Intervista a TY1: “DJUNGLE racconta di me e della mia esperienza”

È uscito oggi “DJUNGLE”, il nuovo disco di TY1, al secolo Gianluca Cranco, conosciuto come il migliore Dj nonchè uno dei maggiori Producer della scena rap italiana.

L’album contiene ben 14 brani con i featuring di 24 artisti delle musica contemporanea ossia: Marracash, Paky, Guè Pequeno, Massimo Pericolo, Pretty Solero, Myss Keta, Noyz Narcos, VillaBanks, Ernia, Capo Plaza, Jake La Furia, Speranza, Taxi B, Rkomi, Ketama126, Samurai Jay, Geolier, Neffa, Tiromancino, Pablo Chill-E, Mc Buzzz, Dosseh, Touchè e Vettosi.

La copertina del disco – curata dall’artista Gianfranco Villegas e scattata da Francesco Bonasia – mostra un bambino con il logo di TY1 rasato sulla nuca, immerso in quella che appare come la perfetta raffigurazione di una giungla urbana su cui si stagliano cemento e palazzoni, ma anche un immaginario colorato dalla fantasia del giovane ragazzo.

L’uscita di DJUNGLE è stata anticipata da “Fantasmi” brano feat Marracash e Geolier che sta infuocando su Spotify con milioni di ascolti.

Del nuovo album e di tutto ciò che gli ruota intorno ne abbiamo parlato con TY1 che si è raccontato nelle sue mille sfumature da appassionato di musica.

Oggi è uscito il tuo nuovo album: cosa rappresenta per te “DJUNGLE”?

“Djungle”, di nome e di fatto, racconta di me e della mia esperienza nella musica pop che viene dai quartieri. “DJUNGLE” con la d muta perché ho preso spunto dal film di Quentin Tarantino, però è Dj nella giungla, in realtà sono io. Ho cominciato come deejay nei primi anni ’90, dal 2010 in poi ho iniziato ad occuparmi della produzione musicale. E’ un disco urban con varie influenze musicali che ho avuto nel corso della vita, ma con un suono unico.

Un Dj nella giungla che, per l’occasione, ha collaborato con 24 artisti. Come hai scelto gli artisti?

Molti sono amici, altri sono artisti che rispetto. Non ti nascondo che ne avrei messi altri, ma ad un certo punto la mia etichetta mi ha detto: “Basta” perché ci avevo preso gusto a mettere insieme artisti che forse non avrebbero collaborato mai tra di loro. Ci sono collaborazioni inedite: se non fosse stato per me, non sarebbe accaduto. Ho dato anche una direzione artistica all’album, valutando i vari featuring. Sono contento siano venute fuori delle canzoni e non delle tracce forzate o assemblate, visto che abbiamo lavorato a distanza, causa covid.

Per ogni singola traccia avevi già pensato a quali artisti affidarla?

Penso sia proprio il ruolo del produttore. La bravura sta nel pensare a chi abbinare tra gli artisti in modo da poter dire quando esce il pezzo: “Wow! Cosa è questa magia?”

Per il pezzo di Neffa con Coez, loro non mi conoscevano. Io avevo un ritornello con uno special diciamo, dopo aver avuto contatto con Neffa abbiamo chiamato Coez con il quale dovevo farci anche qualcosa, e poi è venuta fuori una canzone come se fosse stata scritta da loro due a casa. Secondo me essere produttore è questa roba qui: non solo avere conoscenze tecniche, ma anche saper mettere due artisti insieme o far cantare ad un artista brani ai quali non ha mai pensato.

Tra tutti gli artisti presenti nell’album che sono rappresentanti della scena urban/rapper italiana, spiccano due nomi che mai avrei pensato di trovare ossia Neffa e i Tiromancino. Quali sono i punti di incontro con loro?

Ti racconto com’è andata. Un paio di anni fa mi piaceva moltissimo una canzone dei Tiromancino, “Nessuna certezza” fatta con Elisa e Meg. Ho lavorato su questo brano, dandogli una mia chiave, ho fatto scrivere le strofe a Ernia e l’ho mandato a Zampaglione al quale è piaciuto tantissimo e l’ha voluto ricantare. Con Neffa avevo già collaborato per il suo disco, così gli ho chiesto se avrebbe fatto lo stesso per il mio. Mi ha dato questo pezzo di cui ho rifatto la base con un suono molto internazionale e, secondo me, è un pezzo molto interessante.

Hai raccontato che provieni da un quartiere di Salerno. Mi hai fatto pensare sia a Cesare Pavese che diceva: “Un paese ci vuole, anche solo per poterci ritornare” e a Elodie che ha raccontato da quale realtà proveniva. Quanto è importante avere nel proprio background il venire da un quartiere, con tutte le difficoltà che può avere?

Ciò che è importante è essere se stessi, secondo me. Sia se vieni da un quartiere, sia se nasci in una famiglia agiata. Io sono nato in una famiglia che non aveva grandi problemi economici e che ha sempre lavorato. Io ho sempre avuto il focus della musica: anche se stavo per strada e vedevo attorno a me cose non bellissime, non mi sono mai staccato dalla mia passione. Un po’ come ha fatto Elodie: la musica l’ha elevata e le ha dato modo di essere chi è. Da dove vieni ti puoi prendere anche del buono dal tuo quartiere. Io dal mio quartiere ho avuto una community di amici con i quali facevamo i graffiti, ascoltavamo il rap: noi abbiamo assimilato il buono. Se sono quello che sono, se faccio quello che faccio e se il disco è quello che è, è anche grazie alla mia città, da dove provengo.

Nelle classifiche italiane il rap si è imposto. Secondo te a che livello è il rap italiano in questo momento?

Nelle classifiche vi sono vari strati del rap, quindi bisogna fare una distinzione tra il rap vero e quello contaminato con delle sfumature diverse. Per il rap, oggi c’è il rischio che vada a confondersi con il pop. Ci sono artisti, però, che sono rimasti nel tempo ossia Marracash, Gue Pequeno, Massimo Pericolo e Sfera Ebbasta. Le classifiche danno spazio a tutti.

Per decidere oggi di produrre qualcuno, cosa cerchi?

L’originalità, la magia, una voce potente, testi spessi. Trovare queste caratteristiche in ragazzi giovani non è sempre agevole. Molte volte sento critiche sulla nuova scuola non da altri colleghi, ma dai commenti su Instagram, su YouTube, dagli stessi giornalisti. Si tende a criticare i ragazzi giovani perché dopo un po’ fanno e dicono sempre le stesse cose. Ma secondo me, si deve avere il tempo di maturarlo un album. Oggi in un anno si rilasciano moltissimi singoli, ma un ragazzino di vent’anni cosa ha da dire? Tu per raccontare devi avere il tempo di vivere. Un ragazzino di vent’anni dopo che ha fatto due album, al terzo cosa deve raccontare? C’è questo rischio. In un ragazzo giovane cerco qualcosa da raccontare, musica nuova, sperimentazione.

Sei nato come deejay. È un aspetto di cui non si parla molto, ma con la pandemia non credo che i deejay siano più riusciti a lavorare. Cosa pensi a proposito?

Io sono un deejay/ produttore quindi a me tocca dal lato che non posso promuovere la mia musica. Questa cosa mi devasta, proprio perché quando realizzo una canzone, io penso anche a come può reagire la gente, a come la può cantare in un club. Non fare questo test, per me è veramente frustrante. Per fortuna, anche se fortuna non solo visto che mi sono molto impegnato per riuscirci, sono in un momento della mia vita in cui produco musica, ma ci sono tanti miei colleghi che sono a casa con le mani in mano. Spero si riparta presto.



Sandy Sciuto