I «grandissimi» di Clemens Meyer

“L’ultima volta che lo vidi prima che partisse, Rico mi salutò dalla finestra con la mano. Sembrava piccolissimo. Avevo suonato il campanello giù al portone ma sua madre non mi aveva aperto. Così feci qualche passo indietro sulla strada e guardai in alto verso di lui, portando la mano alla testa come nel saluto dei pionieri. «Sempre pronti» sussurrai. […] Rico aveva riso quando gli avevo fatto il saluto dei pionieri giù in strada. Aveva riso, anche se sarebbe dovuto andare via il mattino dopo all’alba. «Partenza alle sei e mezza» mi aveva detto il giorno prima, «in treno. Forte eh?», e anche allora aveva cercato di ridere”.

Walter, Rico, Mark, Stephan detto «Pitbull» e Paul: questi i nomi che ci accompagnano – o meglio – che noi accompagniamo, per le seicento pagine scandite suddivise in trenta capitoli del romanzo “Eravamo dei grandissimi (“Als wir träumten” in lingua originale) di Clemens Meyer (Keller editore).

Giunto in Italia con dieci anni di ritardo, questo romanzo fornisce una versione alternativa a quella rassicurante che conosciamo nei confronti della caduta del Muro di Berlino. Per la storia, tale evento ha rappresentato un ritorno alla luce, un respiro a pieni polmoni di aria nuova, pulita. Ma non per questi ragazzi. Attraverso la voce tagliente e cupa di Daniel Lenz – il protagonista – ci viene raccontata la lenta e snervante discesa nell’abisso; una caduta sì, ma non del Muro, in quanto quest’ultimo non viene mai menzionato.

Siamo nei sobborghi di Lipsia, in Germania; a fare da spartiacque è la data 9 novembre 1989, la cui ombra di tale giornata aleggia sulle teste dei protagonisti per tutto il corso del romanzo, tessendo una trama invisibile che troverà sbroglio in concomitanza allo sviluppo della maestosa idea compositiva che governa la storia.

E la storia raccontata è quella di un gruppo – una banda – di bambini vissuti nella Ddr che si ritrovano adolescenti e poi adulti nella Germania unita. Ci si può appellare anche ad un romanzo di formazione, in quanto a essere narrati sono gli sviluppi di crescita attraversati dai protagonisti; ma da un romanzo di questo genere ci si aspetta sempre il conseguimento – o almeno il perseguimento – di un qualcosa, mentre i «grandissimi» di Meyer vanno solo incontro al buio, alla sconfitta, all’immobilità.

Durante l’infanzia, con il Muro imponente ancora in piedi, Daniel e i suoi amici sono dei «pionieri», inebriati dal sogno socialista. La loro fantasia non può che sintonizzarsi tra le frequenze avvelenate dalla guerra, e dunque giocano a disinnescare mine fabbricate con palloncini chiusi dentro scatole piene di aghi, gridano a pieni polmoni il loro motto «Sempre pronti!» portandosi la mano alla testa, e si ingozzano di orsetti Haribo, quelli comprati dalla madre di Walter al confine. Questa è la loro infanzia, che più che dorata è da definirsi opaca.

Ma poi il Muro cade, la libertà dilaga e tutto cambia. Cambiano anche i «grandissimi» e le loro attitudini. In un momento in cui i contatti si fanno più ravvicinati, i pionieri entrano in contatto con il male, con la bruttezza dell’anima. Diventano dei ladruncoli di supermercati, rubano le prime macchine soltanto per scorrazzare un po’ in giro, la loro unica occupazione è sbronzarsi per poi trovare da ridire con tutti, con gli skinhead, con i punk, con gli africani, con i tifosi avversari. La questura è per loro una seconda casa, e in tutto ciò hanno solo quindici anni.

Violenza, inutili conversazioni di maschi gradassi, tatuaggi, droghe, spranghe di ferro, whisky, scorribande. Perdita del controllo più totale. Dopo qualche decina di pagine si entra in un loop che diventa quasi ipnotico, ma mai noioso. Daniel ha una storia da raccontare così avvincente da riuscire a convincerti che il sobborgo di Lipsia in cui si trova corrisponda in realtà a tutto il mondo.

Il libro successivamente fa un salto in avanti e ci ritroviamo a fare i conti con dei «grandissimi» diventati grandi sul serio. A trent’anni continuano a fare quello che facevano a quindici, però le conseguenze sono più gravi: il riformatorio, infatti, è diventato prigione, i furti ai supermercati delle rapine a mano armata e al posto delle spranghe adesso impugnano delle pistole. Gli stessi brividi.

Ma forse doveva andare così, oppure è solo una coincidenza. Forse il destino dei pionieri era già stato scritto, caduta del Muro o meno, e sarebbero diventati dei delinquenti comunque. La cosa certa, però, è che l’occidente libero, la nuova Germania unita, non li ha salvati da loro stessi, nemmeno un po’.

Clemens Meyer nel suo tagliente capolavoro ci presenta la violenza, quella cruda e fine a se stessa. È onnipresente, inevitabile, impregna tutto ciò che ci circonda. L’autore è riuscito a scrivere un romanzo indimenticabile, perché indimenticabile ha reso la vita, seppur minuscola, dei suoi pionieri. Ha annullato la smisurata distanza che intercorre tra i grandi cambiamenti della storia e i destini tragici dei singoli uomini attraverso la singola, incerta, voce di un ragazzo. C’è un momento, infatti, nelle sue lunghe notti passate per strada, in cui Daniel, alzando gli occhi al cielo, riesce a scorgere il Grande Carro. L’unica costellazione che conosce e l’unica soprattutto che riesce a sopravvivere, a farsi valere, tra le accecanti luci artificiali della città. Eppure c’è. Daniel è come quelle stelle. Lui eppure c’è, ed è grandissimo.



Camilla Antonioni