Coldplay (2019) publicity Photo credit: Tim Saccenti

Everyday Life: una viaggio nei Coldplay tra anzianità e banalità

Per gli appassionati di boxe e annessi  è molto nota la frase “Più sono grossi, più fanno rumore quando vanno a terra”. Beh, è il momento di prendere in prestito questa scena ed associarla ai Coldplay ed alla loro ultima fatica (?) Everyday Life.

L’album lascia presagire già da subito, a partire da nome e copertina (un gruppo di musicisti in abito d’epoca sommersi dal grigiore) da i grandi album della band come Viva la Vida o Mylo Xyloto.

Arrivando subito al sodo Everyday Life è un album noioso, banale ed ha una puzza terribile addosso di opera di marketing per portare a casa più soldi possibili sacrificando il talento.

I Coldplay sono lontani dal positivismo sfrenato di A Head Full of Stars o dalla disperazione che si trasforma in coraggio reazionario di Viva La Vida.

Cosa è successo a Chris Martin e compagnia? Hanno perso la bussola e si sono fatti sopraffare dal pessimismo più totale o hanno deciso di combattere l’onda anti-establishment con le carte più scontate dei radical chic (violenze della polizia, razzismo, spiritualità, ecc)? Lasciate questi temi ai Muse, loro si che sanno come fare.

Sia chiaro: combattere fenomeni beceri come la violenza verbale e fisica delle istituzioni e del razzismo è dovere di ogni cittadino che si rispetti ed è motivo di encomio, ma provare a farlo come i Coldplay non convince e sa di pressapochismo. Per chiarirci: il redattore apprezza l’approccio di Chef Rubio su temi del genere.

A parte i temi, quello che sembra scomparso è la curiosità di sperimentare negli arrangiamenti, con un utilizzo spregiudicato, al limite dello scontato, di synth e chitarre che avevano permesso alla band canadese di riempire stadi e palazzetti negli ultimi dieci anni.

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Tuttavia, il disco non è da buttare, è semplicemente poco vicino al mondo Coldplay, ma più a quello spirituale e impegnato. Seppur gli arrangiamenti non risultino accattivanti, è innegabile la qualità che li compone, ma strizzano fin troppo l’occhio a cori aulici ed orchestrali.

Un brano che ha stupito positivamente è Arabesque, grazie al suo essere diverso rispetto al resto dell’album e ad una struttura che lo rende carico e variegato. La canzone, che si regge su due semplici quanto ottimi riff di basso e chitarra, prende vita con l’alternanza tra trombe e canto in francese. Sicuramente ha il plus di non avere un ritornello da tormentone come Paradise e menomale.

In definitiva si può dire che non si sentiva la necessità di Everyday Life, sperando non rappresenti la prima delle parabole discendenti dei Coldplay.

Per il momento, infine, non sarà possibile nemmeno ascoltare live la band, poiché alla ricerca di tour mondiale che sia carbon neutral e quindi non ancora compatibile con le attuali tournée. Siete cambiati così tanto in tre anni Chris? Davvero?