Sguardo attraverso In visibile: sulle pareti dell’Ex Carcere Sant’Agata, la memoria della libertà negata

Alessandra Nepa

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Esistono luoghi difficili da descrivere con le parole. A volte, sentiamo la nostra pelle accartocciarsi attorno a sensazioni che ci lasciano senza fiato, odori che respiriamo e ci entrano dentro le ossa, qualcosa che le parole non sanno mettere nero su bianco. L’Ex Carcere di Sant’Agata, a Bergamo Alta è un posto di fronte a cui il potere delle parole viene spazzato via. Dal 2010, grazie all’organizzazione Maite, questo luogo di prigionia in disuso dagli anni ’70 è diventato un luogo di libertà, dove si susseguono eventi culturali di forte spessore emotivo.

Ovunque voi siate adesso, che sia in ufficio, in università, nella vostra accogliente casa o seduti dentro un autobus vicino al finestrino, fate uno sforzo e seguite questa immagine: dimenticate la luce armoniosa della primavera, la nebbia di cui ci lamentiamo, il nostro amore/odio per la pioggia. Immaginate una cella piccola e buia, una stanza in cui dalle pareti trasuda quell’odore in cui sembra condensarsi ancora tutta la tensione, la rabbia, il dolore dei carcerati. Di questi sentimenti destabilizzanti sono rimaste tracce simboliche disegnate sui muri delle celle: la conta dei giorni di reclusione, l’immagine tratteggiata di una donna che si porta la mano alla bocca come a dire “stiamo in silenzio!”, poche linee che formano una croce e tanti nomi scritti da chi, dentro quelle stanze, ha custodito la propria libertà d’espressione.

 

Questa è la memoria umana che Pierpaolo Lameri ha restituito con l’illuminazione a Wood, rintracciando, dentro sei celle d’isolamento del Sant’Agata, ogni scritta e ripassandola nel dettaglio con una vernice invisibile. Tutte queste incisioni sono tormenti che gridano senza voce, frasi di storie, un cuore disegnato male con scritto “Pier ama Grazia”; è un insieme di segni che sembra il pianto liberatorio di chi quei posti li ha vissuti da dentro. Non sei davanti alla Gioconda, non osservi le tele dorate di Klimt, niente Michelangelo nè Donatello, eppure senti che quello che stai guardando è arte.

“Spesso con mio fratello, con gli amici, entravamo di soppiatto in ogni genere di edificio abbandonato per scoprirne i segreti, per trovare le tracce della vita che li aveva abitati: arredi, documenti, calendari restati appesi alle pareti di un ufficio… Spinti dalla curiosità, ma forse anche da una necessità. Scoperta, riscoperta, avventura, voglia di sapere e capire, di capirsi, di rispondere a domande: come era stato? Chi attraversava queste stanze? Perchè proprio qui? Non ho smesso di avere quello sguardo. racconta l’artista Pierpaolo Lameri, introducendo IN VISIBILE, questa installazione che compare anche nel video  “Prisoner 709” di Caparezza.

Siamo disarmati, non resta altro che ascoltare il silenzio, ascoltare queste pareti.