La pittura come medicina per la depressione: il caso di Hermann Hesse

Da sempre l’arte, al di là del contesto, dell’epoca, dei prodigiosi personaggi che ne fecero uso e soprattutto del messaggio e stile di riferimento, ha fornito quel “sostegno” in più per colmare, risanare, consolidare le più intime necessità, risolvere problemi e alleviare le nostre nascoste sofferenze. Nel corso della storia, personalità di spicco ne hanno fatto ricorso, rifugiandosi nella pittura per sfogare le proprie frustrazioni e sconfitte, per comprendere il mondo e sé stessi. Ne è un esempio Hermann Hesse, premio Nobel per la Letteratura nel 1946, autore di romanzi che rappresentarono tappe fondamentali nella storia dell’opera narrativa, come “Siddharta” o “Narciso e Boccadoro”.

Ad avvicinare lo scrittore alla pittura furono profonde, quanto apparentemente insanabili, crisi personali e creative che lo fecero piombare in poco tempo in una depressione senza fine. Fin dal primo momento, gli venne consigliata l’arte come unica e indistruttibile terapia. Come egli stesso affermava: “Dalla tristezza che spesso diventò insopportabile, trovai una via d’uscita per me cominciando a disegnare e a dipingere, ciò che non avevo mai fatto in vita mia”.

Come in una timida relazione, ne approfondì la conoscenza, ne scoprì i più intimi segreti e l’arte, in cambio, gli offrì una sviscerale sincerità e passione nei suoi confronti. Hermann Hesse si avvicinò timidamente all’arte a partire dal 1916, su consiglio del Dottor J.B Lang, che gli consigliò di dipingere i suoi sogni, le sue paure, cosa avrebbe voluto “provare e vedere dentro di sé“. La pittura divenne, quindi, l’unica grande arma di lotta contro il suo malessere. Dipinse i suoi primi quadri a Berna e Lucerna per poi spostarsi definitivamente a Montagnola, in Svizzera, dove morì nel 1962.

Fin dalle prime prove, Hesse comprese tutta la potenza della pittura, passando, nel corso di questa sua piccola carriera, da artista di paesaggi ad autoritratti, illustrando anche i propri racconti e producendo complessivamente circa 3000 acquerelli.  Lo scrittore dipinse negli ultimi anni della sua esistenza, quando la malattia ormai rischiava pericolosamente di assorbirlo nel suo vortice negativo e desolante: solo l’arte e il suo incredibile quanto indistruttibile potere curativo salvarono la sua mente ed il suo cuore, riappropriandolo di quei colori e paesaggi di cui si sentiva tristemente privato.

Ispirato a Matisse e Kandinsky, stilisticamente i quadri di Hesse presentano una forte presenza di colori primari su tonalità tenue, una realtà rappresentata in maniera semplice, armoniosa, senza alcun picco formale o cromatico, una visione sintetica, gioiosa quasi infantile, come a voler ripercorrere la loro spensierata esistenza. I suoi dipinti diventarono talmente importanti per Hesse che seguivano passo passo la sua produzione letteraria, tant’è che egli arrivò a considerarli sullo stesso piano: “Tra la mia pittura e la mia poesia non c’è discrepanza, cerco sempre la verità poetica, non quella naturalista…”. 

Hermann Hesse fu un commovente esempio di come attraverso l’arte e i suoi infiniti quanto potenti strumenti si potesse cambiare la natura e lo stato psico-fisico di un uomo, destinandolo ad una pace eterna con se stesso e col mondo.



Alfonso Lauria