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Lettera (semiseria) alla mia folle quarantena

Il periodo di quarantena continua, mettendoci tutti a dura prova. Ecco una testimonianza epistolare al tempo dell’isolamento da Coronavirus.

Carissima quarantena,

Ti starai chiedendo perché ti sto scrivendo una lettera quando ci vediamo tutti i giorni ma, sai, io sono una all’antica e con i pensieri scritti me la cavo meglio che a parole.

Vorrei mettere nero su bianco ciò che mi passa per la mente quando sono in tua compagnia.

Partiamo dalle cose belle.

Ho imparato a cucinare: beh, so cosa stai pensando, cucinare è un’arte e io non ne sono degna. Tuttavia, fino a poco tempo fa cucinare per me era più simile a qualcosa del tipo tagliare e sbucciare cose da mettere su un piatto, aprire una confezione e infilarla in microonde. Oggi so aspettare. So aspettare che un panetto lieviti, che la torta cuocia a sufficienza e che il piatto sia cotto al punto giusto. Uso fluentemente parole come sfumare, setacciare, rosolare e marinare; so cosa si intende per q.b. e ”un pizzico”; so usare il forno e capire quando un lievitato che ci ho infilato è pronto (va bene, non sempre, però non essere sempre pignola!).

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Ho pulito angoli della casa che non sapevo nemmeno esistessero. Lo specchio è venuto pulito senza troppi aloni e ho una pianta di basilico da cui stacco delicatamente le foglioline per adornare la mia pizza fatta in casa. E ne sono fierissima, sopratutto perché mi ricorda i colori del nostro Bel Paese.

Ho guardato tante di quelle dirette di make up artists che sento di aver imparato perfino a truccarmi. Almeno la teoria ce l’ho, poi nella pratica… ci sto lavorando. Non mi abbandonerai tanto presto, quindi ho ancora tempo, vero?

Sono diventata sempre più green. Faccio da me lo scrub per il corpo, maschere viso, impacchi per capelli e Dio solo sa ancora quanti tutorial di squinternate che fanno strane pozioni in casa mi mancano da provare. Poi ogni tanto va a finire che la maschera a base di banana yogurt e miele me la mangio, ma questo è un’altro discorso.

Ho scoperto la passione per i cruciverba e ho assaporato la pensione: un plaid sulle ginocchia, un gatto accoccolato sulle gambe, occhiali tirati giù fin sulla punta del naso e la Settimana Enigmistica. Forse, mia cara quarantena, mi hai fatto accelerare verso l’età della menopausa.

Chiamo per nome tutti i tizi e le tizie che fanno video di workout casalinghi su YouTube. Ogni volta è come ritrovare dei sadici vecchi amici. Ascoltare le loro incitazioni motivazionali mi ha fatto spesso dubitare della mia sanità mentale, lo ammetto. Poi, come ogni medicina amara, giorno dopo giorno mi è sembrata sempre meno amara. Mens sana in corpore sano, giusto? La quarantena mi ha insegnato pure questo.

Ho imparato a fare la spesa, quella vera. Non parlo della spesa fatta in quattro e quattr’otto con la pancia che gorgoglia dalla fame, ma parlo della lista programmata dei pasti. Sono diventata la Marie Kondo del supermercato, organizzando il giro tra le corsie come un percorso ad ostacoli programmato per evitare cibo spazzatura, cercando di non dimenticare nulla. E sappi che non accetto che tu mi venga a dire che birra e gelato sono cibo spazzatura: sono beni di prima necessita, utili alla sopravvivenza!

Ho rispolverato vecchie passioni all’insegna della creatività e manualità, come il decoupage e il bricolage ( mi sento quindi di confermare il mio avanzamento alla menopausa).

Ho imparato ad annoiarmi. Non c’è nulla di più stressante che non avere assolutamente nulla da fare e tu lo sai bene. Un enorme sforzo fisico e mentale per trovare il modo di auto-intrattenermi che alla lunga, porta ad una specie di follia. Ebbene, sono arrivata al punto di arrendermi inesorabilmente alla noia. L’ho assecondata. Mi sono persa a guardare fuori dalla finestra e a fare i conti con i miei pensieri, senza cercare di distrarmi da me stessa. Grazie, mia cara quarantena, per avermi messa alle strette. Mi hai resa più forte di fronte a quel mostro chiamato Noia.

Ho imparato a rinunciare. Ho rinunciato a viaggi in programma da mesi, a stringere le persone a cui voglio bene, alla mia libertà. Per chi, in questo momento, sta dando tutto e ridimensionando ogni mia rinuncia in nome di un sacrificio maggiore.

Ho imparato ad avere paura. Paura della malattia, del contagio, della morte, ma sopratutto paura per i miei cari. Una sensazione nuova per una persona come me, tutt’altro che ipocondriaca. Ma non sempre la paura è negativa. L’adrenalina in corpo ci permette di essere particolarmente reattivi al pericolo. Tu, mia carissima, durerai ancora un bel pò e, anche se sarai meno restrittiva, aleggerai tra di noi con il seme della paura. Vorrei avere il tempo e la concentrazione per metabolizzare la paura e farla mia, utilizzandola per mantenere alta la soglia di attenzione verso questo maledetto virus.

Ho imparato a sentirmi fortunata di quello che già ho e di quanto, nella frenesia di tutti i giorni, tenda a dare per scontato.

Mia cara quarantena, non so cos’altro mi riserverai in questa assurda follia. Fino ad ora, nonostante l’abuso di #andràtuttobene, non è andato tutto bene. Giovani e meno giovani muoiono ogni giorno, soli, di fronte a medici e infermieri inermi e stremati. I contagiati sono tanti, molti più di quelli che sappiamo ufficialmente e solo il progresso in campo medico ci potrà salvare. L’economia del paese è in collasso e la risalita sarà durissima. Tuttavia, ormai siamo tutti Chuck Norris dell’imprevisto: affrontiamo ciò che ci riserva il futuro con coraggio e intraprendenza, pronti a sferrare un calcio al passato.

Bene, quarantena, ora giochiamo a carte scoperte. Tra amici bisogna dirsi sempre tutto, giusto?

Stringiamoci in quell’abbraccio, lo stesso che vorremmo dare a tutti i nostri cari. Grazie per avermi insegnato qualcosa di più su me stessa.

E tu cosa vorresti dire alla tua quarantena? Scrivicelo nei commenti!

Max Papeschi, Verily, verily, I say unto you, that one of you shall betray me, 2018 | Courtesy of © Max Papeschi



Lucrezia Vardanega