I tesori nascosti nelle biblioteche: preziosissime miniature di 1000 anni fa

Andrea Colore

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Chi ha detto che il Medioevo è solo Chiesa? Molto spesso si ignora cosa sia stato effettivamente il questo periodo storico. Lo possiamo considerare come il periodo in cui si sono gettate le basi sociali della nostra epoca. In fondo, è anche vero che per giungere a quel paradiso che chiamiamo “Rinascimento” si è dovuto passare per “l’inferno” del Medioevo. La tradizione è nata così: il Medioevo era un periodo buio, un’età di mezzo fra lo splendore della civiltà classica e l’egemonia di Firenze. Ma non dobbiamo dimenticare che non possiamo cancellare con un colpo di spugna 1000 anni di storia.

Testimoni di questo periodo sono i manoscritti miniati negli scriptoria dei monasteri europei che sono dei testimoni artistici inestimabili. Il Medioevo non ha conosciuto le manifestazioni artistiche dell’età classica e dell’età moderna. Dobbiamo però premettere una cosa: lo stigma che ha segnato il periodo Medievale ci spinge a pensare che il Medioevo sia povero di arte, il che non è ovviamente vero. Ignoriamo in verità cosa sia stata l’arte nel Medioevo per due ragioni principali.

In primo luogo, il Medioevo disprezzava le cosiddette artes mechanicae, ovvero le discipline più tecniche che implicavano una pratica manuale. Per contro, venivano apprezzate le artes liberales, le discipline speculative come la retorica, la matematica o la filosofia.

In secondo luogo, la produzione artistica del Medioevo, benché immensa, fra chiese, sculture e soprattutto crocifissi e arredi religiosi, è per buona parte anonima. Sono pochi i nomi che sono rimasti e la maggior degli artisti appartiene alla seconda metà del Medioevo (inutile citare Giotto e Cimabue, vicini ai meno noti Nicola Pisano e Wiligelmo).

I manoscritti erano realizzati spesso da più persone: era raro che una sola persona si occupasse dell’intera produzione del manoscritto, che era complessa e molto lunga. Un manoscritto spesso veniva scritto da diversi monaci, sotto dettatura, oppure copiando dei fascicoli provenienti dal modello. Dopo la copiatura (che poteva prevedere colori diversi, generalmente rosso per i titoli o rubriche e il nero per il corpo centrale), i singoli fascicoli venivano rilegati e veniva realizzato il manoscritto su cui solo in un secondo momento il miniatore realizzava le decorazioni.

Spesso il miniatore era una persona estranea ai copisti del monastero e disponeva di un armamentario artistico ricco e variegato. Il manoscritto poteva presentare miniature di guerra, miniature religiose, scene di corte o di giostre e tornei. Si potevano inoltre realizzare decorazioni molto semplici (come delle sobrie capolettere) oppure molto più articolate che recavano disegni con prospettive rudimentali (cavalieri su destrieri, giullari che cantavano e suonavano). Altre volte era persino possibile trovare intere pagine miniate (soprattutto nei manoscritti irlandesi) con quelle che vengono definite decorazioni a tappeto, proprio perché ricordano i nostri tappeti persiani! Un caso unico fra le migliaia di manoscritti esistenti è la Bibbia di Teodolfo d’Orleans, che ha una parte delle pagine in porpora vergata in oro. Oro puro! Non è uno scherzo: quelle scritte gialle sul manoscritto sono dello stesso materiale degli orecchini di vostra nonna! Sveglia: cose preziosissime!

Ma come facevano a realizzare queste miniature? In realtà non è diverso da quello che si fa oggi per realizzare un qualsiasi disegno, dallo schizzo sul diario, all’olio su tela. Prima si realizzava un disegno preparatorio e poi si stendevano i colori, dando la precedenza ai più grandi per dopo completare con le rifiniture e le decorazioni marginali. La tavolozza dei colori del miniatore medievale era molto variegata. I colori erano ricavati soprattutto da fonti minerali oppure da animali. Il rosso carminio veniva realizzato dalla cocciniglia e il cremisi da un insetto omonimo.

Altre tonalità di rosso erano realizzate da ossidi di piombo (il minio) o di ferro (il color ruggine), mentre l’ocra era ricavato dalla limonite. Un’altra tonalità di giallo, lo zafferano, era ricavato dall’omonima pianta, nota sin dall’età latina con il nome di croco.

Il verde era ricavato dal rame fatto bollire nell’aceto, realizzando l’acetato rameico; il blu invece poteva essere ricavato dal classico lapislazzulo o da particolari piante, a seconda della tonalità che si voleva ottenere (per esempio, per realizzare l’indaco si usava l’indigofera tinctoria). Il bianco (o biacca) era ricavato chimicamente dal carbonato di piombo, mentre il gesso era ricavato dal solfato di calcio biidrato. Il nero poteva essere prodotto a partire dal carbonio, dalla seppia o da un estratto ferroso di rovere. Infine, i metalli preziosi come l’oro e l’argento erano realizzati in fogli sottili che erano successivamente lavorati. Nessun manoscritto poteva definirsi miniato se non era presente una decorazione d’oro, che poteva assumere anche significati simbolici, soprattutto nei manoscritti religioni (in particolare le Bibbie). Erano poi usati dei collanti naturali come l’uovo per amalgamare i colori e far presa sul foglio di pergamena.

Lungi quindi da noi considerare il Medioevo un periodo che ha svalutato le “arti meccaniche” e le discipline artistiche. Al contrario, la sola lavorazione del manoscritto è indice di grande perizia tecnica, di conoscenza e di minuziosa precisione. Siete ancora sicuri che il Medioevo non ci ha consegnato nient’altro se non santi bigotti e castelli? Chissà quali piccole, grandi meraviglie nascondono le biblioteche della nostra città.

Ovviamente nessuno ve le concederà in prestito come i libri normali: il loro valore è inestimabile. Pensate che spesso ritagliavano le miniature per venderle! Non vorremo correre più questo rischio…