Siamo la generazione votata all’esperienza, dove ogni momento di vita diventa evento

In MONDO by redazioneLeave a Comment

Immaginate la scena. Vi trovate a Cupertino, California, nel quartier generale di Apple. Siete in una grande sala bianca, illuminata dalla luce del giorno, che irrompe prepotente attraverso un’unica, enorme finestra, grande quanto la sala stessa. Intorno a voi ci sono alcuni dei cervelli più rapidi del mondo. E’ in corso una riunione. Tim Cook si schiarisce la voce e domanda ai suoi: “Cosa vogliamo che sentano le persone?”.
A partire da tale quesito ancestrale, attraverso un complesso, elaborato, travaglio creativo, Apple arriverà a partorire il nuovo iPhone 6.
Noi ci terremo pronti. E quando sarà finalmente il momento, sentiremo ciò che ci faranno sentire.

Consumeremo, in quanto consumatori, questa nuova, sensazionale esperienza.

Come spiega Aldo Magris, la parola “esperienza” vuol dire, originariamente, la sua metafora: il viaggio. I greci dicevano empeiria per esperienza e poreuein per viaggiare. Il peras, confine, poteva essere superato attraverso un passaggio, poros. La radice indoeuropea PER, che è alla base di tutte queste forme, vale sia per il limite che per il suo superamento. Esperienza come oltrepassamento, come gesto dell’andare al di là. Il tedesco ricorda il reciproco appartenersi del viaggio e dell’esperienza, chiamando Erfahrung l’esperienza e fahren il viaggiare.

Il passare oltre porta con sé il ricollocamento dei confini. Per ogni limite che l’esperienza supera, un nuovo limite è pronto per essere valicato. Il viaggio rappresenta proprio l’avventurarsi al di là di questi confini, verso l’ignoto del non-esperito, laddove si trova il pericolo, (in tedesco Gefahr). Ma l’esperienza, che consuma e costruisce sempre nuovi confini, si muove sullo sfondo dell’esperibile: Anassimandro, il filosofo presocratico, chiamava questo s-fondo a-peiron. Esperire è un movimento processuale che ci spinge verso questo orizzonte, superando vari confini. L’orizzonte ultimo è per sua natura irraggiungibile: è la condizione di possibilità dell’esperienza. Ma nello spazio che ci separa da quell’orizzonte, nel campo in cui si gioca il nostro stare al mondo, noi attraversiamo ogni giorno i limiti dall’ignoto al noto, in un intimo e originario sincretismo di conoscenza e percezione: l’esperienza, appunto.

Cosa rimane di quel carattere dinamico e processuale dell’esperienza?

Microsoft afferma che l’Xbox One sarà la nuova esperienza dell’intrattenimento. Ma anche gli smartphone di LG  promettono di essere una nuova esperienza.

I prodotti si fanno carico non più di veicolare, ma di essere un’esperienza indimenticabile. Le esperienze ci vengono offerte già esperite, vendute in serie come pacchetti preordinati di percezioni e giudizi.

Comprare un iPhone vuol dire entrare nella semiosfera costruita ad arte da Apple, valicare quel confine, sentire ciò che Apple voglia che sentiamo. I dispositivi che corrispondono con l’esperienza che devono trasportare allargano il limite dell’esperibile: il gesto con cui scorriamo un touch screen nasce con il touch screen, è il touch screen. La distinzione tra l’oggetto e ciò che facciamo con l’oggetto è invisibile perché noi non siamo nemmeno più i veri soggetti di quell’esperienza.

Le esperienze sono vendute pronte per l’uso in un modo che le rende in qualche modo già usate: i sapori già gustati, le visioni già viste, i suoni già sentiti. Spogliati del nostro io di individui, rimaniamo come meri consumatori, “utilizzatori finali” di un processo che non dipende da noi, che è stato costruito e metabolizzato altrove, in una zona d’ombra sfuggevole che tiene insieme i presunti creatori e la massa dei consumatori. L’esperienza è diluita in un proteiforme insieme di piccoli assaggi sparsi nell’ambito della comunità dei compratori, questo spazio intersoggettivo di cui siamo un essenziale granello.

Ogni esperienza diviene evento. I trailer, le pubblicità, le foto, i video, i social network, costruiscono tassello dopo tassello le esperienze da acquistare. Ogni agenzia di viaggi, ogni casa automobilistica, ogni produttore di alta tecnologia ci vende un’esperienza, qualcosa che coinvolge tutti i sensi e che per gli acquirenti è sempre la stessa: i giocatori di Xbox One oltrepasseranno tutti uno stesso, nuovo, limite. Ma -e questo è il fatto più interessante- anche chi non giocherà mai con Xbox One, per il solo fatto di appartenere alla comunità umana, sarà partecipe di quell’esperienza.
Cosa si prova ad andare sulla Luna? Non chiedetelo a me, non ci sono mai stato, eppure in un certo senso ci sono stato più di qualunque essere umano prima del 1969.

L’industria ci promette di estendere l’esperibile fino a farlo coincidere con il pensabile. La scienza rincorre la fantascienza, la fisica la metafisica.

Tale proliferazione di limiti da valicare, tuttavia, viene perseguita nel segno della sua commerciabilità. Le nostre esperienze sono indefinitamente allargate (con la stessa rapidità con cui le nuove tecnologie sono messe sul mercato) con l’obiettivo di venderle. Così l’esperienza diviene un bene di consumo e perde la sua complessità. Tutto è commerciabile, dunque tutto è esperibile.

La socialità subisce una forma di “riduzione”: gli amici divengono contatti. Si compra il riso, il benessere, la serenità, gli sfoghi sessuali: perfino le perversioni sono preordinate e categorizzate, destinate ad una determinata fetta di consumatori.

Le televisioni si preoccupano ad esempio di orientare il nostro stato d’animo nell’esperienza di un servizio giornalistico, servendosi di imbarazzanti colonne sonore che tentano di colmare il presunto vuoto acustico di un’immagine che dovrebbe essere testimonianza e che invece diviene, a seconda dei casi, uno spettacolare dispositivo per l’indignazione, il divertimento o la commozione. La nuda realtà, apparentemente povera, richiede una forma di autenticazione che il giornalismo cerca nelle forme e negli stili del cinema e della letteratura, creando strani artefatti che spingono il consumatore-spettatore a sentire più che a pensare qualcosa. Non esiste un modo di raccontare un fatto che non sia già sempre un’interpretazione? Il problema qui è che è la stessa interpretazione ad essere fuorviata dalla sua vendibilità.

I dispositivi tecnologici di cui ci circondiamo sono una protesi del nostro apparato sensoriale e dunque costruiscono in noi e con noi nuove sensazioni. L’invito ad esperire che la pubblicità ci fa ogni giorno, dalle più grandi cose alle più piccole, ci pone nella condizione di dover compiere ogni giorno viaggi già viaggiati. L’esperienza che oggi compriamo nel tempo di un clic ci promette il brivido dell’avventura senza il rischio del pericolo, con l’effetto di svuotarsi di significato.

Rimane qualcosa fuori da questa eteronoma e onnipervasiva totalità dell’esperibile?

Diceva Epicuro che quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte non ci siamo noi.
Ma le cliniche in grado di offrire una “serena esperienza della morte” non normalizzano perfino quest’ultimo estremo gesto di libertà, il suicidio? La morte -l’ultima delle possibilità- è qualcosa che si può comprare, e questo è un fatto che incide necessariamente sulla nostra sensibilità, modificando indelebilmente il concetto di esperienza.

A Socrate che decide di andarsene il presente risponde che anche la cicuta ha un prezzo.