Come il dare del “tu” può diventare un insulto

In #Focus by Andrea ColoreLeave a Comment

Dopo aver asserito tempo addietro che Internet ha dato voce agli imbecilli, Umberto Eco, scrittore e semiologo di notevole fama, torna alla ribalta con una delle sue argomentazioni che, per quanto possano essere poco credibili o almeno verosimili, celano un fondo di verità non irrilevante che invita a riflettere.

Questa volta lo scrittore alessandrino ha posto l’attenzione su un pronome, il “tu”, che potrebbe rischiare addirittura di diventare un insulto. L’intero articolo è stato riadattato sulla base del sito on line che contiene la riflessione di Umberto Eco.

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Come noi tutti sappiamo, in italiano vengono usati il “tu” per conversazioni colloquiali e il “lei” (o addirittura il “voi”, ma in rari casi) per esprimere formalità. Ciò ci distingue da alcune lingue, primo fra tutti l’inglese, che ha soppresso l’arcaico “thou” per far posto a “you” per indicare sia il “tu” sia il “voi”. Lo spagnolo, invece, è per certi versi molto simile all’italiano anche nell’uso dei pronomi, in quanto gli iberici utilizzano “usted” e “ustedes” per le forme di cortesia. Il francese usa il “tu” meno dell’italiano, preferendo la forma “vous” alla forma “tu”. In italiano si è sempre usato il “voi” sin dal Medioevo quando ci si riferiva ad un abate o come più volte è scritto nella “Divina Commedia”, per esempio. L’uso del pronome allocutivo (ovvero rivolto ad un destinatario) di cortesia è entrato in voga solo nel Rinascimento e sotto l’influenza spagnola.

Per noi oggi il pronome “voi” è sinonimo di estrema cortesia, eppure un tempo nelle campagne si era soliti usare il “voi” fra i compaesani, come testimoniano i dialoghi ne “I promessi sposi” fra Renzo e Lucia, Agnese e Perpetua, Federigo Borromeo e l’Innominato. Il “tu” nel romanzo è utilizzato solo dai vecchi amici Bortolo e Renzo oppure da Agnese nei confronti della figlia che le risponde con il “voi”. Un tempo, al posto del “voi” si utilizzava il pronome “loro” per mostrare rispetto e cortesia. Oggi è utilizzato solo in modo ironico l’arcaismo “lorsignori”: dire oggi che “lorsignori mi insegnano” equivale a dire che l’interlocutore è un esimio cretino…

Facendo un salto temporale di 100 anni, passiamo ora da Manzoni a Mussolini. Durante il fascismo, venne abolito il pronome “lei”, considerato capitalista e plutocratico, ed è stato rimpiazzato dal “voi”, usato nell’esercito forse perché più virile, ma era più vicino al “vous” e allo “you” francese e inglese, i nemici democratici, piuttosto che alla cortesia del pronome “lei”, originaria della Spagna e perciò franchista. Addirittura il fascismo aveva censurato il titolo della rivista “Lei”, ribattezzandolo “Annabella”, senza considerare il fatto che il pronome del titolo aveva una valenza ben diversa da quella linguistica, in quanto indicava il destinatario della rivista, ovvero le donne, appunto “lei”, proprio come quando nasce una femminuccia o le scritte sui bagni pubblici. Il “tu” rimase frequente fra i giovanissimi e il “lei” relegato all’ambiente lavorativo.

Da un po’ di tempo, ammette Umberto Eco, anche gli sconosciuti iniziano a dialogare fra in modo informale: non è raro, sostiene Eco, che il commesso possa dare del “tu” ad un ragazzotto di quarant’anni, mentre il “lei” è riservato solo a persone più anziane oppure a chi porta la cravatta! Rispetto alla città, in campagna, continua Umberto Eco, ci sono addirittura giovanissimi che danno del “tu” a persone molto più grandi di loro! Umberto Eco ricorda a tal proposito un avvenimento che gli è capitato con “una sedicenne col piercing al naso” che ha iniziato a mostrarsi molto confidenziale. Umberto Eco le ha risposto dunque di tutto punto con espressioni quali “gentile signorina, come Ella mi dice…” credendo che la giovine pensasse che quell’omone ottantenne fosse giunto direttamente da Elisa di Rivombrosa. E questo è il fulcro del problema per Umberto Eco: la “gente semplice”, che a sua detta non ha conosciuto altro pronome che il “tu”, non è stata capace di mediare il linguaggio televisivo attraverso una tradizione precedente.

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Si può dire che per Umberto Eco trovi il “parlare italiano” un po’ grezzo negli ultimi tempi: sono spariti i modi cortesi di dire “scusa signora o signorina” e sono insorti i più diretti e inefficienti “Ehi tu!”. Secondo Eco, il “tu” generalizzato non è un problema della grammatica italiana, ma è un problema generazionale legato alla memoria storica. Umberto Eco, nel suo approfondimento, adduce l’esempio di un fatto ripreso da YouTube e visualizzato da 800 000 persone.

La vicenda è legata al quiz televisivo “L’eredità” dove alcuni concorrenti sono stati forse scelti per la loro appariscenza, ma anche, o almeno lo si spera, per le loro basilari conoscenze nozionistiche che avrebbero così impedito una brutta figura davanti a milioni di telespettatori qualora venisse chiesto chi fosse Garibaldi e non vi fosse stata alcuna risposta… Il fatto è questo: la domanda proposta ai concorrenti era stata “Quando Hitler fu nominato cancelliere?”, lasciando la scelta fra 1933, 1948, 1964, 1979. Ebbene: solo la quarta concorrente è stata costretta a rispondere 1933, dato che gli altri partecipanti hanno risposto in modo errato lasciando ovviamente la risposta corretta come unica e ultima possibile scelta. In un’altra occasione, il conduttore aveva chiesto quando Mussolini incontrò Ezra Pound (poeta anglosassone) e anche in questo l’esitazione è stata al pari dell’imbarazzo! Insomma: per Umberto Eco, questi due esempi sono stati sufficienti per intuire come la memoria di eventi storici si stia pian piano dissolvendo fra le nuove generazioni. Eco ha però ammesso che nemmeno lui era a conoscenza di quando il Duce avesse incontrato Ezra Pound, ma l’ha dedotto senza problemi per esclusione prendendo come punto di riferimento la data in cui il cadavere fu esposto in piazzale Loreto a Milano.

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“Vi chiederete perché lego il problema dell’invadenza del Tu alla memoria e cioè alla conoscenza culturale in generale. Mi spiego. Ho sperimentato con studenti stranieri, anche bravissimi, in visita all’Italia con l’Erasmus, che dopo avere avuto una conversazione nel mio ufficio, nel corso della quale mi chiamavano Professore, poi si accomiatavano dicendo Ciao. Mi è parso giusto spiegargli che da noi si dice Ciao agli amici a cui si da del Tu, ma a coloro a cui si da del Lei si dice Buongiorno, Arrivederci e cose del genere. Ne erano rimasti stupiti perché ormai all’estero si dice Ciao così come si dice Cincin ai brindisi” afferma Umberto Eco.

Per tirare le fila del discorso, per Eco l’abuso del pronome “tu” garantirebbe la sua trasformazione in un “insulto”, oltre che limitare culturalmente non solo noi italiani, ma anche gli stranieri: questo forse, spiega Eco, con la paura che una rapporto di rispetto reciproco con l’utilizzo del “lei” possa riportare indietro nel tempo al terribile “zi badrone”!

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Andrea Colore

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Nato a Milano nel 1996, dopo essersi diplomato al liceo scientifico di Cantù (CO), si iscrive al corso di laurea in lettere classiche presso l'Università degli Studi di Milano. Collabora da agosto 2015 con il sito "Social Up! Your daily lifestyle magazine". I suoi interessi spaziano in molti campi dello scibile e afferisce, all'occorrenza, a molte sezioni del sito. E' responsabile della sezione cultura.

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