Sharon Lopatka, torturata e uccisa per sua volontà

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Cosa può spingere una persona ad desiderare la morte pur di provare il massimo piacere (psicologico a questo punto)?
La vicenda si svolse tra il 13 ottobre 1996, quando la 35enne Sharon Lopatka lasciò la sua abitazione a Baltimora (nel Maryland), al 25 ottobre, quando a Lenoir (in North Carolina) la polizia rinvenne il suo corpo nudo di decomposizione. Le mani e i piedi erano legati con una corda di nylon, che a sua volta era legata intorno al collo; c’erano escoriazioni intorno al collo e ai seni e ciò ha condotto il coroner a sentenziare che sia morta per strangolamento, esattamente la morte violenta che Sharon desiderava.
Ma partiamo dall’inizio.
Sharon Denburg è nata nel 1961 ed era la prima di quattro figlie femmine. I genitori di Sharon erano ebrei ortodossi molto attivi nella congregazione di Beth Tfiloh e probabilmente furono piuttosto rigidi e oppressivi nei confronti delle loro figlie. Sharon crebbe apparentemente normale, tanto che si ritagliò i suoi spazi nello sport e nel coro scolastico; questo fino a quando conobbe il suo futuro marito.
Nel 1991, a 30 anni, Sharon sposò Victor Lopatka, un immigrato cattolico che lavorava a Ellicott City, sempre nel Maryland. I genitori di Sharon non approvavano la loro relazione, ma probabilmente fu proprio quello il motivo per cui Sharon convolò rapidamente a nozze: quello era il suo modo di evadere dalle rigide regole familiari e finalmente crearsi una propria vita dove le regole se la faceva lei.
La coppia non ebbe figli, ma a pensarci a posteriori di certo non si annoiarono a letto e Sharon pian piano sprofondò in una vita sempre più perversa e lasciva alimentata dalla rete e dal fatto che il marito viaggiava spesso per lavoro.
Sharon inizialmente ebbe un approccio di lavoro su internet: sfruttò il suo ruolo di casalinga per partecipare alle entrate della coppia facendo campagne pubblicitarie con banner su siti e blog; continuò poi gestendo alcuni siti web creando pagine personali dove dispensava consigli di vita quotidiana e vendeva libri che professavano la pace spirituale. Fin qui nulla di strano.


Inesorabilmente Sharon si trovò ad avere a che fare con siti pornografici e fu allora che probabilmente la sua voglia di infrangere le regole divenne insaziabile: iniziò con siti che confluivano in chat a pagamento e altri servizi (le telefonate private ai numeri a pagamento 1-900), per i quali riceveva una percentuale delle entrate; poi passò a pubblicizzare video pornografici e infine a produrli lei stessa, mostrandosi in pose e atteggiamenti inequivocabili.
Non si è mai capito se il marito Victor fosse a conoscenza dei suoi intrallazzi, sta di fatto che la donna iniziò a calarsi pian piano in una spirale di perversione sempre più estrema. Assunse diversi pseudonimi, ma principalmente nei siti a luci rosse era conosciuta come “Nancy Carlson”, dove mandava foto e video personali sempre più bizzarri, arrivando anche mostrare segni e ferite autoinferte; passò poi addirittura a commerciare video presi chissà dove di donne inconsce che subivano rapporti sessuali dai loro partner o veri e propri stupri da parte di conosciuti.
Secondo i giornali in una chat del 1° ottobre 1996 lei dichiarò:

«È semplice fare un video di donne comuni, disposte ad essere riprese … e anche di quelle non disposte : alcune lo fanno per non essere buttate fuori dai locali, altre in cambio di una dose, altre vengono ipnotizzate oppure si usa cloroformio.»

Sharon andò sempre più incontro alle strane richieste dei suoi clienti online, arrivando a pubblicizzare e vendere il proprio intimo usato:

«C’è qualcuno là fuori interessato ad acquistare le mie mutandine usurate … Perché non accontentarlo?»

Sharon non si preoccupava degli effetti sulla sua psiche e su quella delle persone già molto perverse che frequentava sulle pagine internet: con la scusa del guadagno facile continuò ad alimentare le sue stesse fantasie sessuali, fino ad arrivare a superare il limite dello schermo e a voler lei stessa provare le sue perversioni nella vita reale con perfetti sconosciuti.
La donna interagiva con una grande varietà di persone e condivideva i propri interessi non convenzionali in chat rooms estreme dove si trattava apertamente di necrofilia, schiavitù, pedofilia e sadomasochismo.
Secondo il Washington Post il 3 novembre 1996 pubblicò un messaggio molto esplicito nel quale affermava di avere “un fascino per la tortura fino alla morte”.
Il Baltimora Sun pubblicò prove che ci furono numerose risposte ai messaggi di Sharon di persone, non solo uomini, che si offrivano di esaudire la sua fantasia, ma la maggior parte di loro fece marcia indietro quando scoprì che le richieste di Sharon non si fermavano ad una chat, ma che la donna voleva realmente incontrarli per mettere in pratica la sua fantasia. Ma c’era un uomo disposto a dare Sharon esattamente quello che voleva…
Robert “Bobby” Frederick Glass era un programmatore di computer di 45 anni e lavorava nella contea di Catawba, nel North Carolina. La moglie Sherri in un’intervista al Washington Post si lamentò del fatto che il marito aveva più passione per il suo disco rigido che per il suo matrimonio. Nonostante la coppia avesse tre figli di 10, 7 e 6 anni, nel maggio 1996 Bobby e Sherri si separarono. Le motivazioni, secondo Sherri, erano il fatto che un giorno lei scoprì che suo marito, pur comportandosi sempre in maniera pacata e amorevole in famiglia, in realtà scambiava e-mail inquietanti sotto gli pseudonimi “Toyman” e “Slowhand” nelle quali esprimeva i suoi desideri “crudi e violenti”.
Ad ogni modo nell’agosto 1996 Bobby e Sharon iniziarono a messaggiarsi durante le visite nelle chat rooms a luci rosse. Bobby mostrò un feticcio simile ad una bambola voodoo e Sharon espresse il desiderio di essere torturata. In un messaggio di posta elettronica a Bobby, Sharon gli chiese di soddisfare la sua fantasia, invitandolo a legarla e strangolarla per farle raggiungere l’orgasmo. Bobby rispose al suo messaggio dicendole che avrebbe soddisfatto il suo desiderio.
La corrispondenza di posta elettronica tra i due durò diversi mesi: il capitano Danny Barlow del Dipartimento di Caldwell ha dichiarato che “se metteste insieme tutti i loro messaggi ne otterreste un grande romanzo di quasi 900 pagine di e-mail”.
Ed eccoci al 13 ottobre del 1996. Quel giorno Victor, il marito di Sharon, era fuori per lavoro e sarebbe tornato qualche giorno più tardi;
Sharon gli disse che voleva far visita a degli amici in Georgia, così guidò la sua Honda Civic fino al deposito dei treni a Baltimora; alle 9 del mattino prese il treno per Charlotte e alle 20.45 arrivò a destinazione, dove Bobby la stava aspettando. Guidarono quasi 100 km fino alla sua casa mobile a Lenoir, nel North Carolina, e da quel momento gli eventi che seguirono sono ancora fonte di speculazioni tra gli investigatori.
Il Daily Telegraph scrisse che Sharon ha lasciato un biglietto per Victor nel quale gli diceva che non sarebbe più tornata e di non cercarla. Scrisse anche:

«Se il mio corpo non viene recuperato, non preoccuparti: sappi che sono in pace.»

Victor andò alla polizia e il 20 ottobre il dipartimento trovò prove rilevanti nel computer di Sharon che la collegava a Bobby Glass. La polizia della Carolina del Nord monitorò Bobby per diversi giorni credendo che Sharon fosse viva e che semplicemente si fosse trasferita nella sua residenza, ma non vedendola mai uscire dalla casa dell’uomo il 25 ottobre fece irruzione.
Gli investigatori perquisirono la casa di Bobby mentre lui era al lavoro. La zona che circondava la casa era piena di rifiuti e giocattoli abbandonati e l’interno era altrettanto sporco e malandato. All’interno trovavano oggetti appartenenti a Sharon, nonché diversi oggetti per il bondage, oggetti sessuali e alcune dosi di droga. Successivamente sul pc dell’uomo vennero trovati molti dischi contenenti immagini e video di sesso estremo e pornografia infantile.
Non ci volle molto che un cumulo di terreno nei pressi della casa insospettisse gli inquirenti: sotto 2 metri e mezzo di rifiuti trovarono i resti decomposti di Sharon e lo stesso giorno la polizia arrestò Bobby sul suo posto di lavoro.
Mentre era in custodia, Bobby non ebbe problemi a fornire la sua versione dei fatti. Disse che per diversi giorni lui e Sharon hanno dato sfogo alle loro violente fantasie sessuali; aggiunse che Sharon aveva volentieri permesso di legarlo con la corda e “sondarla” con gli oggetti che si era procurato. Bobby ha anche ammesso che Sharon gli permise di legare una corda attorno al collo e stringere quanto voleva durante i rapporti sessuali. Infine ha affermato di aver strangolato accidentalmente Sharon a morte perché immerso nel violento gioco sessuale:

«Non so quanto ho tirato la corda … non l’ho mai voluto ucciderla, ma quando ho smesso di tirare era morta.»

Il corpo di Sharon Lopatka venne inviato al dottor John Butts, principale esaminatore medico della Carolina del Nord. La relazione sull’autopsia ha indicato che la causa della morte fu strangolamento.
Le ricerche sul computer della donna rivelarono che effettivamente Sharon intendeva incontrare Bobby alla scopo preciso di essere torturata e uccisa. Secondo la polizia le e-mail scritte sotto lo pseudonimo “Slowhand” che Bobby successivamente all’omicidio indicano che la morte era premeditata e non accidentale, perciò Bobby Glass venne accusato di omicidio di primo grado e detenuto nella prigione della contea di Caldwell fino all’inizio del processo.
Il processo contro Bobby Glass si protrasse per tre anni; il 27 gennaio 2000 Bobby si dichiarò colpevole di omicidio volontario, nonché di sfruttamento sessuale e di detenzione di materiale pedopornografico. Alla fine l’uomo è stato condannato a 53 mesi di carcere per l’omicidio di Sharon Lopatka e 26 mesi per il possesso della pornografia infantile.
Venne inviato all’istituto di correzione di Avery-Mitchell, ma il 20 febbraio 2002, due settimane prima della sua liberazione, ebbe un attacco cardiaco e morì in ospedale.
La vicenda ha ispirato il film del 2008 “Downloading Nancy” e ha sollevato diverse discussioni sulle colpe effettive di Bobby Glass: al di là della detenzione di materiale illegale, era davvero colpevole di un atto cercato appositamente dalla sua vittima e avvenuto in una situazione di mente “poco lucida”?
Sulla questione si sono espressi sessuologi, psicologi, criminologi e psichiatri, ma ancora oggi questa forma di delitto non ha una collocazione propria. Una forma controversa del gioco sessuale deviato praticata da alcuni sadomasochisti comporta l’uso di strangolamento e prende il nome di “asfiziofilia”. L’asfiziofilia è la pratica di controllare o limitare l’ossigeno al cervello interferendo con il respiro direttamente o attraverso la pressione sulle arterie carotide con lo scopo di ottenere una gratificazione sessuale; spesso le mani vengono strette intorno alla gola del partner durante il rapporto sessuale o la masturbazione per ottenere una sensazione di euforia e piacere che si amplificano con la mancanza di ossigeno al cervello. Presumibilmente questa pratica può aumentare l’intensità di un orgasmo.
Secondo alcuni, quindi, Sharon era una masochista suicida e non sarebbe nemmeno la prima vittima a cercare un partner pronto a soddisfare la richiesta di essere strangolata alla morte per gratificazione sessuale: un altro caso documentato in criminologia è quello del compositore Franz Kotzwara che nel 1791 pagò una prostituta di Londra, Susannah Hill, per aiutarlo a soddisfare il suo desiderio bizzarro. Dopo aver pagato Hill due scellini, Kotzwara le chiese di tagliare i suoi genitali, una richiesta che la prostituta rifiutò di eseguire. Hill però accettò di soddisfare il desiderio sessuale di Kotzwaras di essere strangolato con una corda: quello fu il primo caso documentato di morte per strangolamento sessuale.

 

Fonte: Misteri dal Mondo