Tenet: Nolan sfida la fisica, lo spettatore e il tempo con un film palindromo

Dal 26 agosto al cinema, Tenet è il nuovo film del regista Christopher Nolan, una pellicola spartiacque che segna non solo un avvincente e incoraggiante ritorno del pubblico nelle sale (con un box office di tutto rispetto nonostante la parentesi del lock down), ma soprattutto un nuovo modo di concepire il cinema attraverso una sintesi rara di spettacolarità, ritmo e sperimentazione visiva in un mix che frastorna piacevolmente lo spettatore e lo rende più che mai attivo nel districarsi nei meandri della pellicola delineata sullo schermo dal regista.

Tenet è innanzitutto una sfida: un guanto fantascientifico dal “magnetismo” visivo indiscutibile con cui Nolan schiaffeggia lo spettatore catapultandolo in un mondo dalle leggi fisiche e spaziotemporali alterate. E’ un film difficile da comprendere? Sì, nei suoi singoli passaggi. La non gradualità di questa totale immersione può forse apparire disorientante in prima battuta; ma vi possiamo assicurare che nella sua globalità la trama è intellegibile: il modo migliore per vederlo è non fare gli avvocati del diavolo in sala, lasciandosi trasportare dalla dimensione palindroma del film.

Bisogna lasciarlo scorrere per contemplare la genialità di un copione dalla complessità notevole, uno sforzo cinematografico che è negazione pura del cinema così detto classico  (decoupage classico), ma al contempo attinge alla spettacolarità contemporanea con disinvoltura, metodo, proponendo un’inversione nei metodi tradizionali di girare film, che possiamo riassumere nell’assioma: non è il film a doversi adattare allo spettatore, ma è lo spettatore a doversi immergersi nel film. Il ritmo della pellicola spronerà chiunque a volerne capire di più, questa un’intuizione davvero notevole da parte del regista.

 

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Se nel cinema classico vale il principio per cui lo spettatore non deve accorgersi della finzione, dei tagli e deve essere a suo agio nello spazio filmico creato dal film, Nolan nega tutto questo e fabbrica in una pellicola di 2h e 30 nuove dinamiche della realtà fisica, distanti anni luce da quelle da noi finora conosciute: non fa questo attraverso “spiegoni” o toni didascalici, lo fa tramite sequenze filmiche provando ad immaginare quali conseguenze potrebbero scaturire dall’utilizzo di tecnologie in grado di invertire l’entropia degli oggetti e poi, in un crescendo, anche dei movimenti degli esseri umani.

Film estremamente dinamico, ha senza dubbio il suo fulcro visivo nel movimento: da quello che tutti noi conosciamo, in avanti verso una meta che va da un punto A ad un punto B, cui solitamente, in una pellicola corrisponde un avanzamento temporale da un momento X del film, presente, ad un momento Y, che si pone nel futuro; a forme di movimento “trasfigurate”, coniate da Nolan stesso.

Tenet" quantistico - Teorie del tempo nel film di Christopher Nolan

Si tratta di spostamenti a rovescio: Non da A a B, ma da B ad A, all’indietro, cui il regista riesce, con una tecnica registica strabiliante e un coraggio scenico elevato (il rischio di fallimento era davvero alto) ad associare anche movimenti temporali, anch’essi a ritroso: da Y (futuro-presente) a X, passato. Nolan unisce queste due forme di movimento in unico spazio filmico, non rinunciando a lotte, sparatorie, drammi, inseguimenti esplosioni.

Ciò che ne esce fuori è un mondo trasfigurato che il regista ci fa vedere dal punto di vista di chi, come lo spettatore e il protagonista della pellicola, è inizialmente ignaro di queste nuove regole, nella prima parte del film; nella seconda invece si passa dall’altra parte della barricata: dalla prospettiva di chi “sguazza” in queste nuove regole spaziotemporali, dapprima “i nemici”, poi gli stessi protagonisti che uniti nella Tenet, una rete di superagenti spaziotemporali  che cercano di salvare le sorti del mondo.

New Tenet Images Featuring John David Washington and Robert Pattinson | Collider
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Veniamo dunque ad un tentativo di classificazione della pellicola, arduo ma non impossibile. Christopher Nolan, regista, produttore, sceneggiatore del film, sceglie abilmente un genere cinematografico trascurato negli ultimi decenni: gira una pellicola di spionaggio, aggiungendo una forte componente fantascientifica e conferendo a tale genere una veste inedita, il il ritmo adrenalinico di un film d’azione, merito anche delle musiche incalzanti di Ludwig Göransson, il tutto in mezzo a giochi di potere e ambiguità di fini perseguiti  dalle parti.

Come nel capolavoro letterario di AsimovLa fine dell’Eternità“(di cui si rinvengono diversi elementi)  la materia dello scontro tra spie è il tempo, o meglio l’effetto che congegni provenienti dal futuro in grado di alterarlo possono avere nella realtà da noi conosciuta (lì gli Eterni che viaggiano nel tempo devono scontrarsi con Agenti temporali provenienti da un futuro ulteriore, loro ostili).

Tenet review: Christopher Nolan's new time-twister can't top Inception - CNET
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La portata di tale concetto è importante nel film: come si fa a fronteggiare qualcosa che proviene dal futuro? Questo il compito del protagonista, curioso il fatto che costui sia senza nome quasi a voler provocare un immedesimazione totale dello spettatore nei suoi panni, interpretato con carisma da John David Washington (figlio d’arte di Danzel Washington).

Con ironia, determinazione, spavalderia ma anche metodo e seduzione, questa super spia, assistita da un altro super agente, Neil (Robert Pattinson) entrerà gradualmente nella Tenet, una rete (come suggerisce il suono del termine “the net”) di spie, quasi impossibile da avvicinare, talmente segreta che la stessa parola Tenet rappresenta un biglietto da visita prezioso e la cui struttura è conosciuta solo parzialmente anche da chi ne fa parte.

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Ben presto egli si scontrerà con Andrei Sator, il carismatico, tirannico e psicologicamente tortuoso villain (un buon Kenneth Branagh), incontrando dapprima la bella moglie di quest’ultimo (Elizabeth Debichi). Pallottole dall’entropia invertita, misteriosi tornelli che sembrano permettere alla nemesi della Tenet di prevedere gli eventi prima questi avvengano, le strane mire di Sator, così come il suo misterioso passato, il plutonio, altri congegni temporali: non sono che alcune delle incredibili invenzioni sceniche e delle innovative edee che compongono il l’ispirata scrittura cinematografica di Nolan.

Innovativa e dirompente poi la portata del film sul modo di concepire il viaggio nel tempo: non come un teletrasporto tra presente,passato e  futuro, ma come necessario movimento all’indietro per raggiungere “spaziotemporalmente” la meta prefissata. A ciò sia aggiunge anche un buon affresco di personaggi, approfonditi quanto basta da essere convincenti in una iperdinamica spy story fantascientifica.

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Come in Interstellar ed in maniera decisamente più radicale Nolan porta al cinema il concetto letterario fantascientifico di hard fiction: romanzi fantascientifici con solide basi scientifiche che spingono lo spettatore a documentarsi sui mondi creati dagli autori.

Capolavoro dunque? Sì per la portata visiva e concettuale che si porta dietro: la volontà di Nolan di spezzare col passato è palpabile, tangibile, di una concretezza spiazzante e dirompente per chiunque si approcci alla visione di questo film.

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E’ il migliore film di Nolan? Sì al livello tecnico, ma non come racconto cinematografico, come pellicola in grado di rapire lo spettatore, di coinvolgerlo emotivamente. Tenet è creato per suscitare altro: per comunicare il senso di impotenza dell’uomo, un singolo rispetto alla vastità dei fenomeni temporali e la complessità della stessa Tenet, una rete in cui tutti sono avvolti senza accorgersene. I sentimenti umani sono sacrificati, ci dice il film: dall’infatuazione del protagonista per la moglie di Sator, al nichilismo di fondo del malvagio, ai rapporti umani fagocitati dall’incessante scorrere in avanti e “indietro” nello spaziotempo.

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Non vi è dunque il dramma tra realtà e immaginazione di Inception, molto più avvolgente e conturbante al livello emotivo, nè vi sono i dilemmi della dualità come in The Prestige. Non vi è l’oscurità sofferta del Cavaliere Oscuro, nè lo spaesamento mnemonico di Memento. Vi è però la rete magnetica di un film pionere, talmente ambizioso (e ha ragione di esserlo) da voler riscrivere lo spazio cinematografico. Non è escluso un sequel, tenendo conto anche delle rivelazioni finali e dei colpi di scena. Complessità e qualità dunque al servizio di una regia avanguardistica, che sprona gli spettatori ma anche il cinema stesso a rivalutare se stessi.

 



Francesco Bellia