“Io mi libro”: l’elogio della freddura

Roberta Latorre

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Da un po’ di tempo a questa parte il web ha mostrato sempre maggior interesse nei confronti di un tipo di comicità semplice, immediata, basata soprattutto su scambi di parole, assonanze, omonimie o altri meccanismi linguistici che il nostro idioma, così strutturalmente ricco, permette sicuramente in grandi quantità.

Per chi non lo avesse capito, stiamo parlando delle freddure, ovvero quelle battutine a volte molto spontanee, a volte un po’ meno, che possono, a seconda dei casi e dell’interlocutore che si ha davanti, spiazzare,  generare perplessità e silenzi imbarazzanti o far esplodere le più fragorose risate.

Eccone alcuni esempi:

“Come si chiama l’aurora più bella?”-“Boh…reale?”

In crisi il mercato della carta igienica: vendite a rotoli.

Film che indaga sul tema della calvizie: “Professione reporter”

Un alluce all’altro: “Io valgo più di te”

“Ricordi com’erano belle le chiese di una volta?”- “Eh sì… ma quelli erano altri templi”

Sono alcune frasi tratte dall’ultimo libro di Alessandro Pagani, dal titolo “Io mi libro” edito dalla casa editrice 96, Rue de la Fontaine, contenente una raccolta di ben 500 freddure, altri aneddoti umoristici come “15 piccoli indizi per una giornata no” (di cui il primo ovviamente è: “Suona la sveglia. Ma non è la tua”) e a concludere il tutto in allegato un breve racconto onirico.

Questa piccola antologia fa riflettere sulle sorti della comicità italiana: le freddure ormai spopolano ovunque nel web. Dalla gara a chi scrive i commenti più spiritosi nei post, alle meme e ai giochi di parole più comuni delle pagine divertenti, il passo è davvero molto breve. Sono gli stessi meccanismi che ritroviamo poi anche nella televisione: basti pensare ai giochi di parole dei presentatori per far divertire il pubblico con leggerezza, ai piccoli sketch comici inseriti per alleggerire momenti di vuoto o di tensione o alle pubblicità che mettono in scena teatrini paradossali e recitano slogan che si reggono proprio su questi giochi linguistici immediatamente comprensibili e facili da memorizzare.

La comicità semplice del motto di spirito quasi mai arguto sembra essere oggi il modo più comune per suscitare il riso: è poco impegnativo, più immediato e comprensibile, ma è soprattutto leggero. Oggi più che mai la leggerezza domina le nostre vite, come se la fuga dal senso ci rendesse più forti, più resistenti alle difficoltà da affrontare ogni giorno, come se il disinteresse e il poco impegno potesse in qualche modo essere la carta vincente, il passpartout della vita. Ma attenzione, quasi mai lo è. È soltanto un modo come un altro per chiudere gli occhi e percorrere la via più semplice, quella breve e poco ripida della comprensione immediata e superficiale, che tuttavia non porta a nessuna destinazione reale.

“Io mi libro” fa pensare a tutto questo: fa pensare agli italiani e al loro modo di percepire la realtà, fa pensare alla bellezza della nostra lingua, quasi mai opportunamente valorizzata, fa pensare alla modernità cattiva, quella che rincorre il mito delle pause relax e dello svago mondano, la modernità che ha sostituito le riviste di gossip alla Settimana Enigmistica.

Se avete voglia di dedicarvi per qualche istante alla comicità spensierata e fare una lettura leggera, divertente e al tempo stesso incentrata sulle mille variabili della lingua italiana, e magari avete anche bisogno di spunti per sorprendere i vostri interlocutori con battute di spirito poco pretenziose, tanto per imparare a prendervi un po’ meno sul serio, allora questo libro fa proprio al caso vostro.