Seay: il brand di moda mare sostenibile con un’estetica hawaiiana

Pensate a una spiaggia caraibica, ai suoi colori e ai suoi suoni. Pensate ora a un brand che sappia racchiudere tutto questo aggiungendo anche la bellezza della sostenibilità. Nasce Seay.

Seay è infatti il brand di moda mare che, partendo da un’estetica di certo non minimal,  si sta facendo largo a colpi green in questo campo.  Il loro scopo è infatti diventare un punto di riferimento nel settore.

Le loro stampe sono tutte ispirate all’artista uruguaiano Eduardo Bolioli. Tutti i loro materiali inoltre sono certificati sostenibili, cosa piuttosto rara diciamoci la verità.

IG @seay_official

Il momento della spiaggia può essere tanto bello quanto inquinante per via di molteplici fattori. Le spiagge infatti sono oggetto di grande attenzione da parte del mondo sostenibile. 

Siamo partiti con l’universo spiaggia per motivi di contesto. Era nata un’amicizia con Eduardo Bolioli, un’artista uruguaiano. Negli anni 90 è stato l’artefice delle tavole da surf dei surfisti più famosi delle Hawaii. Siamo quindi partiti dall’acqua proprio perchè avevamo questo genere di conoscenze.

IG @seay_official

Avete inventato il re3 model. Ci spiegate un po’ di più come funziona?

Ad un certo punto visitando fiere e persone ci siamo accorti che c’era una fortissima tensione nell’utilizzare materiali certificati. Mancava tutta la parte a monte della supply chain, cioè il produrre il materiale relativamente vicino. Abbiamo quindi disegnato una supply chain locale. Il 90% della produzione è disegnato a 50 km circa da vicenza.

Ci siamo chiesti poi che cosa se ne sarebbe fatta la persona del capo alla fine della sua vita. Abbiamo quindi inventato una formula che possa incoraggiare il nostro cliente a restituirci i capi. Gli diamo quindi uno sconto del 20 per incentivarlo, e andiamo ad impiegare in modo particolare il prodotto recuperato. Recuperiamo prodotti di qualsiasi marca. 

Si chiama re3 perchè a seconda delle condizioni del prodotto può prendere tre strade: essere rivenduto da terzi, essere donato oppure essere rigenerato. 

Ovviamente è tutto tacciabile tramite QR code. Per noi è molto importante essere trasparenti oltre che sostenibili. 

IG @seay_official

Recentemente abbiamo fatto un esperimento su Instagram.  Abbiamo chiesto ai nostri follower quale fosse il prezzo giusto per un costume da bagno, e la maggioranza ci ha detto di non voler spendere più di 20 euro.  Le persone infatti spesso, anche giustamente, si lamentano dei prezzi della sostenibilità. Voi invece siete riusciti a mantenere un buon equilibrio. 

Ci sono diversi fattori. Il rimborso nel caso in cui si dia un capo usato sono quei soldi che poi ti vengono riaccreditati nel momento in cui ci doni qualcosa. Già qui arriviamo al livello di prezzo dei principali player. 

Uno dei principali player già di base ha un prezzo più alto di noi. 

La nostra produzione poi è made in italy, e se si guarda la qualità questo è sicuramente un vantaggio. Quindi abbiamo anche un tema di ciclo di vita del prodotto. 

Dentro poi c’è la compensazione della co2. Quindi si ti compri qualcosa da indossare ma sai che ti metti addosso un’etichetta in un certo qual modo. Si compra una scelta. 

con tutti i servizi poi che forniamo posso assicurarti che con i prezzi che abbiamo alla fine andiamo in pari. 

Raccontateci come nasce una collezione Seay

Partiamo da diversi spunti: messaggi che vogliamo trasmettere, estetiche e macrotrend. Il tutto poi dipende dai materiali. 

Partendo dall’arte di Eduardo abbiamo sempre un’estetica molto colorata e fantasie. Le nostre stampe ci caratterizzano e siamo intenzionati a mantenerle. Non siamo sicuramente minimal. 

Ovviamente poi però ci scontriamo con l’utilizzo dei materiali. Volevamo per esempio fare una muta sostenibile, ma ci abbiamo messo un anno perchè non trovavamo neoprene sostenibile. 

IG @seay_official

Avete scelto di raccontarvi anche su un blog come Seay, ma non è un po’ troppo vintage?

Il mondo cambia e tutto è molto veloce. Abbiamo pensato alla differenza fra un articolo online e un libro, che è molto più strutturato rispetto a un tweet. Il blog in realtà è il nostro viaggio. C’è la musica che piace agli ambassador, le certificazioni che stiamo prendendo e tanto altro. 

In questo modo inoltre possiamo fornire ancora più trasparenza ai nostri lettori. 

Sicuramente è una scelta vintage però va bene così.  



Rebecca Bertolasi