Intervista a Lorenzo “Linguini” Sandano: il viaggio di una vita inseguendo la passione per il cibo

In social up by Alessia CavallaroLeave a Comment

Lorenzo Sandano, in arte “Linguini”, classe ’91.

Iniziare un’intervista dandovi solo questi particolari, dovrebbe farvi già rendere conto della giovane età e della sua grandissima passione per tutto ciò che parla e che gira intorno al mondo del cibo. Lorenzo si descrive egregiamente nelle risposte che seguono: parla di sè, con timida ma presente convinzione, raccontandoci di tutti i gradini raggiunti, della sua visione delle cose e anticipandoci quali siano le soglie che vorrebbe varcare. L’età spesso non fa la persona e lui ne è l’esempio lampante, vista l’indiscussa bravura riconosciuta da chiunque. Oltre alla grandissima passione per il mondo dell’enogastronomia e i numerosi viaggi da cui torna sempre più entusiasta, sono il sentimento e l’emozione che riesce a trasmettere, le qualità che fanno percepire quanto di lui ci sia nel mondo della cultura del cibo. Quando una persona mette tutto sè stesso e tutto ciò che lo rappresenta in quello  che fa, diventa impossibile non notare l’eccezionale personalità che ci si volge davanti.

Così eccoci qui, con il nostro “a tu per tu” con Lorenzo Sandano, per gli amici “Linguini”.

Lorenzo in arte “Linguini”: la tua identità rimane più o meno nascosta, ma chi è Lorenzo nella vita di tutti i giorni e cosa fa quando non è ai fornelli?

Ci tengo a precisare una cosa: il mio percorso è sì, cominciato cucinando a livello dilettantistico, quindi la cosa che mi ha avvicinato a questo mondo è stata indubbiamente la cucina, ma attualmente i miei canali principali sono quelli legati al mondo della ristorazione in veste di critico gastronomico. Difatti, per obbligo professionale, mi ritrovo a girare ristoranti senza potermi dichiarare come Lorenzo. Il soprannome “Linguini” deriva da un episodio abbastanza buffo e cioè di quando ero agli inizi della mia carriera (17 anni) e un ristoratore, rivolgendosi a mia madre che era quel giorno con me, le disse che assomigliavo al personaggio di Ratatouille. Da quel momento il soprannome è rimasto, ma viene usato prevalentemente per i canali di Instagram. Nella vita reale non so bene definirmi: sinceramente mi sento molto normale, anche perché l’attività che svolgo, nonostante sia molto frenetica, mi apre porte che mi conducono in giro per l’Italia e per il mondo. Però, nel quotidiano, abito in un quartiere periferico di Roma (Torre Spaccata), sono cresciuto nel quartiere di Quarticciolo, quindi rimango strettamente attaccato alle mie radici e, se devo essere sincero, non riuscirei mai ad immaginare un’altra tipologia di contesto in cui poter vivere. Per il resto la mia giornata lavorativa è davvero esaltante, impegnata soprattutto nella realizzazione di contenuti. E’ consequenziale il fatto che io non possa avere una giornata legata ad orari di ufficio, ma come dico sempre, “lavoro 24 ore su 24”. Col fatto che collaboro con tre testate e lavoro anche per un’ azienda che non ha nulla a che fare con la ristorazione o col giornalismo, è ovvio che il mio lavoro mi occupi davvero tanto tempo. E’ una vita a tratti molto ordinaria che diventa molto meno routinaria quando mi si offrono possibilità di fare esperienze al di fuori del comune, che possono essere come l’investire in un viaggio in Giappone, spedizione da cui sono appena tornato. Per questo tipo di lavoro la chiave di volta credo sia proprio questa: legare qualcosa di ordinario a qualcosa di straordinario, che sia in grado di stimolarci sempre. In poche parole, la vita di Lorenzo è quella di un ragazzo di 27 anni con il pallino per il mangiare bene.

Sei giovanissimo, eppure sono tante le esperienze che hanno colorato e che continuano a colorare la tua vita: da dove prendi tutta questa energia e come riesci a legare al cibo ogni cosa che fai?

La prima cosa che mi viene in mente da dire, in realtà, è abbastanza scellerata: quello che faccio è legare praticamente ogni esperienza al mangiare o, comunque, allo scoprire cose nuove da poter assaporare e quindi conoscere. In effetti ne è diventata una “malattia” (tono scherzoso). Penso che qualsiasi tipologia di passione declinata all’estremo diventi poi un pò qualcosa di patologico; anche perché l’impeto passionale è qualcosa che raramente uno riesce a tenera a bada. Nel mio caso, è stata una fortuna quella che questa passione trovasse, più o meno nell’immediato, uno sbocco lavorativo. Quando ho iniziato ad affacciarmi a questo mondo erano ancora molto limitate le piattaforme mediatiche legate al mondo dell’enogastronomia. Quindi, un ragazzo di 17 anni, che spendeva tutto quello che guadagnava lavorando in una bottega a Centocelle, per andare a mangiare e a provare determinati ristoranti o a provare a “sfornellare” a casa o a tenere in caldo il lievito madre per panificare la colomba pasquale, dava nell’occhio. Questo probabilmente mi ha aiutato, oltre sicuramente alla mia costanza e alla mia tenacità: non ho dato la possibilità alla mia passione di spegnersi, ma anzi, di rimanere su un binario di rinnovamento continuo. Non ho mai trascurato nessun tipo di opportunità, sia a livello prettamente giornalistico che a livello di esperienze. Andare a vedere con i miei occhi come nascono alcune realtà agricole italiane, che per me sono alla base di ciò che poi viene trasformato nelle cucine o, anche semplicemente, andare a fare formazione nelle cucine per tastare con mano cosa passa tra chi deve criticare e chi realizza il piatto. Sono esperienze che per me sono fondamentali per una formazione solida, che abbia l’obiettivo di creare un valore aggiunto per chi deve raccontare la ristorazione. Oltre a questo, credo che non sentirsi mai “arrivati” sia fondamentale: è importante sentirsi addosso sempre quel grado di impreparazione che porta poi ad avere una mente aperta e ricettiva. L’energia la trovo grazie ad uno slancio attitudinale. Come vi dicevo, la passione è un ottimo carburante, ma quello che secondo me fa la differenza è l’attitudine. Attitudine, termine inteso come un qualcosa che ci portiamo dietro ovunque noi andiamo, perché questa caratteristica risiede dentro di noi, a prescindere da tutto. L’idea che il cibo faccia parte, volenti o nolenti, di tutte le fasi importanti della nostra vita, che, a loro volta, siano il carburante per tutto il resto, a me emoziona. Per me il cibo è vita.  

Quando e come, un ragazzo della periferia di Roma, ha deciso di diventare critico gastronomico? Quali sono le scelte che ha fatto che lo hanno portato a realizzare il suo sogno?

Il mio iter è stato tanto ordinario quanto particolare. Un pò come per tutti, la passione per il cibo e per il mangiar bene mi è stato tramandato familiarmente, ma, in verità, ho intrapreso questo viaggio per me. Viaggio illuminante nel vero senso della parola, in quanto mi sono ritrovato catapultato tra le strade di Barcellona all’età di 17 anni e l’amore così è esploso, senza che io potessi dire no. Per la prima volta in vita mia, ero riuscito a conciliare l’idea di giovinezza, legata al punto di vista del divertimento, con qualcosa di più professionale, facendo in modo di correlare ogni tappa, sulla guida che portavo con me, ad un’esperienza gastronomica. In più gli spagnoli sono stati molto bravi a rendermi il lavoro più facile: sono ottimi venditori e comunicatori del cibo, vista la convivialità che usano nel mangiare. Quando sono poi rientrato in Italia, mi chiesi per quale motivo non avessi ancora fatto la stessa cosa io, nella mia città. Così ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo del cibo, seguendo corsi di cucina, implementando quella che era la mia passione per il cibo e aprendo il mio primo blog “Linguini”, un mezzo molto intimo per relazionarsi in quella cerchia di persone interessate nel comunicare attraverso il cibo. Da lì sono stato notato, possibilmente vista anche la mia giovane età, e fatto entrare a far parte della mia prima realtà giornalistica: “Le Vie Del Gusto”. Ancora prima avevo collaborato saltuariamente con una testata online (“Scatti di Gusto”) e seguivo assiduamente il forum de “Il Gambero Rosso”.

Il mio è stato un vero e proprio praticantato a tutti gli effetti: mi sono ritrovato a 19 anni a fare il lavoro che svolgono tutte quelle persone che si affacciano al mondo del giornalismo, come racimolare comunicati stampa, scrivere news, cercare di rimodulare articoli altrui e svolgere quel lavoro di archivio che un pò tutti quanti ci ritroviamo a fare agli inizi di un percorso del genere. Quando questa realtà ha avuto problemi ai livelli di Direzione, ho iniziato a chiedermi cosa volessi fare, dove volessi andare. Senza farlo apposta, ho avuto la fortuna di entrare in contatto, e poi di collaborare per ben cinque anni, con “Il Gambero Rosso“, il mio sogno fin dall’inizio. Stefano Bonilli, nonostante stesse fuoriuscendo da questa realtà, mi è stato vicinissimo, soprattutto nell’aiutarmi a capire cosa volessi fare della mia vita. Dopo aver esaurito gli stimoli che potevano derivare da questo progetto, ho avuto un’ulteriore opportunità, quella di partecipare a Masterchef. Da lì sono entrato in contatto con la testata “L’Espresso”, con la quale ho collaborato per la Guida ai Ristoranti e contemporaneamente ho conosciuto un’altra prospettiva, rappresentata dalla rivista cartacea di spunto internazionale “Cook_Inc” di Anna Morelli. Quest’ultimo giornale, con cui collaboro stabilmente, possiede un approccio legato al racconto eno-gastronomico molto ampio e molto stimolante. Tutto il mio percorso è stato un mix di fortuna, di costanza e di investimento in quelli che erano i miei sogni e i miei progetti. La strada che ho personalmente percorso, a mio avviso, è stata valida, nonostante non sia tutt’ora lastricata di marmo e mosaici: ogni lavoro ha pro e contro, ma è qualcosa che mi sono costruito da solo, acquisendo valore ad ogni passo in più percorso.

Sei da poco uno dei nuovi giudici di “Cuochi e Fiamme“, programma televisivo di indiscusso successo. Com’è stare davanti alle telecamere, ma soprattutto cosa succede dietro le quinte? Svelaci qualche aneddoto! 

In realtà per me è stata un’esperienza totalmente nuova e, anche adesso che parliamo, ho il televisore acceso mentre sta andando in onda una delle puntate. Devo dire che il riscontro con le persone è stato davvero positivo. L’esperienza è stata molto bella, intensa e dura, perché abbiamo registrato per quasi un mese e mezzo praticamente tutti i giorni, dalla mattina prestissimo fino a sera, con soltanto un intervallo di pausa, registrando fino cinque puntate al giorno. D’altro canto è stato benissimo conoscere persone che svolgono questo lavoro da professionisti, rispetto a me, che ero e sono un neofita in questo campo. La verità è che tutto si è svolto in maniera molto naturale, perché le persone che hanno lavorato con me ( Simone Rugiati, Chiara Maci, Debora Villa e anche tutto lo staff dietro, per intenderci ) sono tutte persone molto amabili, molto sincere. Tutto quello che è successo, ogni battuta, ogni risata, ogni sorriso, è nato in maniera spontanea, senza che ci fosse bisogno di un copione dietro, se non due linee guida su chi fossero i partecipanti in quel momento. Un aneddoto divertente di cui vi posso raccontare è una cosa che potete vedere da soli in diverse puntate: se ci fate caso, ad un certo punto escono fuori i termini “arrogante” o “golosone”, da cui nascono conseguenziali risate o sorrisini. In verità, tutto è nato da Debora, la quale, durante uno degli episodi, ha ricevuto un piatto in cui veniva le veniva servito un tomino filante da una concorrente molto eccentrica. Durante il primo assaggio (che poi è stato tagliato in fase di montaggio), è stata fatta un’allusione molto spinta che poteva evocare qualcosa di attinente all’atto sessuale. Il piatto così è stato definito “arrogante” e subito dopo da Simone come “golosone”, aggettivo per identificare in realtà chi aveva e espresso il primo commento. Da quel giorno in poi, questi due aggettivi sono stati usati diverse volte, più o meno impropriamente, per descrivere altri piatti, ma anche per creare ilarità comune. E’ stato un pò il tormentone di questa edizione, tanto per farvi capire con quali persone divertenti e genuine ho lavorato.

I protagonisti di questa ultima stagione di Cuochi e Fiamme, da sx: Debora Villa, Simone Rugiati, Lorenzo Sandano e Chiara Maci

 

La televisione ormai è invasa sempre di più da programmi televisivi che hanno per oggetto proprio il mondo della cucina: tutti si professano grandi chef in grado di raggiungere facilmente grandi risultati con pochissimo impegno. Non è che, forse, la televisione sta contribuendo a dare un’idea distorta di ciò realmente che vuol dire lavorare in un ambiente del genere? Qual è il tuo punto di vista a riguardo?

Intanto vi ringrazio moltissimo per aver tirato fuori questo argomento, perché nel mio ambito lavorativo pochi ne parlano in maniera realmente completa o, comunque, in pochi si pongono questo interrogativo. Per me quello che indirettamente esprimere attraverso la domanda, è verissimo. La differenza, a mio avviso, risiede sempre tra la gettata possibile del messaggio e quello che poi si trasmette realmente col medesimo. La televisione ha un grande merito, quello di far si che un grande tema, come quello della cucina, arrivi ad una fascia di persone molto più ampia e soprattutto in maniera molto trasversale. Questo ha fatto sicuramente del bene, difatti anche io mi sono prestato a partecipare a trasmissioni, non perché avessi smania di parteciparvi, alzi, chiunque mi conosce di persona sa quanto in realtà nutro insicurezza per ogni cosa che faccio, ma perché per me era importante annusare quello che era il substrato televisivo. Finché tutto questo rimane in un segmento che propone dei contenuti ricchi, che tratta tematiche anche complesse e quindi poco adattabili al mondo comune, è positivo. Vengono cosi affrontate argomentazioni tecniche e poco conosciute in maniera costruttiva ma con leggerezza, facendo in modo che non si crei quel clima di spettacolarizzazione del cuoco, che lede non solo il messaggio, ma anche la figura professionale del soggetto in questione. Molte altre trasmissioni, pur non volendo, perché in realtà sono programmi ricchi di contenuti validi, rischiano di far passare il messaggio in maniera distorta. A mio parere, l’idea che non dovrebbe passare, è quella dell’immagine di cuoco come figura di spettacolo, quale sembra essere diventata. Bisognerebbe, invece, cercare di riportare la dimensione originaria e il valore reale di chi compie questo mestiere; il che non significa ricalcare vecchi stereotipi che lo vedevano rilegato dietro ai fornelli della nouvelle cuisine, perché ormai il concetto di “cucina”, di “cibo”, va ben oltre. La figura dello Chef dovrebbe essere vista sia come quella di un comunicatore dei valori del cibo, avendo una reale formazione alle spalle, che come quella persona che si punti l’obiettivo di far mangiare bene e in maniera sana i commensali, attraverso un’accurata ricerca del prodotto e delle tecniche di cottura per salvaguardare anche l’aspetto nutrizionale del prodotto in sé. Altri aspetti che non dovrebbero essere sottovalutati riguardano l’eticità e la professionalità che il mestiere in questione richiede. E’ importante far apparire per qual è la realtà dentro alle cucine, dove nulla è facile ma ogni cosa è sudata; dove ci vogliono passione, impegno, dedizione e sacrificio per svolgere un compito del genere. Il mondo della ristorazione è complesso, ogni aspetto è fondamentale, esattamente come tutte le figure che lo compongono.

Il 2019 è iniziato da poco: cosa ti aspetti dal nuovo anno e cosa bolle in pentola?

Sinceramente mi sono imposto una ricerca di stabilità personale. Nel senso che vorrei cercare di distribuire meglio le mie energie: il che significa continuare a fare quello che già faccio, implementando l’attività tramite la costruzione di qualcosa di nuovo, inerente al modo di raccontare il mondo del cibo. Vorrei testare nuovi format, non prettamente televisivi, attraverso i quali possa video-raccontare in maniera più “casalinga” la cultura legata all’enogastronomia. Vorrei raccontare una realtà pratica, quella vissuta, ma anche quella di cui non parla praticamente nessuno. Se dovesse uscire fuori qualche altra opportunità, che mi porti anche un pò lontano da quello che sto facendo adesso, la cosa non mi dispiacerebbe. A volte sento la necessità di allargare i canali verso i quali riverso le mie esperienze. Nell’immediato ho appena fatto un indescrivibile viaggio in Giappone: mi ha portato una bella boccata di sol levante per farmi conoscere un altro spaccato della cucina internazionale. Tutto il resto, avrò voglia di raccontarvelo strada facendo.