Die my love recensione

Die My love: recensione del film con Jennifer Lawerence

Per la regia di Lynne Ramsay e tratto dal romanzo “Ammazzati amore mio” di Ariana Harwicz, Die My Love è un dramma familiare che si concentra sull’indagine della psiche femminile. Ad interpretare la protagonista è una straordinaria Jennifer Lawerence, in una delle prove più intense e coraggiose della sua carriera. L’attrice è stata ospite del Roma film Fest 20 edizione, durante il quale si è tenuta la proiezione del film nella sezione Best of 2025. La pellicola sarà nei cinema dal 27 novembre.recesione Die my love

Grace è un’aspirante scrittrice, da poco diventata madre. Insieme al marito (interpretato da Robert Pattinson) si trasferisce nel Montana, in una casa isolata immersa nella natura. La solitudine, la noia, il rapporto quasi esclusivo con il figlio e il marito e la mancanza di stimoli esterni rendono la sua nuova casa una prigione. Da quella che a tutti sembra inizialmente una maternity blues, con apatia e sbalzi d’umore, si passa ad una profonda depressione postpartum con la perdita progressiva del senso di realtà: un pericolo per Grace, ma anche per chi le sta intorno, come il marito (Robert Pattinson) e la suocera che cercano, invano, di comprendere e mitigare i comportamenti sempre più psicotici della donna.

Lynne Ramsay costruisce un film sulla genesi di una psicosi, affidandosi alle immagini più alle parole. Quella di Grace è una follia impulsiva, istintiva, fisica. La regia filma ogni suo gesto e fa di Jennifer Lawerence la musa di questa apofonia psicotica. Un viaggio cinematografico che fa leva su tre elemnti: il corpo come manifestazione del sintomo, la casa come luogo simbolo del disagio, la mente come scappatoia da ogni sofferenza. 

La regista mescola questi tre elementi insieme senza dare spiegazioni o facili diagnosi, lasciando allo spettatore il compito di ricostruire la mente spezzata di Grace.

Con il corpo cerco conforto

In Die My Love la corporeità è senz’altro centrale.  Lì dove le parole non servono più, Grace utilizza il corpo come unico linguaggio possibile. La gravidanza è prima di tutto una dimensione corporea. La regia si sofferma molto sulla fisicità di Jennifer Lawrence, di Grace, che ha appena avuto un figlio e che per sentire ancora qualcosa  ha bisogno di regredire , come se lo stare a contatto esclusivo con il proprio figlio plasmasse anche i pensieri e le azioni della madre. Così gattona, fa il verso al cane, in un comportamento che presto va al di là della semplice giocosità che può essere risvegliata in un adulto dal contatto con un bambino. Dall’autoerotismo spregiudicato, all’autolesionismo il passo è breve: entrambe le pulsioni nascono dal bisogno disperato di sentire qualcosa, di percepirsi viva.die my love recnesione

La regia indugia spesso sul corpo esibito di Grace, ripreso in momenti di vulnerabilità o di ostentazione, come farebbe un’adolescente alla ricerca della propria identità. Gli altri personaggi reagiscono con disagio: subiscono quel corpo mostrato fuori luogo, senza coscienza del contesto, o lo vedono farsi strumento di gesti autodistruttivi. Jennifer Lawerence interpreta con coraggio il ruolo sopportando su di se lo sguardo persistente della macchina da presa. Regge il film con la sua interpretazione. 

Depressione postpartum e affetto materno

La gravidanza e il trasferimento nella nuova casa rappresentano la svolta della vita di Grace. Questi eventi innescano una depressione post-partum, una iniziale maternity blues, che, però in lei non si dissolve. Al contrario, diventa una condizione cronica, un labirinto mentale da cui non riesce a uscire. Paradossalmente però non è il figlio la causa del suo dolore: anzi, è l’unico punto fermo nella sua vita.Come dirà in una delle frasi più significative del film:

Il mio bambino sta bene. È tutto il resto che fa schifo.”

Il legame esclusivo con il figlio diventa l’unica ancora di salvezza in un’esistenza fatta di noia, alienazione e senso di inadeguatezza.  Grace, infatti, ama profondamente il suo bambino e non ha un rifiuto per quest’ultimo, nonostante la depressione sia cominciata con la maternità. E’ ciò che la circonda ad essere stantio e privo di significato. Il senso di inferiorità e di inutilità è così forte che un cielo stellato diventa per la donna odioso perchè la fa sentire ancora più piccola e insignificante. Per Grace tutto ciò che la circonda brucia in fiamme (come suggerisce il potente e visionario finale), solo figlio riesce per alcuni attimi a sostenerla. Lui a sostenere lei e non il contrario. Un affetto materno totalizzante, ma anche illusorio, perchè volubile e in qualche modo strumentale alla propria temporanea salvezza. 

Imprigionata nella casa e smarrita nel bosco

La scenografia e i luoghi in cui il film sono un altro elemento fondamentale di Die my Love. La fotografia sgranata e volutamente sporca immortala una quotidianità disordinata, caotica, frastornante, in una casa che sembra la rappresentazione mentale di Grace, in cui la donna si trascura, senza dedicarsi ai compiti di una sana routine giornaliera. Sul piano sonoro al rock & roll iniziale della vita di coppia prima del figlio, si sostituisce poi il ronzio costante degli insetti che descrive una dimensione stagnante  in cui la noia  dilaga senza alcun pensiero costruttivo, nell’ozio vuoto e senza stimoli e nel rapporto esclusivo con il figlio. Ciò è sottolineato dalla scena in cui Grace mischia il proprio latte con l’inchiostro, segno dell’abbandono totale della scrittura, la sua principale attività, verso l’accudimento. La casa è una prigione e la prigione di Grace è la psicosi: la donna infatti rifiuta il confronto con gli altri, si comporta come se non esistessero, come se lei non provasse affetto vero nei loro confronti. Inoltre  non reputa di stare male e percepisce solo in parte la follia delle sue condotte. Perde gradualmente contatto con la realtà e alterna l’istinto autodistruttivo al senso di colpa.

Al contrario della casa, in Die My love, i boschi che la circondano i sono luoghi in cui peregrinare senza meta e abbandonarsi alla fascinazione della fantasia. Il contatto col mondo animale che li popola è surreale e suggestivo. Sono i luoghi del sogno e dei desideri proibiti, immortalati da una fotografia scura, in cui le ombre sonnambule si aggirano come spettri.  La mente di Grace lì è prolifica, in contrasto con l’apatia della vita reale. La regista come si diceva rende questi due elementi uniti tra loro, tanto che durante il film ci si chiede spesso se ciò che si sta vedendo sia realtà o immaginazione. Questi elementi tingono il dramma familiare di Die My love di venature riconducibili al thriller psicologico

Non a caso vengono in mente pellicole come Mother! (2017) di Darren Aronofsky , in cui la principale interprete è sempre Jennifer Lawerence. In entrambi i film la maternità è l’evento scatenante che sconvolge la vita della protagonista. Anche lì, in forme ben più metafisiche, la casa diventa metafora del disagio e della sofferenza mentale. Il film di Aronosky è però ben più simbolico e criptico, con derive horror.  

Ti amo anche se stai male

Questa frase potrebbe benissimo racchiudere il cuore di Die My Love. L’altro aspetto approfondito dalla regia è infatti il rapporto tra Grace e il marito, un rapporto disperato e insalubre, seppure carico di amore. Al livello di sceneggiatura il punto forte è proprio il legame tra il compassato Jackson (Robert Pattinson), che fronteggia impotente la malattia di sua moglie. Come la suocera cerca di capirla e di aiutarla, a suo modo, non sempre con i migliori esiti o le modalità più congrue. Si scontra però con il provocatorio silenzio o con i rabbiosi gesti di Grace, non potendole offrire una vita radicalmente diversa da quella che di fatto conducono. Con la sua ottima interpretazione Pattinson riveste il ruolo un personaggio sconfitto, quasi ridicolo, sebbene sincero nei suoi goffi tentativi di arginare la psicosi di Grace. La chimica tra i due protagonisti funziona. Il loro legame e i due personaggi risultano memorabili, accompagnati anche da un colonna sonora che sembra fatta apposta per descrivere la loro storia. “Muori, amore mio”, rappresenta l’atto finale: un gesto di resa e pietà, con la consapevolezza che però l’amore rimanga comunque nonostante l’impossibilità di fronteggiare la malattia. 

Robert Pattinson e Jennifer Lawrence

Visivamente, il film è potente. La regia racconta bene al livello psicologico questo viaggio dentro la psicosi. Detto questo, Die My Love funziona meglio come indagine psicologica che come descrizione vera e propria della depressione post partum. Per un ritratto più realistico della maternità e delle resistenze emotive legate al ruolo di madre, spesso non così estreme da deragliare in psicosi, si può fare un confronto con  La figlia oscura di Maggie Gyllenhaal. In questo film Olivia Colman interpreta una donna di mezza età in vacanza che incontra una giovane madre in difficoltà con la propria figlia. Nota delle analogie col suo passato che la fanno riflettere su un periodo oscuro della sua vita da madre, tra desiderio di libertà e senso di colpa. Di altro genere, ben più realistico, perchè documentato, film ricco di dialoghi e di testimonianze rese dai personaggi in aula è Saint Omer di Alice Diop, sul caso giudiziario di un infanticidio realmente accaduto in Francia, scaturito proprio da una depressione post-partum.

Una potente rappresentazione visiva della psicosi da depressione-postpartum, con ottimi interpreti

Voto 8 su 10

Francesco Bellia