Venezia77 Notturno: scorci d’autore sulle ferite del Medio Oriente

Abbiamo avuto occasione di vedere Notturno, ultimo film di Ginfranco Rosi durante l’anteprima milanese dell’8 settembre presso il Palazzo del cinema Anteo, in contemporanea con la proiezione al Festival di Venezia 77.

Il documentarista, già premiato a Berlino con Fuocoammare del 2016, pellicola che raccontava Lampedusa, eleggendola a metafora dell’accoglienza universale verso il diverso e lo straniero, verso tutti coloro che richiedono aiuto, seguendo la legge innata del mare e dell’oceano; si presenta a Venezia con un’opera impegnativa: un racconto cinematografico maturato nel corso di tre anni in Medio Oriente: fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano.

Lontano dall’essere la cronaca pedissequa di eventi che hanno segnato questi territori quali le guerre civili, le dittature, le invasioni, l’apocalisse omicida dell’ISIS, Notturno è un film che immortala invece ciò che  rimasto dei luoghi e della vita di coloro che sono sopravvissuti a tali terribili eventi.Venezia 77 - Notturno: recensione del film di Gianfranco Rosi

Si tratta di una contemplazione del quotidiano che segue i protagonisti scelti dallo sguardo del regista: si tratta di storie vere che pur nella loro forte individualità racchiudono il dolore e il fantasma della perdita subita.

Non a caso il film si apre con uno straziante lamento funebre di una donna che piange, prega e comunica col figlio morto scegliendo come propri confessori le pareti del luogo in cui egli è stato torturato e ucciso, accarezzano in modo catartico queste mura diroccate come per cercare un legame con un mondo che non esiste più

Film non semplice, Notturno è un portfolio di ciò che rimane dopo tanta sofferenza: città desolate di notte, paludi il cui sottofondo è animato da quelli che solo in apparenza potrebbero sembrare fuochi d’artificio: sono in realtà spari, segno che la violenza non è ancora finita, ma è sempre al confine e in agguato.

Notturno', la guerra di Gianfranco Rosi: "Ho voluto dare vita a delle storie spesso dimenticate" - la Repubblica

Lo sguardo del regista si posa su “guardiani” di luoghi aridi e sperduti: persone che per una ragione o per un altra, sia essa la necessità di guadagnare qualche soldo ( il giovane che aiuta i cacciatori), o di pescare di notte, oppure perché incaricati per mestiere (i peshmerga) sembrano sorvegliare il “nulla“. Almeno è questo che lo spettatore percepisce, ma questo nulla è in realtà il ricordo doloroso del passato ci comunica il regista con altre scene.

Lo fa tramite l’arte: sia essa il teatro all’interno di un ospedale psichiatrico, in cui è ai pazienti che viene dato il catartico compito di recitare un copione per denunciare le brutture di una terra sofferente; oppure tramite gli sconcertanti disegni di bambini che hanno assistito dal vivo alla follia omicida e alla ferocia senza tregua dell’Isis.

Il loro dialogo con la maestra, così come “l’arazzo” dei loro disegni, appesi tutti insieme al muro per condividere terapeuticamente i loro traumi, ma anche per prendere distanza da tali inenarrabili avvenimenti, rappresentano le scene più forti e belle del film: sono metafora di ciò che è avvenuto, testimoniano come la purezza sia stata infranta definitivamente, imbrattata del sangue e dalle barbarie della guerra e dei massacri.

Come in Fuocoammare Rosi si esprime attraverso metafore cinematografiche e affida al montaggio un ruolo narrativo. Più che documentare, egli collega storie attraverso connessioni che passano comunque attraverso l’interpretazione dello spettatore.

Notturno di Gianfranco Rosi, da Venezia 77 in sala: parla il regista (video)
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Complessivamente meno immediato e dirompente di Fuocoammare, proprio perché si muove sul confine e aggira il dolore di queste terre, raccontandolo attraverso riflessi e danni subiti, piuttosto che affrontando gli eventi nel momento in cui essi sono accaduti, Notturno è un’opera più ardua da decifrare, la cui portata è necessariamente parziale: si tratta di uno scorcio sul Medio Oirente, le sue guerre e i suoi traumi.

Non mancano scene potenti, soprattutto quelle sulla catarsi, tema portante del film; tuttavia, pur nella sua validità, il film si muove a tratti troppo sul margine, il che rappresenta il suo fascino (il fascino di luoghi solitari in cui poche persone si aggirano con una propria missione, come il ragazzo che recita canti ad Allah nelle strade desolate per riaccendere la fede), ma costituisce anche il suo limite. Mancano per così dire delle vedute d’insieme, delle sequenze capaci di svettare sullo spettatore imponendosi con prepotenza e forza, al punto da immergerlo completamente nella narrazione (erano largamente presenti invece in Fuocoammare),  proprio perché il regista si è concentrato esclusivamente su dinamiche e prospettive individuali.

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Resta comunque una riflessione personale da parte di un ottimo regista italiano, le cui inquadrature e la cui fotografia sono studiate con grande professionalità.

A livello visivo stupenda la scena girata al tramonto sulle paludi: emblematica del titolo, Notturno, uno sguardo notturno su un confine incerto, insicuro, instabile.



Francesco Bellia