Wonderland: storia della cultura di massa

In #CulturalMente by Roberta LatorreLeave a Comment

Analizzare un fenomeno culturale è un compito molto difficile, ricercare le origini di ciò che fa ancora parte del nostro immaginario collettivo significa avviare una vera e propria indagine storica per spingersi alla scoperta e di seguito all’analisi di ciò che passa ogni giorno sotto i nostri occhi e che raramente fa sorgere in noi dubbi o domande significative.

Raramente, infatti, ci fermiamo a riflettere su quali siano le basi della nostra cultura, sulla provenienza delle immagini, delle forme e dei modi di rappresentare la realtà che abbiamo ereditato senza nemmeno accorgercene dalle generazioni precedenti e che utilizziamo con altrettanta inconsapevolezza in ogni momento della nostra vita.

L’ultimo volume pubblicato dallo storico Alberto Mario Banti, Wonderland: la cultura di massa da Walt Disney ai Pink Floyd è un’analisi dettagliata dello sviluppo dell’industria culturale americana, a partire dal 1933, data in cui nelle sale cinematografiche venne proiettato per la prima volta I tre porcellini di Walt Disney, destinato a diventare il simbolo di quella che viene identificata come cultura mainstream. La cultura mainstream si diffonde in modo così radicale che ancora oggi possiamo individuarne le modalità di diffusione in praticamente tutto ciò che ci circonda, dalle storie che leggiamo nei bestsellers alle trame delle serie tv, fino ai testi delle canzoni più in voga del momento.

L’idea di intrattenimento che la cultura mainstream suggerisce al pubblico è sicuramente molto consolatoria: storie cariche di bei propositi e finali gioiosi, contrasti tra buoni e cattivi che si risolvono sempre nel migliore dei modi, atmosfere rassicuranti. La cultura di massa presuppone un pubblico per lo più passivo, le cui aspettative vengono rispettate puntualmente. Tutto ciò, però, procede a discapito dei contenuti, resi sempre più ripetitivi e semplici, poveri sia dal punto di vista nozionistico che da quello lessicale (basti pensare ai testi di alcune canzoni pop), in grado di annullare completamente le capacità critiche del fruitore, incoraggiato ad accontentarsi di strutture cognitive ridotte al minimo.

La cultura di massa, come ogni fenomeno culturale che si rispetti, genera scontento soprattutto in una piccola percentuale del pubblico che, per motivi etnici, politici o economici, non si accontenta più dell’universo rassicurante “disneyano”, ma percepisce profondamente i disagi che la società americana tenta di nascondere e lenire per mezzo delle storie a lieto fine. La cosiddetta controcultura di massa, a partire dai disastri della seconda guerra mondiale, diventa con il passare del tempo sempre più imponente: a promuoverla sono gli afroamericani, le subculture giovanili, i militanti per i diritti civili, in ogni caso le minoranze più sofferenti costrette a vivere in situazioni di marginalità e talvolta a subire segregazioni razziali. Dunque in quali modi si esprime la controcultura? Banti riconosce un fenomeno che più di ogni altro rappresenta queste nuove modalità di espressione: il rock. La cultura alternativa delle minoranze si esprime secondo modalità desuete, irregolari, completamente alternative. Bob Dylan, i Beatles, i Pink Floyd, così come il nuovo cinema Hollywoodiano o le nuove forme di programmazione televisiva erano considerati un tempo le uniche modalità di ribellione possibile al conformismo mediatico che aveva permesso alle industrie culturali di ottenere grandi profitti a scapito di un pubblico ormai passivo e arrendevole.

La controcultura continua così a crescere con il passare degli anni e a imporsi a sua volta sul mercato di massa: gli LP dei gruppi rock arrivano in testa alle classifiche di vendite, la diffusione della televisione propone al pubblico modelli differenti, cambia lo stile di vita delle persone così come cambia il ruolo delle donne (basti pensare alle ammiccanti pin-upche compaiono sulle riviste o negli spettacoli burlesque), e infine, per arrivare ai giorni nostri, la controcultura si assesta definitivamente con il web, ovvero con la cultura generata direttamente dagli utenti, con la creazione di un numero a dir poco infinito di contenuti.

Alberto Mario Banti passa in rassegna in modo approfondito tutti i fenomeni che hanno influenzato quello che è il nostro modo di vedere le cose ancora oggi, partendo proprio dalle origini, dalle prime manifestazioni di una cultura che si è depositata rapidamente e che si è cristallizzata attraverso gli anni nel nostro modo di pensare, di percepire gli eventi e di interpretare tutti i fenomeni che fanno parte della nostra quotidianità.

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