Renato Salvatori: il bello spensierato rimasto solo e dannato

Sono “Poveri ma belli”, i simboli cinematografici dell’Italietta allegra e spensierata a metà degli anni 50 e non sfigurano affatto nel confronto diretto per assonanza e contenuti con gli omologhi protagonisti che spopolano oltreoceano con il film “Bulli e Pupe”.

Sembrano usciti, ancora grondanti d’inchiostro, dalla penna creativa di un geniale disegnatore nostrano capace d’illustrare la quotidianità improntata alla semplicità della gioia di vivere di quei personaggi accomunati da una vena di fresca vivacità e da un genuino entusiasmo.

Oltre la prorompente Giovanna (Marisa Allasio) che esibisce un fisico mozzafiato esaltato da una scollatura vertiginosa per quei tempi, compongono quel quadretto di assolute, assortite e opposte bellezze, un gruppo di attori e attrici quasi tutti alle prime armi: l’attraente biondina Anna Maria (Alessandra Panaro) e la dolce brunetta Marisa (Lorella De Luca) per le parti femminili, sospirano d’amore rispettivamente per due ragazzotti belli e solari che di contro rivaleggiano per vanità mascolina corteggiando tutte le ragazze bone del quartiere: l’aitante ma ingenuo Romolo (Maurizio Arena) e un altrettanto ben piantato giovanotto di nome Salvatore (Renato Salvatori), un sempliciotto par suo dall’aria perennemente in bilico tra vera ingenuità e falsa tracotanza.

Quest’ultimo, all’anagrafe Giuseppe, un ex operaio marmista oltre che aiuto cameriere e all’occorrenza d’estate bagnino di salvataggio in uno stabilimento balneare a Forte Dei Marmi, viene colà scoperto nel 1952 dal regista Luciano Emmer che gli affida la parte di Augusto, il fumantino fidanzato della sinuosa Lucia Bosè, nel film:”Le ragazze di piazza di Spagna”. Non ancora ventenne quel toscano di Serravezza, provincia di Lucca, dove era nato nel 1933, accetta in seguito e di buon grado la parte del protagonista in due, a dire il vero, non indimenticabili film di cappa e spada diretti da Mario Soldati:” I tre corsari” e “Jolanda la figlia del Corsaro Nero”.

Questi due ruoli figli solo del suo aspetto più che belloccio accoppiato a un fisico ragguardevole sono però sufficienti a procurargli la parte di Giorgetto nel film:”Gli uomini che mascalzoni”, dove corteggia invano Mariuccia (Antonella Lualdi) innamorata invece di Bruno (Walter Chiari).

Il bel Renato riesce però a proporsi in modo diverso nel successivo titolo: ”La domenica della buona gente”, di Anton Giulio Majano, interpretando Giulio, un bravo ragazzo di borgata fedele innamorato di Sandra, che col suo invidiabile candore fa desistere dal compiere un gesto inconsulto una bella signora dalla vita torbida (Sofia Loren).

Ed eccoci dunque nell’anno 1956, data spartiacque nella vita di quel giovane attore che sull’abbrivio di quel suo primo strepitoso successo, appunto”Poveri ma belli”, rafforza la sua notorietà completando a furor di popolo una quasi scontata trilogia nei tre anni seguenti con i film:”Belle ma povere”e “Poveri milionari”, alternati a stretto giro di posta con altri titoli assortiti quali: ”Era di venerdì”, ancora con la regia di Soldati; ”La nonna Sabella” di Risi; “Classe di ferro” di Vasile; “Marisa la civetta” con ancora la strabordante Marisa Allasio  diretto da Mauro Bolognini e”Mariti in città” di Luigi Comencini, film caratterizzati dai tanti risvolti umani, che diventano commedie di vita vera e vissuta e quindi divertenti spaccati di una società in pieno fermento.

Dopodiché Renato Salvatori fa parte dell’eccellente cast di attori, tra i quali Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Totò, Claudia Cardinale, Carla Gravina, Tiberio Murgia e Memmo Carotenuto, scelti e fortissimamente voluti dal geniale Mario Monicelli, per dare vita al film capostipite della commedia all’italiana:”I soliti ignoti”.  Anche questo film sarà bissato da un sequel targato 1959:”Audace colpo dei soliti ignoti”, regia di Nanni Loy e con Nino Manfredi al posto di Mastroianni.

È nello stesso anno che quell’uomo a prima vista leggero e disimpegnato rivela la sua vera natura che nasconde invece contenuti malinconici e inquietanti: viene fuori così la sotterranea metamorfosi di un attore che si riscopre nei successivi e impegnativi ruoli di opere cinematografiche di grande pregio.

Prima fra tutte “I magliari” di Francesco Rosi, dove interpreta Mario un disadattato e sensibile emigrante in cerca di fortuna che deve rinunciare all’amore per l’amore di sé stesso nell’amaro finale in cui tronca una difficile relazione con la conturbante Belinda Lee. Nei panni di uno sprovveduto venditore di stoffe di poca qualità e malgrado l’ambiguo aiuto di Totonno (un Alberto Sordi monumentale), egli non riesce a nascondersi dietro la grottesca realtà in cui cercano di sopravvivere personaggi che più diversi non potrebbero essere. Qui Salvatori comincia a mostrare la sua intensa e profonda introversione caratteriale che si adatta alla suggestiva fotografia in bianconero del film che rafforza i contrasti e attenua i sentimenti disegnando l’incisivo ritratto di una società strangolata dall’opportunismo.

Anche Roberto Rossellini si avvale di quell’attore che all’istinto naturale ora accoppia una costante crescita professionale e gli affida il ruolo di un partigiano coraggioso nel contesto bellico di:”Era notte a Roma”.

Il suo vero mentore è però il ricercato regista dagli eleganti sentimenti Luchino Visconti che lo incastra alla perfezione nella drammatica quotidianità di una povera famiglia calabrese in cerca di riscatto nella falsa opulenza di una città spietata: la Milano degli anni 60 che fa da sfondo a ”Rocco e i suoi fratelli”, una storia in cui la crudeltà e la bassezza umana fungono da tappo alla speranza di domani migliori.

Di quella incredibile e fortunata esperienza un Renato visibilmente trasformato, oltre una gratificazione personale, si porta appresso una moglie, la splendida protagonista femminile, Annie Girardot, con la benedizione di Visconti e l’amicizia fraterna con il protagonista di quel film: Alain Delon che non si dimenticherà di lui, quando intossicato dai fumi dell’alcool e col fegato spappolato farà una dannata fatica per trovare lavoro.

Benché appesantito nella figura ma espressivamente più intenso, in questa nuova versione Salvatori tira fuori personaggi singolari in ruoli difficili e diventa perfino attore protagonista di”La banda Casaroli” affiancato da Jean Claude Brialy e Tomas Millian; ritorna subito nel suo alveo di comprimario adatto alla bisogna nel film di Monicelli ”I compagni”, accanto a Mastroianni, ma a sorpresa con un sussulto ridiventa attore principale dell’avveniristico”Omicron” di Ugo Gregoretti.

Snocciola in quel periodo prestazioni una più convincente dell’altra, in parti che sembrano scritte apposta per lui e di seguito gira: ”Harem”, regia di Marco Ferreri; poi il politico “Z, l’orgia del potere” di Costa Gravas e infine il coloniale” Queimada” dove prima spalleggia e poi tradisce il cinico Marlon Brando. Le sue ultime brevi e significative apparizioni risalgono al 1976 in cui gira film dal taglio sociopolitico come “Todo modo” di Elio Petri e “Cadaveri eccellenti” di Rosi seguiti due capolavori a tinte drammatiche firmati Bertolucci come:”La luna” e ”La tragedia di un uomo ridicolo”, inframezzati dal passionale violento scenario in cui si svolge la vicenda di ”La cicala”, in cui recita la parte del carnale camionista Carburo.

Si conclude così la fase più importante della sua professione che aveva in un certo modo diluito i latenti problemi esistenziali. All’inizio degli anni settanta ancora qualche raggio di luce come caratterista in ”La prima notte di quiete”sponsorizzato da Delon e ”L’amerikano” ancora diretto dal sodale Costa Gravas e dopo il buio della dipendenza etilica comincia a colorare di nero le giornate della sua vita.

Nonostante qualche amico e ancora qualche opportunità, la cirrosi epatica mina in breve quel fisicaccio che fu l’inizio della sua fortuna cinematografica. Oggi, trenta anni la sua morte avvenuta a soli 55 anni, la storia di attore che in buona sostanza possedeva quel certo non so che di particolare specchio fedele della la sua vita, forse ci spiega perché quasi sempre non fu scelto come attore principale: non gli importava più di tanto per una questione di feeling con un modo di essere opposto a quello che doveva dimostrare ogni volta in quell’occasione.



Vincenzo Filippo Bumbica