Cosa amavano bere i nostri scrittori preferiti? – #fooks

Emilia Granito

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La capacità creativa in ambito letterario, spesso, è accompagnata alla tendenza a fare (ab)uso di alcolici o sostanze stupefacenti. Non sono rari, infatti, gli aneddoti che riguardano scrittori molto famosi che, per favorire in qualche modo l’ispirazione, hanno fatto ricorso a “sostanze stimolanti“. Sin dall’antichità, i cantori greci e romani, stando a quanto affermano alcune testimonianze dell’epoca, pare che declamassero i loro versi avvolti in fumi allucinogeni. E tale tendenza si è protratta nel tempo, fino ai bohémien parigini di fine ‘800, che mischiavano pessimi vini ad assenzio e oppio, o i poeti della Beat Generation, che sperimentavano la scrittura automatica sotto effetto di stupefacenti. E se le droghe hanno sempre risposto alle esigenze dei talenti più travagliati, cosa dire dell’alcol? In poche parole, cosa bevevano gli scrittori più famosi?

Per alcuni di essi, l’alcol è diventato uno stile di vita, un biglietto da visita della propria peculiare personalità. L’esempio più facile è quello di Ernest Hemingway, il re degli scrittori bevitori, e non a caso la Hemingway & Bailey’s Bartending Guide, che raccoglie i cocktail preferiti dei grandi scrittori, è legata al suo nome. Il volume è stato compilato nel 2006 da Mark Bailey e illustrato da Edward Hemingway, nipote dell’autore statunitense. Fra gli scrittori citati, compaiono anche grandi classici della letteratura mondiale, compresi alcuni italiani.

Partendo proprio da Ernest Hemingway, risulta un po’ difficile individuare con esattezza quale fosse il suo cocktail preferito. Nel periodo in cui visse a Cuba (quando scrisse Il vecchio e il mare), era solito bere Mojito nel bar la Bodeguita e Daiquiri in quello El Floridita (i bar di L’Havana celebri per aver inventato i due mix). Tuttavia, non poteva abusare dei due cocktail a causa del loro elevato contenuto di zuccheri: Hemingway era infatti diabetico. Era anche un esperto intenditore di Martini e riteneva che il migliore fosse quello del bar del Ritz di Parigi.

Sempre fra gli autori statunitensi è degno di menzione Francis Scott Key Fitzgerald, esemplare della Lost Generation americana che trovava svago nell’Europa degli anni Venti. Lui e la moglie Zelda non passavano mai inosservati quando arrivavano ad un party perché, reggendo poco l’alcool, davano spettacolo quasi sempre sbronzi… Fitzgerald amava in generale tutti i cocktail a base di gin, convinto che fosse l’unico alcolico di cui non restasse traccia nell’alito.

Anche le donne trovano posto nella guida di Bailey: Dorothy Parker, poetessa e narratrice con una particolare vena satirica, collaboratrice di Vanity Fair Vogue, apprezzava in particolare il Whisky Sour (parti uguali di whisky, succo di limone e mezza parte di sciroppo).

E per chiudere con spirito patriottico, come non menzionare Gabriele D’Annunzio, il Vate della letteratura italiana. Eccessivo in qualsiasi cosa, non lo era affatto nel consumo di alcol, a cui preferiva, di tanto in tanto, la cocaina. Eppure, trova posto nel volume e nella nostra lista perché il suo nome è legato comunque a due alcolici, l’Amaro Montenegro e l’Amaretto di Saronno, di cui fu testimonial all’inizio del Novecento.