
Il passaggio al professionismo è netto. Nel 2023 debutta in Maria de Buenos Aires al Leeds Opera Festival, sotto la regia di Carlos Pons Guerra per DeNada Dance Theatre, ed entra nell’orbita della Balbir Singh Dance Company con Cricket Green: primo segnale di un’apertura che diventerà cifra ricorrente, l’interesse per le forme interculturali (Bharatanatyam, Kathak), affrontate come ricerca corporea e non come citazione.

Il 2024 e il 2025 sono gli anni dell’accelerazione. Vertical con Tanz Company Gervasi la riporta brevemente in Italia; Into the Novacene di Jack Philp Dance Company la porta in tour britannico; Yaa Devi di Devika Dance Theatre la consolida come interprete capace di abitare codici diversi nello stesso anno. Poi arrivano i nomi che, nella danza britannica contemporanea, segnano un passaggio: Joseph Toonga, l’Akram Khan Company, un legame nato dai workshop e proseguito nel Professional Development, con la partecipazione a Memories of the Future all’Alhambra di Bradford e ancora attivo, Alleyne Dance, Rhythmosaic. Nel febbraio 2026 è in scena con I Illuminate per i One Dance UK Awards; a luglio tornerà al Latitude Festival con Far From Home di Alleyne Dance.
Letto in fila, l’elenco potrebbe sembrare un curriculum in scalata. Più interessante è ciò che tiene insieme questi lavori: progetti che abitano i margini, diaspora, identità, silenzio, e che chiedono all’interprete di esporre qualcosa, non solo di eseguire. È qui che la formazione classica europea si rivela meno gabbia e più risorsa: la cura della linea, il controllo del peso, la sospensione costruita in dieci anni di sbarra diventano lo strumento per pronunciare un materiale che spesso chiede al corpo di rompersi, non di comporsi.
«La danza classica è stata il mio primo linguaggio: mi ha dato disciplina, rigore, consapevolezza del corpo. Durante il lockdown del 2020 ho iniziato a interrogarmi sulla direzione della mia ricerca, mi sono avvicinata all’improvvisazione, a percepire la tecnica non più come struttura da seguire rigidamente ma come strumento da scomporre, trasformare e attraversare con una voce personale. Ho scelto l’Inghilterra perché cercavo un ambiente in cui esplorare nuovi linguaggi, incontrare artisti di culture differenti, costruire una pratica più aperta, fisica e interdisciplinare, un percorso che partisse davvero da me.»

Il passaggio alla coreografia è recente ma indicativo. Nel maggio 2025, per Dancing on Difficulties, programma del Bradford Year of Culture curato da The Leap , firma e interpreta Terra, una riflessione sulla Sicilia letta dal punto di vista di chi se ne è andata. Il lavoro tocca un nodo che la danza italiana raramente affronta senza sentimentalismo: l’esperienza di essere percepita come straniera in Inghilterra e, insieme, come ormai estranea quando si torna a casa. La forza di Terra sta nel non risolvere la frattura: non la riconcilia, non la nostalgizza, la attraversa.
«Terra è nata nel mio ultimo anno di università, quando mi sono accorta di essere spesso etichettata come “la siciliana”, non sempre in senso positivo. Ho attraversato una crisi identitaria e ho deciso di attraversarla, non di allontanarmene: raccogliere memorie, suoni, pratiche folkloristiche della Sicilia e del Mediterraneo, intrecciarle con ciò che l’Inghilterra era diventata per me, cambiamento, distacco, possibilità di reinventarmi. È una mappa emotiva, una ricerca sull’appartenenza intesa come spazio da attraversare. Volevo parlare della Sicilia senza cadere nell’immagine folkloristica superficiale: sono partita da ciò che la Sicilia significa davvero per me, il mare, la terra, il sole sulla pelle, la sabbia, le sedie fuori casa, il cuttigghio, il caffè, le ritualità quotidiane.
I want to show my roots because I finally care about them. It is simply my portrait.»
Il nuovo progetto sposta lo sguardo dal sé alle generazioni che l’hanno preceduta, in particolare alla nonna Giuseppa, cresciuta nella Sicilia degli anni Cinquanta. Il rischio del materiale autobiografico-femminile è noto, può scivolare nell’agiografia familiare , ma l’impostazione che Giulia descrive, fondata su poesia, fotografie, testimonianze e ricerca corporea, sembra orientata a lavorare sull’eredità invisibile più che sul ritratto. Sarà interessante vedere come la sua sensibilità per le tradizioni popolari del Sud, tarantella, pizzica, entrerà in dialogo con il vocabolario costruito in Inghilterra.

«Sono ancora in una fase iniziale: sto raccogliendo materiali, memorie e il tempo necessario perché emerga una scratch performance. L’idea nasce dal desiderio di esplorare la famiglia attraverso mia nonna Giuseppa, che per me ha sempre incarnato una forza straordinaria e una grande capacità di resistenza, una presenza silenziosa ma potentissima, profondamente legata all’idea della mia Terra. Vorrei capire cosa può nascere dall’incontro tra questi ricordi, la scrittura poetica a cui mi dedico nel tempo libero e una possibile collaborazione musicale. Mi interessa riportare una storia antica dentro una sensibilità contemporanea, cercando un linguaggio essenziale, umano, condivisibile.»
A ventitré anni Càrastro è già dentro il sistema professionale britannico. La domanda vera, ora, riguarda il passo successivo: se l’arco che si sta delineando, interprete richiesta e coreografa con una poetica riconoscibile — riuscirà a tenere insieme le due voci senza che una soffochi l’altra. Per ora, il materiale che porta in scena suggerisce di sì.





