La verità: il primo film occidentale di Kore’eda

In uscita l’11 ottobre al cinema La verità è l’ultimo film del maestro giapponese Kore’eda, che ha aperto Venezia 76. Kore’eda ha vinto la Palma D’oro nel 2018 con “Un affare di famiglia”.

Noi di Social up Magazine abbiamo avuto l’occasione di vedere La verità in anteprima al Cinema Anteo di MilanoQuesta volta Kore’eda sceglie l’occidente e precisamente la Francia per ambientare la sua pellicola. Si tratta di un commedia-dramma al femminile che vede come protagoniste Catherine Deneuve e Juliette Binoche, due grandi attrici del cinema francese, impiegate dal regista per descrivere un complicato e contraddittorio rapporto madre-figlia.

La trama racconta di Lumir (Juliette Binoche), la quale dopo molto tempo – ha vissuto per anni in America – ritorna in Francia a trovare la madre Fabienne (Catherine Deneuve), una famosissima attrice francese, adesso avanti con gli anni, che ha recentemente pubblicato una propria biografia. Con la scusa di complimentarsi con lei per l’opera, la figlia è in realtà alla ricerca della verità sulla madre. Il libro, infatti, è tutto fuorché veritiero e Lumir non può accettare più menzogne sul passato. Ad accompagnarla in questo viaggio anche suo marito (Ethan Hawke) e la sua bambina.

Il confronto tra le due donne anche questa volta risulta molto difficile, soprattutto per la ritrosia della madre, un’attrice dotata di un ego spropositato, che, a sprazzi di affetto che potrebbero sembrare sinceri, alterna individualismi, egoismi, chiusure e frecciate a dir poco velenose, che la rendono detestabile a molti, al punto da essersi guadagnata l’appellativo di “strega”, talvolta usato affettuosamente, ma spesso molto meno. Allo stesso tempo però il suo carisma la rende ancora attraente e vincente; ma anche lei è costretta a scontrarsi con la verità, anzi sembra che sia alla ricerca di quest’ultima: l’ultimo ruolo che ha accettato, infatti, è in un film di Fantascienza in cui dovrà confrontarsi con un’attrice francese molto giovane e talentuosa, che le ricorda moltissimo un’amica del passato, segnata da un tragico destino, un’amica che per sua figlia Lumir era una seconda madre, anzi, forse, l’unica da lei riconosciuta come tale…

Come sempre nel cinema di Kore’da siamo dinnanzi ad un film in cui la psicologia dei personaggi è molto stratificata. Dal punto di vista della sceneggiatura il regista gioca abilmente sui dialoghi e i rapporti inter familiari, con una vena da commedia-dramma, che intesse tra loro diversi concetti, a partire dal cinema come specchio in cui può essere riflessa la verità. Il cineasta giapponese è sempre stato abile nei suoi film a lavorare sul non detto e sui silenzi, sul senso di colpa e sui rimorsi non esternati(pensiamo al rapporto della sorella maggiore con la madre in Little Sister, o quello dell’uomo abbiente e perfezionista col proprio padre in Father and Son).

Qui però, più che descrivere i silenzi con la sua elegantissima regia, l’autore, in linea col suo bisogno continuo di variare e sperimentare nel suo cinema, sceglie un’altra via. Punta sul discorso meta-cinematografico (che a tratti somiglia un po’ al discorso di Rebbecca Zlotowski in Planetarium) e fa dialogare con sincerità i protagonisti solo quando essi si trovano a recitare, o coinvolti nel mondo del cinema. Nella realtà essi si raccontano menzogne o si affidano a memorie non del tutto affidabili – più volte nel film si dice che i ricordi sono fallaci e che possono ingannare, soprattutto per Lumir sulla figura controversa della madre – e paradossalmente i legami più “sinceri” tra madre e figlia si instaurano durante le riprese di un film.

La complicità è massima quando Lumir, sceneggiatrice, scrive alla madre un discorso con cui scusarsi con tutte le persone ha questa ha offeso, perché la grande attrice non sarebbe capace di farlo da sola, spontaneamente, ma potrebbe farlo, invece, nella misura in cui seguisse un copione. Con tale gioco, in cui spesso entra in scena una sottile ironia, che ha del pirandelliano per il suo relativismo, il regista ribalta i piani e rende i suoi personaggi, soprattutto la protagonista indiscussa Catherine Deneuve, diretta magistralmente dal regista e indagata costantemente dalla sua macchina da presa, delle maschere teatrali-cinematografiche.

Bella l’idea di collegare la ricerca della verità da parte della figlia Lumir, alle giornate di ripresa del film girato dalla madre di quest’ultima. Un film di Fantascienza come si diceva, in cui l’anziana attrice deve interpretare una figlia che nell’ultimo stadio della sua vita, la vecchiaia, si trova ad incontrare ancora una volta sua madre, la quale, è rimasta sempre giovane, perché in continuo viaggio tra la Terra e lo Spazio.

E’ in queste sessioni di recitazione, riprese con grande attenzione da Kore’eda, che la verità sui personaggi sembra balenare all’improvviso. Così in uno scambio-inversione, se vogliamo un transfert, madre e figlia si rivedono nei personaggi descritti nel film. E’ sempre su questo set che emerge anche un terzo personaggio femminile, un personaggio ombra che rappresenta il fantasma del dialogo mai conclusosi tra le due donne protagoniste di La verità. L’attrice che interpreta la madre aliena nel film di Fantascienza, infatti, (Manon Clavel) rievoca come fosse uno specchio l’immagine di un’altra attrice, la donna con cui Fabienne (Catherine Deneuve) si è sempre confrontata in passato, la rivale mai superata come attrice e come madre. Gelosia e invidia, rancore e incomprensione emergono con prepotenza, ma vengono anche affrontate per mezzo del cinema. Tuttavia la risoluzione non è mai definitiva.

Anche in questo film come in The Third Murder e in Un affare di famiglia, i punti interrogativi non vengono sciolti e il relativismo permane, portando con se la frammentazione della verità. Qual è la verità? Si domanda ancora Kore’eda: il cinema o la realtà? E se non fosse nessuna di esse? Sebbene di minore impatto rispetto ad altri film del regista La verità è una versione occidentale del cinema di Kore’eda che risulta comunque riuscita (non paragonabile però ai suoi capolavori giapponesi). Interessante la metafora cinematografica e non banale il continuo affrontarsi-perdonarsi delle due donne, in un’alternanza distacco-ricerca di affetto che risulta realistica, nonostante si giochi con la finzione. Molto bravi e ben diretti tutti gli interpreti. Le figure maschili sono volutamente vaghe, spiritose, affettuose nel loro essere paterne, ma in fondo poco in grado di incidere sulla realtà. Le figure femminili sono ben più determinate, complesse e forti. Tra loro, oltre alle due conosciutissime attrice francesi di cui si è ampiamente parlato, spicca anche la giovane Manon Clavel, cui il regista affida il compito di incarnare l‘attrice pura, che è alla ricerca delle emozioni più vere, per recitare alla perfezione il proprio ruolo. La Clavel rende con complessità la sensibilità artistica di chi è alla ricerca della performance attoriale idilliaca, in equilibrio tra la propria personalità e quella dei personaggi incarnati sullo schermo. Un equilibrio difficile: una posizione sempre in bilico, che a volte può rendere anche fragili. A questo proposito, proprio collegandosi a questa figura, il film di Kore’eda è anche una riflessione sul mestiere dell’attore: su come la recitazione sia al contempo un atto creativo, non solo una mera riproduzione di un copione già scritto. Le emozioni della vita vera vanno conservate per riversarle nell’arte? Oppure è l’arte che deve attingere di riflesso alle emozioni reali, potenti e vere? Altre due domande che il film del regista giapponese ci pone al termine della visione.



Francesco Bellia