U.S.A., passo indietro di 50 anni in Oklahoma un disegno di legge per il divieto totale di aborto

Un duro passo indietro nei confronti dei diritti delle donne è stato compiuto negli ultimi giorni nel midwest degli Stati Uniti d’America. In Oklahoma, la Camera a maggioranza repubblicana, ha approvato un disegno di legge che prevede il divieto totale di aborto. Ad eccezione di casi di incesto, stupro o pericolo di vita, una donna non avrà più il diritto di scegliere di abortire in qualsiasi momento della gravidanza.

Un effetto domino che il Mondo intero non si augurava certo di vedere realizzato. Dopo la già super restrittiva legge anti-aborto texana che da settembre 2021 vieta l’interruzione della gravidanza dopo circa sei settimane di gestazione, quello dell’Oklahoma è stato un colpo davvero basso, ma purtroppo prevedibile. In effetti, la Corte suprema americana ha respinto diversi tentativi di bloccare l’entrata in vigore del divieto di aborto in Texas. Tale inazione da parte dell’organo al vertice del potere giudiziario, ha in qualche modo legittimato altri Stati a seguire lo stesso esempio.

“Dopo aver assistito alla devastazione causata dal divieto di aborto draconiano del Texas, i politici dell’Oklahoma hanno compiuto il passo inconcepibile di imporre un divieto ancora più severo alle donne incinte che cercano assistenza sanitaria”

Queste le parole – riportate dal Sussidario.net – di Jessica Arons, consulente politico senior dell’American Civil Liberties Union. L’organizzazione non governativa che ha come focus principale la tutela dei diritti civili e delle libertà individuali negli Stati Uniti. Le stesse libertà che sembrano non essere state per nulla considerate nella nuova legge dello Stato americano.

Ad indurire ancora di più il colpo, la clausola che permette a qualsiasi cittadino di denunciare chiunque pratichi l’aborto o “aiuti o favorisca l’esecuzione o l’induzione di un aborto”. Possibilità che viene favorita, tra l’altro, da “un risarcimento di almeno 10 mila dollari” per chi aiuti a scoprire i dissidenti. Mantenendo così invariata la modalità già presente nella legge del Texas di un anno fa. In gioco non vi è, quindi, solo la libertà di scelta di migliaia di donne, ma la naturale prontezza di qualsiasi essere umano di aiutare il prossimo.

Secondo il nuovo disegno di legge dell’Oklahoma, rimane valido l’aborto in caso di stupro, incesto, ma anche per salvare la vita della donna.

Condizioni nette, che continuano ad essere specificate ed accettate, come se non vi fossero ulteriori ragioni per le quali una donna non avesse il diritto di abortire. D’altro canto tutti gli stati americani sono obbligati per legge ad assicurare il diritto all’aborto per le ragioni sopra elencate. Tramite, tra l’altro, contribuiti pubblici, ma dati i precedenti non si esclude che la situazione possa mutare.

La marea verde Sud Americana, che ha permesso la depenalizzazione dell’aborto in paesi come Argentina e Colombia, si è arrestata al confine. Infatti, proprio il Paese democratico per eccellenza sta permettendo l’approvazione di leggi che costringono a dei passi indietro clamorosi, nonché a pesanti proteste.

In Arizona, ad esempio, non troppo tempo fa era entrata in vigore una legge che vieta le interruzioni di gravidanza sulla base di anomalie genetiche. In Alabama, non solo l’interruzione della gravidanza è illegale, ma i medici che la praticano rischiano fino a 99 anni di carcere. Stretta sull’aborto anche nel Missouri, che vieta l’aborto dopo otto settimane di gravidanza.

Si ritorna ai tempi della già nota sentenza Roe versus Wade del 1973, caposaldo della costituzione americana in materia d’aborto.

Questa aveva stabilito che l’interruzione della gravidanza fosse valida per qualsiasi ragione “fino al punto in cui il feto diventa in grado di sopravvivere al di fuori dell’utero materno, anche con l’ausilio di un supporto artificiale”. Situazione che si verifica tra la 24° e 28° settimana.

Dal momento della sua entrata in vigore, la sentenza era stata fortemente divisiva. E gli strascichi dei due schieramenti contrapposti sono dopo quasi 50 anni tutt’altro che scomparsi.

Per l’appunto, dopo il 1973 i “pro-wade”, coloro i quali erano contro la possibilità d’aborto, non potendo impedire direttamente quest’ultimo hanno deciso di indebolire il sistema. Attraverso ostacoli economici e pratici, come l’assenza di strutture per praticare l’aborto. Si pensi, ad esempio, che spesso le donne devono percorre più di 150 chilometri per trovare una struttura dove poter abortire. Una condizione che, di fatto, rende in alcuni casi impossibile abortire, soprattutto per ragioni economiche.

Tuttavia, è bene evidenziare che limitare l’accesso all’aborto non ne riduce la pratica. Anzi, costringe molte donne a fare ricorso a procedure clandestine, nonché una delle principali cause di morte delle donne.

Si ricorda che Joe Biden si era schierato aspramente contro la legge texana. La sua critica, però, è stata percepita solo come voce sprecata al vento. Dato che l’autonomia dei singoli stati prende il sopravvento in simili circostanze. Per di più sulla scia del sentimento anti-abortista che dalla presidenza Trump si è sempre più diffuso nel Paese.

Altro che 1973, nel 2017 l’allora presidente Trump, aveva ripristinato la politica del “bavaglio globale“. Secondo cui – si legge da Amnesty.it – “ogni organizzazione estera che riceve finanziamenti dagli Usa non può neanche menzionare l’aborto nei suoi programmi di consulenza e formazione, persino se i fondi per questi specifici programmi non provengono dagli Usa”. Nel 2022, sembra non esserci bisogno di una simile censura, poiché il diritto d’aborto viene sempre più soffocato dagli stessi stati americani.

 



Giulia Grasso