In nome del cinema Italiano ecco a voi il mattatore: Vittorio Gassman

Vincenzo Filippo Bumbica

In SPETTACOLO / Vincenzo Filippo Bumbica / Comments

“Il ladro è il chiaro di luna dell’uomo onesto” diceva Shakespeare. Altri e meno poetici chiari di luna aveva purtroppo per lui vissuto Peppe er Pantera (Vittorio Gassman): un grossolano ex pugile suonato, affetto da lieve balbuzie, nulla facente per vocazione e ladruncolo per necessità. Siamo nella periferia romana dove se Capannelle (Carlo Pisacane) cerca Mario (Renato Salvatori) gli dicono che ce ne sono cento con quel nome e se lui specifica che il tizio ruba, loro rispondono che sempre cento sono.

In questo ambiente si snoda la vicenda de ”I soliti ignoti”, un film dolce amaro del 1959 che sottolinea la precaria esistenza di un gruppo di emarginati nella difficile realtà della borgata romana.

Il protagonista capeggia un’improvvisata banda di aspiranti ma poco credibili rapinatori composta, oltre quelli già succitati, da Tiberio (Marcello Mastroianni) fotografo all’occorrenza e Ferribotte (Tiberio Murgia), un siculo geloso marcio che segrega in casa l’avvenente sorella Carmelina (Claudia Cardinale). Questi compari per caso sono decisi a riscattare la loro miserabile esistenza compiendo un colpo ideato da Cosimo (Memmo Carotenuto), un altro delinquentello del giro, a cui il piano però viene furbescamente sottratto.

Un assoluto capolavoro, un film spartiacque nella storia del cinema e del costume diretto dal geniale regista Mario Monicelli che inaugura il filone della commedia all’italiana, dove Vittorio Gassman, qui per la prima volta impegnato in un ruolo comico, col suo immenso e versatile talento, sarà capace come pochi di caratterizzare al meglio questo come altri personaggi del genere in tutte le loro grottesche sfumature e sfaccettature caratteriali, accentuandone per di più le posture ed evidenziando i loro tic.

Comincia così per il baldo attore, nato a Genova nel 1922, un altro aspetto della sua inimitabile carriera fino a quel momento contraddistinta da un passato fatto di personaggi cattivi, infidi e di pochi scrupoli.

Esordi a metà degli anni quaranta, ma il suo primo ruolo di rilievo risale al 1947 nelle vesti del malvagio di qualità Svabrin in “La figlia del capitano”; due anni dopo sfodera l’ambiguo sorriso di Walter, il mascalzone incallito che violenta Silvana Mangano in ”Riso amaro”, poi continua ancora a tormentarla spavaldo e crudele nel melodrammatico “Anna” e finisce per buttarla nelle braccia di un nobile riccone per i suoi biechi interessi in “Mambo”. Si concede una pausa con lo spruzzo della consistente teatralità di “Kean- genio e sregolatezza”; prima di interpretare consecutivamente nello stesso periodo due diverse figure di principe russo: l’orgoglioso Sergio, accusato ingiustamente da Lina Cavalieri (Gina Lollobrigida) ne “La donna più bella del mondo”; e il bieco Anatole, un portatore di male, di corruzione e di depravazione, che vive un’esistenza basata su falsi valori, nell’infiammato scenario del kolossal storico “Guerra e pace “, del 1958.

E qui ritroviamo il Gassman comico che, sul finire di quegli anni, sulla scia dell’inaspettato e formidabile successo del film, ripropone personaggi diversi ma aderenti a quel genere cinematografico: l’impostore Michele, un modesto garzone di un negozio di animali che millanta un titolo nobiliare per concupire la deliziosa Sylva Koscina, in un episodio del film ”La cambiale”; lascia il posto all’incontenibile Gerardo, un istrione che sguazza nella sua creatività di truffatore d’alto bordo, ne “Il mattatore”, firmato Dino Risi, affiancato dalla brava Anna Maria Ferrero nel ruolo di una bella soubrette, dall’altrettanto seducente e scaltra ladra Dorian Gray e dal perfetto Peppino De Filippo suo astuto complice: uno dei suoi cavalli di battaglia che portò anche in televisione.

Nell’intervallo di questi due film, l’eclettico Vittorio mette ancora in evidenza un altro volto della sua bravura infagottato nella divisa di Giovanni Busacca, un militare della prima guerra mondiale: il tipico bauscia milanese che in combutta con lo sfaticato romano Oreste Jacovacci (uno strepitoso Alberto Sordi) tenta sempre di imboscarsi nel tragicomico contesto de “La grande guerra”, ancora diretto da Monicelli. Alla fine i due con un sussulto di dignità moriranno da eroi.

Malgrado in partenza potesse essere la solita minestra riscaldata il film: “L’audace colpo dei soliti ignoti” ha invece un buon risultato di pubblico e critica. Merito della regia del valente Nanni Loy, di un Vittorio Gassman sempre più all’altezza del ruolo ben spalleggiato dall’ottimo Nino Manfredi, dai soliti Salvatori, Pisacane, Murgia e la Cardinale e da tutta una serie di bravi caratteristi.

Sono gli anni del boom economico, irrompono fragorosamente gli anni sessanta e nella sua prima maturità, aitante più che mai, l’attore, ormai romano d’adozione, si cimenta da par suo in tre ruoli specifici di film tra loro diversi: quello surreale e metafisico di “Fantasmi a Roma”; quello di Remo, un ripulito parrucchiere col vizio del gioco condiviso dalla moglie nel pasticcio di “Crimen” e quello mistico accanto ad Anthony Quinn in “Barabba”.

Dino Risi, un altro maestro del set, lo rivuole con lui sempre più mattatore e così riprende la loro stupenda intesa. Dal 1963 al 1968, i due girano in rapida sequenza: “Il sorpasso”, il film cult di quel decennio dove ritrova parte di se stesso impersonando Bruno Cortona, l’eterno fanciullo, superficiale e vanitoso tipico figlio del periodo, che inizia una sarabanda automobilistica coinvolgendo il timido, impacciato e insicuro studente universitario Roberto Mariani (un eccezionale Jean Luis Trintignant), sfortunata vittima di un tragico epilogo; ”Il successo”, sempre con l’attore francese e la sinuosa Anouk Aimée, regia in coppia  con Morassi, seppure il regista milanese risulti non ufficialmente accreditato; ” La marcia su Roma”, un altro caposaldo del cinema italiano in coppia con il sottile e arguto Ugo Tognazzi; ”Il gaucho” nella parte del solito furbastro che partecipa a una improvvida spedizione in Argentina; ”Il tigre “ in cui mal rassegnato quarantenne, si lascia spupazzare dalla procace e prorompente ninfetta Ann Margret, presente con le sue splendide forme anche nell’ultimo film di quella pregevole serie:” Il profeta”, del 1968.

Nel frattempo si concede qualche incursione storica nel cinema in costume, diretto da due esperti e attenti registi  di cose di casa nostra: Pasquale Festa Campanile ed Ettore Scola. Diventa così un principe che brama la  conquista della incantevole suddita Virna Lisi in “Una vergine per il principe” e accende le sue sataniche voglie nei confronti di Maddalena de Medici (la statuaria Claudine Auger) nella raffinata corte rinascimentale di Lorenzo il Magnifico de: ”L’arcidiavolo”.

Passa il tempo anagrafico ma non quello cinematografico e Vittorio, sempre più presente sulla ribalta italiana, torna sui suoi passi e sulla vecchia strada incontra Mario Monicelli per dare vita nel 1970 al rutilante personaggio di Brancaleone nei due film della saga medesima. L’anno dopo, si ritrova anche con Dino Risi, suo amico, compagno e a tempo perso regista di divertenti intermezzi non solo sul set. Insieme confezionano con il magistrale apporto di un Ugo Tognazzi magistrato incorruttibile, un altro film indimenticabile: “In nome del popolo italiano”, un memorabile affresco dei vizi privati e delle pubbliche virtù tipicamente nostrane rappresentate splendidamente dagli opposti personaggi. Il rinnovato sodalizio tra Vittorio e Dino parte da qui e fino al 1990 produce pellicole d’un certo spessore quali”Profumo di donna”; “Anima persa””Caro papà“ e “Tolgo il disturbo”. Sulla via del cinema d’autore s’imbatte anche con un altro regista dei tempi passati, l’eccellente Ettore Scola col quale entra in perfetta sintonia in: ”C’eravamo tanto amati”, un film che racconta trent’anni di storia italiana attraverso le vicende di tre amici, Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, uniti dagli ideali prima ma divisi poi da una donna (Stefania Sandrelli) e da un mondo che li cambia mentre avrebbero voluto cambiarlo loro. I due poi continuano con due titoli diversi però sullo stesso tema; quello dei rapporti umani dentro lo stesso ambiente. Ecco: “Dalla terrazza” del 1980 e sette anni più tardi: “La famiglia”. Questa storia, come specchio del passato, rappresenta forse l’epitaffio più aderente alla sua vita e un nostalgico omaggio alla sua luminosa carriera cinematografica. Qualcosa è cambiato e Vittorio ritorna al suo antico e mai dimenticato amore: il teatro. Qui completa il suo ambizioso e inimitabile itinerario artistico: un giro del mondo artistico lungo quasi ottanta anni. Urbi et orbi da mattatore riconosciuto diventa un immagine iconografica dello spettacolo dove primeggiò, oltre che da artista il più delle volte istrione, come regista, sceneggiatore e scrittore con la ciliegina sulla torta di tanta buona televisione. Stanco, disilluso e malato di depressione, il vecchio leone, come avrebbe detto lui nella circostanza, tira le cuoia. Accade il 29 giugno del 2000.

Vittorio Gassman è stato più che un attore perché era un uomo vero, colto e intelligente, di quelli che confessano sinceramente qualche pregio e tante debolezze. E solo questo tipo d’uomo raccontando sé stesso attraverso le sue opere può insegnare qualcosa che non si può sperdere nel nelle folate del tempo che passa: chi ama l’arte ama la vita e lui visse con questo significato addosso. Era sempre a suo agio nei panni di chi apre e chiude una parentesi dopo l’altra perché non faceva differenza tra una divertente zingarata e il monologo dell’Amleto.

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